Beirut (AsiaNews) - Domani 20 agosto papa Leone XIV riceverà il presidente libanese Joseph Aoun, alla ricerca di sostegno internazionale in un contesto di difficili negoziati tra Israele e il Paese dei cedri. La principale preoccupazione del capo dello Stato, che incontrerà anche la premier italiana Georgia Meloni a Roma, è in particolare quella di trovare un’alternativa alla missione UNIFIL in scadenza. L’Italia, principale fornitore di truppe, svolge un ruolo centrale nei negoziati e nella preparazione del periodo post-missione Onu, il cui mandato scade il 31 dicembre 2026. Sta conducendo intense discussioni diplomatiche con la Francia - che Israele e Stati Uniti vogliono tenere fuori dai giochi - per costruire una coalizione multinazionale di sostegno al fine di evitare un vuoto di sicurezza nel Libano meridionale. Secondo fonti istituzionali di AsiaNews, cinque Stati sono attualmente presi in considerazione per questa missione: il Regno Unito, la Svizzera, la stessa Italia, il Canada e l’Azerbaigian.
Si tratta della terza visita in Vaticano per il presidente libanese. Salito al potere nel gennaio 2025, Joseph Aoun ha incontrato il presidente americano Donald Trump il 21 luglio alla Casa Bianca, ottenendo la promessa di un sostegno da parte di Washington alla sovranità libanese. I suoi avversari gli rimproverano di “aver puntato tutto su un’unica carta” e di non aver ottenuto nulla in cambio. Ma quale altra scelta poteva avere un Libano doppiamente occupato da Israele e dall’Iran?
Il presidente Aoun rimane infatti in difficoltà sul piano interno di fronte alla guerra, a volte aperta, a volte latente, che continua tra Israele e Hezbollah, con in prospettiva le elezioni politiche nello Stato ebraico in programma alla fine di ottobre. Il 15 agosto scorso, i raid israeliani su due villaggi nel sud del Libano hanno causato almeno 11 morti, tra cui lo sterminio di un’intera famiglia ad Ansar.
La scorsa primavera sono stati avviati negoziati diretti tra Israele e il Libano, poi strutturati in un accordo quadro concluso con la mediazione statunitense il 26 giugno. Quest’ultimo prevede un progressivo disarmo di Hezbollah, lo schieramento dell’esercito libanese nel Sud e, parallelamente, un progressivo ritiro israeliano da tale zona. Tuttavia, tale accordo si arena in particolare sull’inesistenza di una forza internazionale incaricata di verificare il disarmo del movimento combattente sciita filo-iraniano, poiché Israele ha chiesto l’abolizione della UNIFIL senza proporre alcuna alternativa valida sul terreno.
“La nostra prima scelta è la proroga del mandato della UNIFIL”, ha dichiarato il 17 agosto il presidente Aoun durante un incontro con i parlamentari. La sua visita in Vaticano, e poi a Roma, si inserisce quindi nel quadro delle trattative diplomatiche avviate per preservare l’integrità del territorio libanese, mentre il Sud sembra essere sempre più sull’orlo di un conflitto generalizzato che comporterebbe un’ulteriore perdita di territorio e ancora più distruzione. “Il presidente Aoun - spiega ad AsiaNews il deputato Melhem Khalaf - ha assicurato che la nuova forza che potrebbe sostituire i Caschi Blu rimarrà sotto l’egida delle Nazioni Unite”.
Amnistia e abolizione pena morte
Sul piano parlamentare è stata compiuta una tappa considerata importante per i diritti umani, con l’abolizione da parte del Libano, il 12 agosto scorso, della pena di morte, una prima assoluta in Medio Oriente e nei Paesi arabi. La decisione è stata definita “storica” dal ministro libanese della Giustizia Adel Nassar. Al riguardo il titolare degli Affari esteri francese Jean-Noël Barrot ha salutato ieri il voto del Parlamento definendolo “storico e coraggioso”. Questo voto, afferma in una nota su X il capo del Quai d’Orsay, “dimostra che il Libano, nonostante le difficoltà che sta attraversando, conserva una voce unica nella regione e rimane un esempio per la sua capacità di far vivere i valori democratici e le libertà che sono alla base della sua esistenza”. Il ministro ha infine sottolineato che il Paese dei cedri onora così un “impegno assunto a Parigi un mese fa in occasione del 9° Congresso mondiale contro la pena di morte”.
