Gerusalemme (AsiaNews) - “Tutti i membri della delegazione di Protect the Harvest sono stati rilasciati. Gli israeliani che erano con noi hanno ricevuto inoltre un divieto fra 15 e 30 giorni di recarsi in Cisgiordania, il che purtroppo significa che non potranno più partecipare alla raccolta delle olive”.
È quanto scrive in una nota diffusa oggi il movimento israeliano Rabbis For Human Rights (Rhr), in prima linea nel sostenere i coltivatori palestinesi nella raccolta delle olive in corso in diverse aree della Cisgiordania e vittime di attacchi e violenze dei coloni ebraici. Raid mirati e assalti che rischiano di bloccare la stagione e privare l’economia dei palestinesi di una delle sue risorse principali non solo per il fabbisogno interno delle famiglie, ma anche per la vendita sui mercati regionali. Nel mirino degli estremisti ebraici pure il villaggio cristiano di Taybeh, oggetto di attacchi che rischiano di mettere in pericolo il futuro della comunità.
Attivisti arrestati ed espulsi
Fra gli attivisti internazionali e rabbini pacifisti fermati, parte dei quali provenienti dagli Stati Uniti, vi è anche rabbi Aaron Leven, della comunità di Nefesh a Los Angeles, in California. Egli è stato arrestato dalle Forze di difesa israeliane (Idf) insieme a un gruppo di rabbini di T’ruah e altri 80 attivisti (circa 90 in totale). I militari sono intervenuti perché “stavano aiutando una famiglia palestinese nella raccolta delle olive”, dopo che per tre anni i coloni ebraici avevano impedito loro di raggiungere i terreni. Anche diversi palestinesi sono stati fermati, fra i quali un’anziana donna. “Come rabbino, non posso accettare - afferma rabbi Leven - un'interpretazione dell'ebraismo che invochi la sacralità della terra ignorando al contempo la sacralità delle persone che vi abitano. Per le famiglie palestinesi, gli ulivi rappresentano molto più di una semplice risorsa agricola: legano le generazioni alla terra, sostengono il loro sostentamento e preservano le tradizioni familiari”.
Fra gli arrestati anche due attivisti italiani, gli altoatesini Manuel Tartarotti di 37 anni e il padre Alberto, di 67, trattenuti per oltre una giornata dalla polizia israeliana e rimpatriati a forza dopo il fermo a Masafer Yatta, in Cisgiordania. I due sono stati accusati di “terrorismo” per aver aiutato i contadini palestinesi e saranno sottoposti al divieto di ingresso in Israele. Raggiunti dal portale Salto.bz hanno raccontato di essere stati “bendati e caricati su un furgone militare” e il più giovane dei due è stato “picchiato nel retro del mezzo”. Sulle violenze sono intervenute le Nazioni Unite che denunciano “l’impossibilità” per migliaia di palestinesi di procedere alla raccolta, a causa “degli attacchi dei coloni”. Al riguardo, l’Ufficio Onu per i diritti umani ha chiesto a Stati e donatori di intervenire per “proteggere le comunità palestinesi” sottoposte ad assalti e “severe restrizioni alla libertà di movimento, peggiorate negli ultimi tre anni” dopo la guerra a Gaza.
Fra le decine di attivisti fermati e poi rilasciati vi sono quattro statunitensi, uno dei quali è il candidato al Congresso Brad Lander, di origini ebraiche, fermato nei pressi di Nahalin. Secondo Rhr ad altri 28 attivisti israeliani è stato notificato un ordine di allontanamento dalla Cisgiordania per un periodo compreso tra i 15 e i 30 giorni, mentre 38 attivisti internazionali sono stati rilasciati senza condizione. Alla base del fermo l’accusa di aver partecipato alla raccolta delle olive in un'area che richiedeva un coordinamento con le autorità militari che, di fatto, non era avvenuto. Tuttavia, le stesse mappe militari contraddicono questa ricostruzione: il terreno in cui operavano non richiedeva alcun coordinamento preventivo.
Sui social lo stesso Lander ha denunciato l’accaduto, sottolineando di essere stato arrestato “solo per aver raccolto delle olive”. “L’occupazione - afferma il candidato Usa - è un crimine secondo il diritto internazionale. La raccolta delle olive non costituisce reato in base ad alcuna legge di cui io sia a conoscenza. Sono stato rilasciato dall’Idf con un ‘avvertimento’, a quanto pare a causa del mio profilo pubblico”. Infine, egli ricorda come “i palestinesi affrontano conseguenze ben peggiori ogni singolo giorno” e definisce il blocco della raccolta “un ulteriore tassello di una pulizia etnica in costante escalation, sostenuta dallo Stato” israeliano.
