Beirut (AsiaNews) - Tutti gli indicatori sono ormai in rosso: la popolazione libanese, in particolare la classe media, sta crollando. Albert F. (*), imprenditore maronita a capo di una Piccola e media impresa (PMI) nel settore edile, è con le spalle al muro. Proprio mentre deve consegnare porte e finestre per un edificio in costruzione, la sua officina sta per chiudere i battenti. La causa: una impennata improvvisa dei costi dei materiali, che ha completamente mandato all’aria le sue previsioni di bilancio. Intrappolato da un contratto che è legalmente tenuto a onorare, l’artigiano deve finanziare il completamento dell’opera lavorando in perdita.
Gli acconti ricevuti in anticipo sono già stati divorati dall’inflazione galoppante, rendendo il costo reale del cantiere, che impiega sei operai, superiore alle somme inizialmente incassate. Segno della difficile situazione finanziaria della famiglia, sua moglie Aline è oggi costretta a vendere i propri gioielli presso un commerciante locale per tentare di salvare l’azienda di famiglia.
Joseph (*), ingegnere esperto attualmente disoccupato, è ricorso ad un finanziamento per coprire le spese di fidanzamento di suo figlio. Tuttavia, di fronte alle richieste della famiglia della futura sposa, che esige il grande matrimonio che la figlia sogna, le sue finanze non reggono più. Per superare questa situazione di stallo, intende chiedere un prestito anche ai suoi due fratelli.
Ormai ogni giorno si sentono i libanesi della classe media lamentarsi delle loro difficoltà finanziarie. In realtà, la loro situazione è ancora assai invidiabile rispetto alle classi sociali più basse, agli abitanti delle regioni occupate da Israele o agli sfollati. Il fatto è che la situazione economica in Libano, in questo momento, è più che grave: è catastrofica!
Travolta dalla guerra tra Iran e Stati Uniti e colpita in pieno dall’aumento del costo dei carburanti, la popolazione libanese fatica a tenere il passo con un’inflazione galoppante, di cui l’esempio più emblematico è proprio quello dei combustibili: il prezzo di 20 litri è più che raddoppiato in sei mesi, passando da 14 a 32 dollari. Stessa crisi per il gasolio da riscaldamento, la cui tonnellata è passata da 750 a 1.500 dollari.
Il disboscamento illegale procede a pieno ritmo, ma anche la tonnellata di legna da ardere è fuori dalla portata di alcune famiglie. In breve, cresce il malcontento sociale e da più parti si susseguono appelli per uno sciopero generale in programma il prossimo 30 settembre. Tuttavia, tenuto conto della divisione politica causata dalla guerra, la protesta radicale potrebbe causare sì disagi alla circolazione nel Paese, ma un’esplosione sociale sembra al momento improbabile.
Stipendio mensile medio
Secondo Antoine K., commercialista che lavora per un grande ospedale, lo stipendio mensile medio dei libanesi si aggira tra 500 e 750 dollari, ma la grande maggioranza della popolazione (fra 60 e 70% dei lavoratori) vive con un reddito inferiore o appena pari a tale stipendio medio. Quest’ultimo dato è peraltro gonfiato da una minoranza di redditi molto elevati e non riflette la realtà quotidiana della popolazione in generale. La Banca mondiale e le Nazioni Unite stimano che il tasso di povertà monetaria colpisca ormai tra il 44% e il 55% della popolazione del Paese dei cedri; al contempo, la povertà multidimensionale (accesso ad assistenza sanitaria, elettricità, istruzione) sfiora l’80% (soglia di estrema povertà), mentre più della metà dei lavoratori del settore privato guadagna in realtà meno di 10mila dollari all’anno (meno di 830 dollari al mese).
In sintesi, il commercialista elenca le restrizioni a cui le famiglie si sottopongono per far fronte al caro vita. Cita spontaneamente la disdetta dell’abbonamento ai generatori di quartiere (tra i 100 e i 250 dollari al mese, a seconda del livello di comfort e dell’uso dell’aria condizionata) come una delle prime rinunce. Nelle famiglie svantaggiate, ciò significa adeguarsi agli orari di fornitura elettrica stabiliti dallo Stato - a volte due ore al giorno - e spesso alzarsi nel cuore della notte per stirare o mettere in funzione la lavatrice di casa.
A questa restrizione si aggiungono: la limitazione all’acquisto di prodotti alimentari importati e di spese extra; la limitazione all’uso dell’auto per scopi ricreativi (niente più gite fuori porta o passeggiate verso mete lontane dal luogo di residenza); la sospensione di qualsiasi acquisto di abbigliamento; la rinuncia alle cure costose, lasciandosi morire a casa; limitarsi allo stretto necessario per quanto riguarda le visite mediche (che costano 100 dollari); in casi estremi, il ritiro dei figli dalle scuole private nonostante l’importanza che i libanesi attribuiscono all’istruzione e all’inserimento precoce nel mercato del lavoro. “Preghiamo poi che l’auto non abbia problemi meccanici - aggiunge ancora Antoine K. - per evitare di doversi indebitare per ripararla”.
