Milano (AsiaNews) - “Mi addolora vedere i raccolti di olive palestinesi sottratti, gli alberi bruciati e le proprietà private confiscate in nome di un comando divino. […] Quando le persone rubano agli altri - o, peggio, li feriscono e li disumanizzano in nome del Divino - voltano le spalle agli aspetti migliori delle loro stesse tradizioni religiose”. È quanto sottolinea Bernard Sabella, già rappresentante di Fatah e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio oriente, analizzando gli attacchi dei coloni ebraici in piena stagione di raccolta delle olive in Cisgiordania, anche nel villaggio cristiano di Taybeh. In una riflessione affidata ai social, e inviata ad AsiaNews, l’attivista e politico palestinese spiega: “Mentre gli agricoltori palestinesi si preparano per la raccolta annuale delle olive - una tradizione che li lega alla terra e sostiene molte famiglie - alcuni […] rivendicano quegli alberi come proprietà divina appartenente esclusivamente a un gruppo religioso”.
Terra contesa, dignità negata
“Per tali individui, il diritto alla proprietà privata - sottolinea Sabella - sembra contare ben poco. Essi sostengono che la terra - e tutto ciò che vi si trova sopra o sotto - sia stata divinamente promessa al loro gruppo eletto”. In un’intervista televisiva, ricorda, “chiesi una volta a un rabbino che sosteneva questa tesi in che modo la sua pretesa di esclusività divina differisse da analoghe rivendicazioni avanzate da alcuni esponenti della parte palestinese. Lo avvertii che l'esclusivismo religioso mette in pericolo sia Israele che la Palestina. Egli liquidò la mia preoccupazione, affermando che il destino divino guidava lui e la sua comunità religiosa”.
Il leader cristiano, nato e cresciuto nella città vecchia di Gerusalemme la cui famiglia è legata da generazioni, dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 ha vissuto in prima persona la condizione di rifugiato dovendo abbandonare la propria casa. Tuttavia, sottolinea, “i miei genitori non hanno mai parlato male di alcun gruppo religioso. Davanti al caffè arabo del mattino, parlavano con apprezzamento dei valori presenti nell’islam e nell’ebraismo. Hanno insegnato - ricorda - a me e ai miei fratelli a rispettare le differenze tra le tradizioni religiose. Non avevamo bisogno di un dialogo interreligioso formale: lo vivevamo ogni giorno”.
Per rafforzare il concetto ricorda un passo della Genesi presente nell’Antico Testamento e nella Torah, in cui si afferma che non vi sono distinzioni fra persone e viene esaltata la ”dignità”, che riguarda tutta l’umanità. “Ciò che viene fatto agli agricoltori palestinesi in Cisgiordania - sottolinea Sabella - contraddice questo principio. Tali atti non rappresentano soltanto un’errata interpretazione dell’insegnamento divino; rischiano di creare una frattura tra i popoli, con conseguenze devastanti per tutti. Il conflitto tra palestinesi e israeliani è complesso e profondamente radicato. Tuttavia, ciò non giustifica nessuna delle due parti nell'avanzare pretese di esclusività o negare l’altrui l'umanità. Dovremmo tutti impegnarci - conclude - per prevenire ulteriori tragedie in Terra Santa”.
Il monito del leader cristiano sembra però sconfessato anche in queste ore da rivendicazioni e minacce di gruppi radicali ed estremisti ebraici, con l’avallo del governo israeliano di ultra-destra che ha dato - di fatto - mano libera ai coloni e ai movimenti pro-occupazione. Lo Yesha Council, organismo che riunisce gli insediamenti della Cisgiordania, ha detto che il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha ordinato l’allontanamento degli attivisti che intendono aiutare gli olivicoltori palestinesi nella raccolta, attualmente in corso.
Taybeh, ancora attacchi
A inizio settimana il presidente Israel Ganz ha chiesto a Katz di impedire agli attivisti “che si recano nella zona della raccolta delle olive di provocare scontri e tensioni” ascrivendo loro violenze perpetrate, in realtà, dai coloni ed estremisti ebraici. Per rafforzare le proprie tesi ha citato come esempio quello della Global Sumud Flotilla, che starebbe fornendo - almeno questa è l’accusa - assistenza agli attivisti che desiderano recarsi nella regione durante la stagione di raccolta. Assieme a loro vi sarebbero altri gruppi tra cui Go Palestine, Protect the Harvest, Faz3a e l’International Solidarity Movement. Da qui la necessità per lo Yesha Council di bloccarli, mentre non si registrano sinora dichiarazioni ufficiali di Katz o del ministero israeliano della Difesa.
