Jakarta (AsiaNews) - Mettere immediatamente fine a tutti gli attacchi ed esplosioni di violenza a Papua; avviare un dialogo autentico in difesa della dignità umana. È l’appello lanciato dal vescovo della diocesi di Timika (reggenza di Mimika) mons. Bernardus Bofitwos Baru, dell’Ordine di Sant’Agostino, all’indirizzo del presidente indonesiano Prabowo Subianto e al comandante delle forze armate (Tni) gen. Agus Subiyanto. “Per il bene della dignità umana, smettete di uccidere i miei fratelli papuani e cercate il dialogo per risolvere il problema” ha affermato il vescovo, intervistato da AsiaNews dopo i recenti omicidi che hanno visto la morte di almeno 15 o 16 persone negli altipiani di Papua.
Durante l’omelia alla messa di ordinazione sacerdotale celebrata il 18 ottobre scorso nella parrocchia di san Pietro SP3, a Timika, mons. Bernardus ha ricordato che gli esseri umani a Papua “sono creature di Dio, non creazioni dei governanti da uccidere a piacimento”. Il prelato ha quindi rivolto un appello ai leader affinché usino la loro coscienza e scelgano vie pacifiche per risolvere i conflitti. “Il governo - ha affermato - deve sedersi al tavolo con il popolo, la Chiesa e i vescovi di Papua per cercare soluzioni umanitarie e giuste”. Il primo vescovo agostiniano indonesiano ha poi osservato che molti sacerdoti hanno paura di parlare, di fronte a “lupi armati” che mettono a tacere la verità. “Eppure - ha insistito - un vero sacerdote deve avere il coraggio di dire la verità, perché il suo comandante è Cristo crocifisso, non il potere militare di Jakarta”.
La Papua è situata nella parte occidentale dell’isola di Nuova Guinea; l’Indonesia l’ha annessa nel 1969 dopo un controverso referendum. Da allora ribolle un’insurrezione armata di bassa intensità tra ribelli separatisti e Forze indonesiane. Nel 2021 si è registrato un aumento degli scontri dell’80% rispetto al 2020, ma focolai di tensione e di violenza continuano a infiammare la regione a fasi alterne: il 17 ottobre scorso l’esercito indonesiano ha ucciso 14 combattenti papuani in una operazione per liberare il villaggio di Soanggama dal controllo dei separatisti, in una delle regioni più povere del Paese a dispetto delle ricchezze nel sottosuolo fra cui gas naturale, rame e oro. Il Movimento Papua Libera lotta per l’indipendenza da quando l’area è sotto il controllo di Jakarta, con voto supervisionato dall’Onu, dopo il dominio coloniale olandese. Per i separatisti le vittime sono 15, fra cui tre combattenti e 12 civili.
Mons. Bernardus ha proseguito sottolineando come il conflitto armato - che da decenni imperversa in Papua - derivi “dagli interessi degli investitori e dallo sfruttamento delle risorse naturali”. Al riguardo, il presule ha condannato il sequestro di due milioni di ettari di terra indigena a Merauke, nella provincia di Papua Meridionale, nell’ambito del Progetto Strategico Nazionale, che “priva le persone delle loro case e minaccia migliaia di specie”. Citando il teologo Ignacio Ellacuría SJ, ha descritto il popolo papuano come “popolo crocifisso”, oppresso e privato dei propri diritti da sistemi economici e politici sfruttatori. “Se i cattolici e i cristiani non hanno il coraggio di portare la croce e difendere gli oppressi, siamo nuovi Giuda - ha affermato - che partecipano alla crocifissione di Cristo”. Il vescovo, nato a Papua e un dottorato in Missiologia presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma (2018), ha invitato tutti i fedeli a pregare per gli oltre 80mila papuani sfollati e a lasciare che lo spirito pasquale porti nuova speranza: “Che il popolo di Papua - ha concluso - non sia più ucciso o privato del suo diritto alla vita come esseri umani creati a immagine di Dio”.
















