Manila inizia a guardare oltre l'economia delle rimesse

Il 12,5% delle famiglie filippine fonda tuttora il proprio sostentamento su quanto inviato dai componenti emigrati all'estero. Ma i fattori di instabilità internazionale, le forme più stabili di permanenza all'estero di molti migranti e le trasformazioni economiche a Manila stanno cambiando il quadro complessivo con una sensibile diminuzione del contributo percentuale di questa forma di entrate al Prodotto interno lordo.

di Stefano Vecchia

Manila (AsiaNews) - Da lungo tempo nelle Filippine l’emigrazione è promossa con il duplice scopo di fornire un’alternativa al mercato del lavoro interno, spesso informale e mal retribuito e garantito, ma anche e soprattutto per garantire le rimesse con un effetto positivo sull’economia nazionale. Basti pensare che il 12,5% delle famiglie filippine fonda il proprio sostentamento da quanto inviato da componenti all’estero. D’altra parte, i dati segnalano che nel 2024 è stato toccato il massimo delle rimesse, salite a 38,4 miliardi di dollari, equivalenti all’8,7% del Prodotto nazionale lordo.

Si tratta di un record tra i Paesi a più consistente vocazione migratoria; ma diversi fattori segnalano come la dipendenza da questa fonte di ricchezza debba andare verso una revisione. Alcune ragioni sono internazionali, come l’incertezza sulla stabilità di aree sensibili, a partire da quella mediorientale, tradizionale polo di attrazione per i filippini all’estero per lavoro. Ma anche la possibilità espressa recentemente dal presidente Trump che sugli immigrati venga imposta una tassa dell’1% sulle rimesse inquieta una comunità come quella dei filippini negli Stati Uniti che da soli mandano nel Paese d’origine il 40% delle rimesse complessive.

La situazione si è però evoluta nel tempo, come pure le caratteristiche dell’emigrazione, che da episodica o provvisoria è diventata molto spesso stanziale, almeno nei principali Paesi di accoglienza, mentre si è ulteriormente estesa a quasi tutti i Paesi del mondo.

Che la percentuale sul Pil sia andata diminuendo percentualmente dal 2005 e che la sua crescita annua si sia addirittura dimezzata scendendo al 3,3% è un segnale chiaro che il compito assegnato agli “eroi moderni” esaltati dalla politica di governo come sostegno all’economia e alla stabilità sociale debba essere rivisto e rivalutato nel contesto di una realtà che sta sviluppando e sempre più dovrà sviluppare altre fonti di reddito.

È significativo come un Paese come le Filippine, che nella sua storia moderna ha goduto fama di povertà e di forte squilibrio negativo nella bilancia dei pagamenti, sia diventato oggi un “prestatore netto” in dollari. Un elemento entrato in gioco recentemente è l’esternalizzazione dei processi aziendali con un impatto positivo sui costi e sui ricavi; ma da tempo il “volano” delle rimesse ha attivato anche un incremento dei consumi interni che è diventato in sé una fonte consolidata di crescita economica.

Altri elementi concorrono a considerare il graduale affrancamento dalle rimesse dei migranti. Da un lato sono note le conseguenze sociali della permanenza di circa 10 milioni i filippini all’estero e di questi circa la metà residenti permanentemente fuori dall’arcipelago. A questo riguardo, è significativo che non vi siano statistiche ufficiali sulle ricadute negative anche economiche, in termini individuali o collettivi, sia per i migranti, sia per le comunità di appartenenza.

I rischi di sfruttamento o abusi sono pure ben noti, come lo sono i rischi Legati a crisi locali o conflitti che a loro volta pongono nell’incertezza del reddito i migranti e le loro famiglie. Infine, la persistenza della dipendenza dalle rimesse impedisce o limita lo sviluppo del mercato del lavoro, che con investimenti consistenti nei settori produttivi e nel terziario supplisca all’insufficienza delle remunerazioni e garantisca ai filippini migliori possibilità di impiego in patria. Necessaria e sempre più rilevata è anche un’adeguata preparazione di chi riceve le rimesse, affinché queste somme in denaro non soddisfino solo il sostentamento o alimentino spese improduttive, ma diventino fonte di investimento per le famiglie partecipando a un circolo virtuoso che in prospettiva elimini la necessità dell’emigrazione.

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