L’unico partito che ha votato contro questa abolizione è Hezbollah, per fedeltà alla sharia, la legge islamica. Uno dei vantaggi di questo voto è che mette in luce la differenza tra il Partito di Dio e il movimento Amal, che professa uno sciismo molto più laico. Inoltre sempre il 12 agosto scorso il Parlamento ha approvato una legge di amnistia - con numerose eccezioni - e di riduzione della pena detentiva a beneficio di migliaia di detenuti e persone ricercate dalla giustizia.
Le autorità non hanno specificato immediatamente quante persone fossero interessate, ma Bilal Abdallah, presidente della commissione parlamentare per il Lavoro e gli affari sociali, ha precisato ad AsiaNews che la misura va a beneficio di 7.200 detenuti e persone ricercate dalla giustizia. La presidenza dell’Assemblea ha annunciato “l’adozione della proposta di legge che concede un’amnistia generale e riduce, in via eccezionale […] la durata di alcune pene”. Questa misura era al centro di un dibattito polarizzato da anni, poiché all’epoca in cui Hezbollah esercitava un’influenza sul Tribunale militare erano state pronunciate decine di condanne detentive.
Sovraffollamento carceri
Le carceri libanesi erano arrivate a contare circa 9mila detenuti, ovvero più di quattro volte la loro capacità effettiva (il 330% dei posti normalmente disponibili), ha spiegato Bilal Abdallah, membro del blocco dei deputati drusi. Quasi l’80% delle persone incarcerate era in attesa di processo, mentre solo il 20% (1.700) stava effettivamente scontando una pena. Inoltre, prosegue il parlamentare, le condizioni di detenzione si erano fortemente deteriorate nel corso degli anni, soprattutto dopo il crollo bancario del 2019, con carenze di medicinali, cibo, acqua potabile e assistenza sanitaria. Di conseguenza, almeno 48 detenuti erano morti nel 2025, seguiti da altri 11 solo nei primi quattro mesi dell’anno in corso.
Tuttavia, se per molti la legge si giustificava con il sovraffollamento carcerario, per Bilal Abdallah si trattava soprattutto di una questione di “giustizia”. Infatti, l’amnistia segna la fine dell’egemonia di Hezbollah sul tribunale militare, responsabile di decine di arresti arbitrari. La lentezza procedurale, se non addirittura la riluttanza di alcuni giudici, aveva portato a una vera e propria catastrofe, con detenuti rinchiusi da dodici anni senza processo. Il membro del blocco dei deputati drusi ha ricordato che, proprio di recente, la giustizia aveva scagionato un uomo incarcerato da cinque anni e tuttora in attesa di comparire davanti ai giudici.
Secondo l’ong Legal Agenda, tra i detenuti figurano 86 islamisti vicini all’organizzazione Hayat Tahrir el-Cham (Htc), al potere in Siria dalla caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024. In questo caso l’approvazione della legge ha dato luogo a esuberanti manifestazioni di gioia per le strade di Tripoli, da cui proviene la maggior parte di loro. Da notare che, in virtù della legge, lo sceicco salafita Ahmad el-Assir dovrebbe essere liberato nell’aprile 2028.
Rilasciati migliaia di detenuti
Parallelamente, i familiari di migliaia di detenuti e latitanti originari di Baalbek e dell’Hermel, regioni sotto l’influenza di Hezbollah, si sono mobilitati nella speranza che la legge includesse i reati legati al traffico di stupefacenti e al furto di veicoli. Si tratta di attività “legittimate” dai loro ambienti a causa dell’assenza di qualsiasi progetto di sviluppo alternativo in grado di creare posti di lavoro. Va inoltre sottolineato che, nell’aprile 2020, il Parlamento libanese ha legalizzato la coltivazione dell’hashish a fini medici, ma la legge è ancora in attesa della creazione dell’autorità medico-legale incaricata di supervisionare tale coltivazione.
Infine, circa 4mila libanesi della fascia di confine un tempo controllata dall’Esercito del Libano del Sud (Als), fuggiti nello Stato ebraico nel 2000 in seguito al ritiro dell’esercito israeliano, beneficeranno dell’amnistia. Questi ultimi potranno rientrare in patria a condizione, ovviamente, di rinunciare eventualmente alla loro identità israeliana. Sotto la pressione di Hezbollah, questi libanesi erano finora considerati “collaborazionisti” il cui ritorno in Libano era indesiderato e non potevano nemmeno iscrivere i propri figli all’anagrafe libanese. Praticamente privati della loro nazionalità libanese, sotto la pressione del movimento vicino a Teheran, non potevano né ereditare i beni dei propri genitori né farne beneficiare i propri figli. Ciononostante, è evidente che questo ritorno non avverrà in massa, vista l’attuale situazione di guerra.









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