Oslo (AsiaNews) - Un riconoscimento al diritto internazionale in un momento in cui le sue istituzioni sono sottoposte a crescenti pressioni politiche. Il Nobel per la pace 2026 è stato assegnato a Navanethem “Navi” Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, per il suo impegno a favore della giustizia internazionale. Nell’annunciare il premio, il Comitato norvegese ha denunciato la crescente tendenza a privilegiare la politica di potenza a scapito delle norme giuridiche. Ma “quando la forza prevale sul diritto, vengono minate la stabilità, la fiducia e la convivenza pacifica”, ha ricordato il Comitato, richiamando il ruolo delle istituzioni internazionali nel perseguire i responsabili dei crimini di guerra e nel garantire giustizia alle vittime.
Nata a Durban il 23 settembre 1941 in una famiglia di origine indiana tamil, Pillay è cresciuta nel Sudafrica dell’apartheid in condizioni di povertà e discriminazione. Suo nonno era stato portato in Sudafrica per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero durante il periodo del colonialismo britannico e rimase mutilato alle braccia per un incidente sul lavoro. Suo padre lavorava come autista di autobus. In diverse interviste Pillay ha raccontato come la sua infanzia durante l’apartheid l’abbia poi portata ad approfondire il diritto internazionale. Quando aveva sei anni, i genitori le spiegarono che non poteva giocare in alcuni parchi o spiagge perché erano riservati ai bianchi. “Ma che razza di legge è questa? Non è giusto!”, si era chiesta. “Avevo quattro titoli di studio, ma venivo trattata come spazzatura soltanto per il colore della mia pelle”, ha dichiarato poi lo scorso anno.
Nel 1967 fu la prima donna ad aprire uno studio legale nella provincia di Natal. Come avvocata difese gli oppositori dell’apartheid e diversi prigionieri politici, contribuendo a denunciare torture e violazioni dei diritti umani fondamentali. Nel 1995, dopo la fine del regime segregazionista, divenne la prima donna non bianca a essere giudice dell’Alta Corte sudafricana.
La sua esperienza personale contribuì a consolidare una convinzione che l’avrebbe poi accompagnata per tutta la sua carriera e cioè che la giustizia non può dipendere dall’identità delle vittime o dalla forza di chi detiene il potere. “Non pensavo che l’apartheid sarebbe finito durante la mia vita”, ha inoltre raccontato, ricordando il ruolo della solidarietà internazionale al tempo. “Abbiamo avuto il sostegno collettivo di persone in tutto il mondo”.
Nel 1995 Pillay fu nominata, su indicazione di Nelson Mandela, giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito per perseguire i responsabili del genocidio del 1994. Ne divenne presidente nel 1999, incarico mantenuto fino al 2003. Tra i contributi più significativi della sua attività vi è il lavoro nel caso Akayesu, che portò per la prima volta un tribunale internazionale a riconoscere che lo stupro può costituire un atto di genocidio. Pillay aveva già contribuito, nel 1992, a fondare Equality Now, organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti delle donne.
Dopo l’esperienza in Ruanda, Pillay entrò nella Corte penale internazionale, dove rimase fino al 2008. Nello stesso anno fu nominata Alta commissaria delle Nazioni unite per i diritti umani, incarico ricoperto fino al 2014.
Negli ultimi anni il suo nome si è legato al lavoro della Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati e su Israele, di cui è stata presidente. La Commissione - istituita nel 2021 - nel settembre 2025 ha accertato che Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza, individuando l’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, i gazawi in quanto gruppo. Il rapporto ha inoltre attribuito la responsabilità ai vertici israeliani e accusato diversi esponenti politici di incitamento al genocidio. Nel corso del suo mandato, Pillay aveva anche ribadito la necessità di perseguire i crimini commessi da Hamas e dagli altri gruppi armati palestinesi, compresi gli attacchi contro i civili israeliani e la presa di ostaggi.
Israele ha respinto con forza le conclusioni, ma Pillay ha difeso il lavoro della Commissione, sottolineando che le indagini erano durate oltre due anni. In un’intervista del novembre 2025 ha ricordato che “la proibizione del genocidio è assoluta”, a prescindere dalla ratifica o meno della Convenzione internazionale sul genocidio. Inoltre, “quando emergono segnali chiari e prove di genocidio, l’assenza di un’azione per fermarlo equivale a complicità”, ha aggiunto la giurista. Per Pillay, il mancato intervento della comunità internazionale solleva una questione di responsabilità che non può essere risolta con semplici dichiarazioni politiche.
Per la sua esperienza, Pillay è anche stata scelta dal Gambia come giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di di genocidio contro i Rohingya, minoranza etnica perlopiù di fede islamica costretta a fuggire in massa dal Paese nel 2017. Le udienze sul merito si sono concluse nel gennaio 2026 e il caso è ora in attesa della decisione della Corte.





