Del resto negli ultimi anni la raccolta di olive è coincisa col picco degli attacchi dei coloni ebraici contro gli agricoltori palestinesi, con le forze di sicurezza israeliane maggiormente impegnate ad ostacolare gli attivisti che a fermare facinorosi e violenti. Una conferma arriva da Taybeh, l’unico villaggio a maggioranza cristiana rimasto in Cisgiordania, dove gruppi estremisti hanno attaccato i residenti impegnati nella raccolta di olive come denunciato dal parroco p. Bashar Fawadleh, secondo cui si vuole distruggere “il futuro” della comunità stesso. In queste ore il sacerdote ha lanciato un nuovo appello, condiviso con AsiaNews, in cui afferma che “quest’anno le perdite sono state particolarmente dolorose. Molte famiglie produrranno molto meno olio d'oliva di quanto ne necessitino per il proprio fabbisogno domestico. Alcuni che hanno dedicato la vita alla cura di questi alberi, potrebbero ora trovarsi nell'impossibilità di contare sui frutti della propria terra”.
“Siamo profondamente preoccupati - prosegue il parroco - per l'impatto che questa situazione avrà sulle famiglie che stanno già affrontando sfide significative. Ogni raccolto perduto accresce la pressione su chi si impegna a rimanere […]. Chiediamo pertanto la vostra solidarietà e le vostre preghiere. Vi invitiamo a far conoscere queste difficoltà e a incoraggiare quanti hanno influenza e responsabilità a sostenere la tutela degli agricoltori, a garantire un accesso sicuro ai terreni agricoli e contribuire a prevenire ulteriori danni. Il vostro sostegno, la vostra voce e la vostra amicizia sono fonte di incoraggiamento. Ricordano alla popolazione di Taybeh che non è stata dimenticata - conclude p. Bashar - e che non è sola in questi tempi difficili”.
Palestina, voto a rischio
In queste ore, alle criticità legate alla raccolta delle olive si sovrappone un’altra questione di grande importanza - e preoccupazione - per i palestinesi. Si fa sempre più concreta, infatti, la possibilità che venga cancellato - o quantomeno rimandato sine die - il voto per Consiglio legislativo palestinese (Plc) atteso a Gaza come in Cisgiordania da oltre 20 anni e più volte annullato anche in passato. Le principali fazioni - Fatah, Hamas e Jihad islamica - si sarebbero riunite in questi giorni al Cairo, in Egitto, raggiungendo il consenso sullo slittamento per problemi organizzativi e di sicurezza che non consentirebbero il voto.
Inoltre il vice-presidente palestinese Hussein Al Sheikh avrebbe inviato una lettera datata 8 ottobre al ministro francese degli Esteri Jean-Noël Barrot, in cui comunica lo slittamento perché “le condizioni politiche, di sicurezza ed economiche previste […] non si sono concretizzate”. Durissima la risposta di Samer Sinijlawi, leader di Masar Jadid, un movimento politico che intende imprimere un indirizzo diverso alla vita politica palestinese spezzando il duopolio Fatah-Hamas. In una nota sottolinea come “i tentativi di annullare o rinviare le elezioni palestinesi destano profonda preoccupazione”. “Da ieri sera - prosegue - siamo in contatto urgente con l’Unione europea per difendere la data elettorale fissata per il 28 novembre. Forse oggi - conclude - siamo i soli in prima linea a difendere le elezioni palestinesi, ma portiamo la voce di un popolo che vuole scegliere i rappresentanti e plasmare il proprio futuro, nonché quella di una generazione in attesa della sua prima occasione per partecipare e portare un cambiamento”.
Le elezioni previste per novembre riguardano l'elezione dei 132 membri del Consiglio legislativo, mentre le presidenziali sono state fissate per il primo trimestre del 2027. La Commissione elettorale centrale ha aperto il 26 settembre la presentazione delle candidature per Cisgiordania e Gaza; il periodo per la presentazione delle candidature scadrà il 13 ottobre. Gli aventi diritto al voto sono circa 2,97 milioni di palestinesi: di questi, circa 1,59 milioni risiedono in Cisgiordania, 1,24 milioni nella Striscia e circa 140mila sono titolari di documenti di identità di Gerusalemme residenti nella città stessa. In base ai dati del sito ufficiale risultano attualmente censiti 1.032 seggi elettorali, di cui 274 nella Striscia di Gaza e 758 in Cisgiordania.





