Blocco dei risparmi
L’aumento dei prezzi dei carburanti, che si ripercuote sui prezzi dei beni di consumo e di prima necessità, si verifica in un momento in cui i libanesi sono già in difficoltà a causa del blocco dei loro risparmi bancari in atto dal 2019. La soluzione a questo annoso problema potrebbe ridare slancio al Paese, ma la lobby delle banche resiste con tutte le sue forze da sei anni a tutto ciò che possa privarla dei propri privilegi. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha effettuato più di una decina di visite fra missioni tecniche e consultazioni ufficiali in Libano, senza riuscire a raggiungere un accordo definitivo, a causa della forte riluttanza della classe politica e finanziaria libanese a mettere mano al portafoglio e ad attuare le riforme strutturali richieste.
L’ultima che si è svolta dal 15 al 18 settembre, guidata da Ernesto Ramirez Rigo, si è conclusa con un nuovo grave disaccordo: nessuna delle circa trenta banche del Paese dei cedri è disposta a sottoporsi a una verifica dei propri attivi, e solo i quattro o cinque istituti principali sono sufficientemente solvibili per rimborsare i libanesi che da sei anni attendono invano i risparmi. Somme di denaro fondamentali e accantonate proprio per consentire loro di trascorrere in maniera dignitosa gli ultimi anni di vita.
Il nocciolo della questione non risiede solo nel calcolo delle perdite, ma anche nel modo in cui queste vengono ripartite. Il numero di persone titolari di uno o più conti bancari in Libano è stimato a circa 600mila residenti (una cifra che sale a 700-800mila se si include l’intera diaspora e i non residenti). La distribuzione di questi conti mette in evidenza il livello di disuguaglianza del sistema bancario nazionale di fronte all’attuale crisi finanziaria: quasi il 90% dei conti bancari è costituito da depositi di piccola e media entità con un saldo pari o inferiore a 100mila dollari. Il governatore della Banca del Libano (Bdl) e il Fmi definiscono questa stragrande maggioranza una “priorità sociale ed economica assoluta” nei piani di ristrutturazione.
Questi piccoli e medi depositanti detengono infatti solo una quota minoritaria del totale dei fondi bloccati. Al contrario, una minuscola minoranza di grandi conti (circa il 10% dei depositanti, costituita da grandi patrimoni, istituzioni o fondi fiduciari) concentra la maggior parte degli 85-90 miliardi di dollari circa di depositi in valuta estera ancora registrati nel sistema. È su questo squilibrio che si basa l’attuale braccio di ferro politico e finanziario in Libano: i successivi progetti di legge mirano a restituire integralmente i fondi in contanti “fino a 100mila dollari” per proteggere la maggioranza del 90% dei piccoli risparmiatori, pur riconoscendo che i conti più consistenti dovranno assorbire la maggior parte delle perdite sistemic
Cacciare i dirigenti
Durante la sua recente visita, il Fmi ha proposto una misura radicale: allontanare temporaneamente gli attuali dirigenti della maggior parte delle banche libanesi e nominare amministratori indipendenti per verificare le attività. Questa proposta ha naturalmente suscitato una forte resistenza da parte delle élite finanziarie e delle autorità di Beirut. Inoltre, l’organismo internazionale esige il rigoroso rispetto della “gerarchia dei crediti”. Secondo questa regola, gli azionisti delle banche devono assorbire le perdite prima dei depositanti. Al contrario, le banche e lo Stato cercano di far ricadere la responsabilità sui fondi pubblici o di diluire le perdite a scapito dei grandi conti.
La Banca centrale del Libano e il FMI sono inoltre in disaccordo sulle leggi di ristrutturazione necessarie per liquidare o fondere gli istituti insolventi. In questo contesto si comprende la relativa indifferenza dei libanesi nei confronti dei colloqui di protocollo tenutisi a New York tra il primo ministro Nawaf Salam e il presidente siriano Ahmad el-Chareh, e successivamente con il presidente iraniano Massoud Pezeshkian. Incontri che nascondono malamente la desolazione dei libanesi nel vedere la missione Unifil - unico testimone neutrale dal 1978 delle vicissitudini del Libano meridionale - fare i bagagli e lasciare il Paese senza che sia stata individuata una forza alternativa.
(*) I nomi sono stati parzialmente modificati a tutela dell’anonimato degli intervistati




