La raccolta “non è un crimine”
Commentando l’escalation i leader di New Israel Fund, ong che sostiene le iniziative di Protect the Harvest - coalizione che porta volontari internazionali in Cisgiordania - ricorda che “raccogliere olive non è un crimine”. In una nota Mickey Gitzin, amministratore delegato ad interim Nif, sottolinea che “detenere volontari pacifici che aiutano gli agricoltori palestinesi ad accedere alle proprie terre costituisce un uso scandaloso dell’autorità di Israele in Cisgiordania”. I fermi, prosegue, “rientrano in un sistema volto a rendere sempre più difficile per i palestinesi in Cisgiordania rimanere sulle proprie terre, guadagnarsi da vivere e, più semplicemente, condurre la propria esistenza”. Per questo egli rilancia l’impegno di gruppi come Nif e Protect the Harvest, fondamentali nella fase attuale di violenze: “Anziché proteggere le comunità palestinesi dai coloni violenti - cui è consentito calpestare impunemente sia la legge israeliana che il diritto internazionale - le forze israeliane hanno arrestato proprio le persone intervenute per arginare tale violenza”. Ciò costituisce “un messaggio inequivocabile: la violenza dei coloni può continuare - contro i palestinesi, i giornalisti e persino contro i diplomatici - nel segno della massima impunità, mentre la solidarietà pacifica verso i palestinesi deve essere stroncata”.
Fra le voci critiche che si sono levate in queste ore vi è anche quella del rabbino Lana Zilberman Soloway, co-presidente di Rhr, che riflette sulla “responsabilità” degli ebrei di “proteggere la sacralità della vita umana” e tutelare i contadini impegnati nella raccolta. In un articolo pubblicato sul Jerusalem Post sottolinea come “amare Israele deve significare affrontare la violenza dei coloni in Cisgiordania, non ignorarla” e domandarsi perché “gli agricoltori palestinesi abbiano bisogno di protezione” per fare “semplicemente il loro lavoro”. A conclusione di una settimana tanto “brutale” quanto “ordinaria” nella sua cronicità, rabbi Zilberman ricorda gli assalti di estremisti ebraici contro agricoltori, giornalisti, diplomatici europei (in visita di solidarietà a Taybeh) e attivisti. Tuttavia, prosegue, la “violenza dei coloni contro i palestinesi non inizia con la raccolta delle olive e non termina quando questa si conclude” ma è parte di una “realtà ricorrente” fatta di minacce, intimidazioni e distruzioni. In qualità di rabbina israeliana e co-presidente di Rhr, avverte, “vivo questa realtà non come un astratto dibattito politico, bensì come una sfida morale” e “non posso accettare che la violenza contro i palestinesi sia diventata una consuetudine”. “Il governo israeliano - conclude - deve garantire un accesso sicuro ai terreni agricoli, prevenire gli attacchi, indagare sulle denunce e fare in modo che i responsabili ne rispondano. Le sole condanne non bastano. Desidero vivere in un Paese in cui gli agricoltori palestinesi possano raggiungere i propri ulivi senza timore”.
Futuro a rischio
Negli ultimi anni la raccolta di olive è coincisa col picco degli attacchi dei coloni ebraici contro gli agricoltori palestinesi, con le forze di sicurezza israeliane maggiormente impegnate ad ostacolare contadini e attivisti, che a bloccare facinorosi e violenti. Ai primi di ottobre è risuonato con forza il grido d’allarme lanciato da p. Bashar Fawadleh parroco di Taybeh, in Cisgiordania, l’ultima cittadina palestinese abitata per intero da cristiani di varie confessioni e teatro di raid mirati. In un appello inviato ad AsiaNews il sacerdote sottolineava come “quest’anno le perdite sono state particolarmente dolorose. Molte famiglie produrranno molto meno olio d'oliva di quanto ne necessitino per il proprio fabbisogno domestico”. Anche in passato, ricordava, “molte famiglie hanno incontrato ripetute difficoltà nel raggiungere in sicurezza i terreni per la raccolta” ricorda il parroco, e oggi riemergono “le stesse paure”.
Da tempo i proprietari terrieri non possono accedere alle loro piantagioni di ulivo, mentre gli estremisti percorrono tranquillamente campi e terre raccogliendo i frutti o, in casi estremi, incendiando le piante e devastando interi lotti. Per Taybeh, come per molte zone agricole della Cisgiordania, le olive rappresentano molto più di una semplice coltura. Un tempo, la produzione non solo soddisfaceva il fabbisogno delle famiglie, ma forniva anche olio d'oliva destinato alla vendita oltre i confini della Palestina. Qui, l'ulivo - ricorda p. Bashar - simboleggia un'economia familiare, una tradizione ereditata e un legame quotidiano con la terra tramandato di generazione in generazione”. “Oggi, famiglie proprietarie di centinaia di ulivi possono ritrovarsi costrette ad acquistare olio d'oliva per il fabbisogno domestico, poiché impossibilitate a raggiungere in sicurezza gli alberi. Come parroco - conclude - vedo le conseguenze di tutto ciò non solo nei campi, ma anche nelle case e nelle vite delle famiglie. Esse perdono non solo l'olio, ma l'intero raccolto, il reddito stagionale e la scorta per la casa, in un momento in cui il costo della vita continua a salire”.





















