Manila (AsiaNews) - La transizione verso energie più pulite “non deve avvenire a discapito delle comunità indigene, delle loro terre ancestrali e dell’ambiente”. È il monito lanciato dalla Conferenza dei vescovi filippini (Cbcp) in risposta a una questione di rilevanza crescente e che riguarda una parte consistente e originaria della popolazione nativa. Mons. Moises Cuevas, vescovo di Calapan e presidente della Commissione per le popolazioni indigene (Cbcp-Ecip), e mons. Prudencio Andaya Jr., vescovo di Cabanatuan sottolineano come “la crescente domanda di minerali critici non deve giustificare spostamenti forzati”. Inoltre, prosegue la nota, le politiche di sviluppo non devono causare “distruzione ambientale o violazioni dei diritti delle popolazioni indigene”.
Vescovi coi nativi
“Un futuro più verde non può essere costruito sull’ingiustizia” hanno dichiarato i vescovi in un comunicato congiunto in occasione della celebrazione nazionale della Domenica delle popolazioni indigene, lo scorso 11 ottobre. I prelati hanno inoltre invocato un consenso che sia “autentico, libero, preventivo e informato”, oltre alla “tutela dell'ambiente e una partecipazione significativa delle comunità indigene alle decisioni che riguardano le loro terre e i loro mezzi di sussistenza”.
I vescovi hanno poi segnalato le minacce derivanti da “industrie estrattive, grandi infrastrutture, espansione dei combustibili fossili e cambiamento climatico, sottolineando come le comunità indigene subiscano spesso le conseguenze più gravi di danni ambientali, inondazioni e siccità”. Al contempo hanno esortato gli enti governativi a “proteggere i territori ancestrali, a far rispettare le tutele ambientali e a garantire la responsabilità nei progetti di sviluppo”.
La dichiarazione ha quindi posto l’accento sulla comunità Aeta di Sitio Bacao, a Palayan City (Nueva Ecija), i cui membri sono stati costretti ad abbandonare le loro case a seguito dell’eruzione del Monte Pinatubo nel 1991. Grazie al sostegno della Chiesa, la comunità ha ricostruito la propria vita attraverso il rimboschimento, orti comunitari e progetti di sostentamento, contribuendo al ripristino dell'ambiente, hanno affermato i vescovi. “Le popolazioni indigene - ammoniscono - non sono semplici beneficiari di assistenza, ma partner, portatrici di saggezza culturale e attori attivi nella costruzione del proprio futuro”.
Infine, la nota Cbcp esprime preoccupazione per la discriminazione, la perdita dei mezzi di sussistenza, le minacce all’identità culturale e l’inadeguata attuazione delle tutele esistenti per le comunità indigene. In risposta, i vescovi invitano “la società civile e l’opinione pubblica a sostenere le iniziative guidate dalle comunità e a difendere i diritti degli indigeni”, aggiungendo che la tutela dell'ambiente “deve andare di pari passo con la giustizia sociale”. La celebrazione nazionale, promossa dall’Ecip e dalla diocesi di Cabanatuan, si è conclusa con la piantumazione di alberi autoctoni ed endemici nei pressi della Missione di Bacao. Un modo per rilanciare l’impegno di una Chiesa che deve guardare “oltre” le ricorrenze annuali, per tradursi in un “sostegno costante e in azioni concrete per proteggere le comunità indigene e le loro terre ancestrali”.
Tensioni irrisolte
Il tema della transizione energetica nelle Filippine verso le energie rinnovabili - con obiettivi del 40% entro il 2035 e il 50% entro il 2050 - e le conseguenze su terre e beni delle popolazioni indigente è da tempo al centro dell’attenzione della Chiesa filippina e di gruppi attivisti. Le politiche impresse dal governo di Manila ha innescato forti tensioni, scontrandosi con i diritti dei popoli indigeni i cui territori ancestrali coprono fino a 14 milioni di ettari e circa la metà delle foreste vergini dell’arcipelago.
Fra le conseguenze maggiori legate ai conflitti irrisolti vi sono: sovrapposizione territoriale, laddove tutta una serie di progetti idroelettrici, di stoccaggio energetico, di parchi eolici e solari sorgono all’interno o nei pressi di domini ancestrali. Esperti e studiosi sottolineano anche la questione riguardante la mancanza di consenso: a dispetto delle leggi che garantiscono il diritto al “consenso libero, previo e informato” (Free, Prior, and Informed Consent, Fpic), infatti, diverse comunità denunciano cantieri e disboscamenti senza la piena approvazione della Commissione nazionale sui popoli indigeni (Ncip) o delle tribù. Fra i popoli indigeni più colpiti troviamo gli Isneg a Ilocos Norte e Apayao.
Vi è poi la questione relativa alle miniere e ai “minerali della transizione”, laddove l’estrazione di Nichel - necessario per i veicoli elettrici - a Palawan e in altre aree ha causato la distruzione di terreni agricoli, inquinamento delle acque e lo spostamento forzato delle comunità locali. A questo si aggiungono episodi meglio noti come “red-tagging”, ovvero la falsa accusa di legami con insurrezioni e la militarizzazione contro gli ambientalisti. Infine emerge con crescente preoccupazione un impatto sproporzionato su donne e giovani: la perdita di mezzi di sussistenza, infatti, costringe spesso gli uomini a emigrare per lavoro, caricando le donne della protezione dei territori e obbligando i giovani a lasciare la scuola per aiutare le loro famiglie.
Fronte comune
In risposta ad una questione che si fa sempre più stringente e attuale, sono state formulate alcune proposte che puntano ad unire sia “risposte istituzionali” che “iniziative comunitarie”. La Ncip, in particolare, ha introdotto un approccio chiamato Adres (Ancestral Domain Renewable Energy Systems) per allineare la mappatura delle risorse e favorire un coinvolgimento politico indigeno prima di avviare gli investimenti. Al riguardo sono stati elaborati progetti pilota con un fondo pubblico di circa 400 milioni di pesos (poco più di 5,7 milioni di euro).
In una prospettiva di elaborazione di modelli comunitari sostenibili, diverse organizzazioni come la Right Energy Partnership with Indigenous Peoples e tribù indigene fra cui gli Isneg ad Apayao stanno sviluppando sistemi di micro-idroelettrico gestiti direttamente dalle comunità. In questo caso l’obiettivo, come spiegano i promotori, è di “affermare la sovranità energetica alle proprie condizioni”. Vi sono infine i numerosi appelli della Chiesa e della società civile filippina, come quello pubblicato dalla Cbcp nei giorni scorsi. I vescovi e gruppi per i diritti umani come Katribu e Legal Rights and Natural Resources Center continuano a invocare tutele giuridiche reali, riconoscimento effettivo dei titoli ancestrali e una quota equa dei benefici economici derivanti dai progetti “green”.




















