Scompare in Thailandia un altro attivista laotiano in attesa dell’asilo

Khieo Lapchanh, 26 anni, era atteso dall'agenzia Onu per i rifugiati il giorno dopo la sua scomparsa. Aveva ricevuto minacce dopo aver pubblicato video critici verso il governo del Laos. Il caso riaccende i riflettori sulla sorte dei dissidenti laotiani all’estero e sulla protezione offerta dalla Thailandia.

Bangkok (AsiaNews) - È scomparso in Thailandia poco prima del colloquio per la richiesta di asilo con l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr). Khieo Lapchanh, 26 anni, è un attivista laotiano di cui si sono perse le tracce il 15 settembre. Secondo la Manushya Foundation, che il 18 settembre ha denunciato la sua scomparsa alla polizia, le telecamere della sua abitazione mostrano che Khieo non è rientrato a casa dopo aver terminato il turno, intorno alle 2 di notte Il giorno successivo avrebbe dovuto presentarsi negli uffici dell’agenzia Onu per i rifugiati, ma non ci è mai arrivato. Il suo caso si aggiunge a quello di altri attivisti laotiani scomparsi mentre erano in attesa di essere reinsediati o di ottenere una forma di protezione internazionale. 

Khieo era arrivato in Thailandia nel 2019 e dalla fine dello scorso anno aveva iniziato a pubblicare su Facebook video critici nei confronti del governo del Laos. La sua pagina Facebook, Khiew Chennel, aveva raggiunto circa 159mila follower. Tra i suoi bersagli c’era in particolare la famiglia Siphandone, che da decenni controlla la politica laotiana: l’attuale primo ministro è Sonexay Siphandone, figlio dell’ex presidente Khamtay Siphandone, mentre la sorella, Viengthong Siphandone, occupa il ruolo di vicepresidente del Laos.

Secondo la Manushya Foundation, organizzazione che si occupa di diritti umani nel sud-est asiatico e che ha lanciato un appello per ritrovare il giovane, Khieo aveva ricevuto minacce di morte ed era stato vittima di campagne di intimidazione online. Sui social erano stati diffusi i suoi dati personali ed erano circolati anche contenuti manipolati con l’intelligenza artificiale che lo ritraevano in scene violente. Khieo aveva ridotto la sua attività sui social dopo che alcuni funzionari laotiani si erano recati due volte a casa della madre, ha riferito ancora la fondazione. 

Altri dissidenti negli ultimi anni hanno subito un destino simile. Nell’agosto 2019 era scomparso a Bangkok Od Sayavong, membro del gruppo Free Lao, una rete di dissidenti e attivisti che chiede riforme per superare il governo a partito unico comunista del Laos. Anche Od Sayavong era in attesa di essere reinsediato in un Paese terzo. Nel maggio 2023 il corpo di Bounsuan Kitiyano, riconosciuto dall’Unhcr come rifugiato e anch’egli appartenente a Free Lao, era stato invece ritrovato morto nella provincia di Ubon Ratchathani, vicino al confine con il Laos. L’uomo presentava tre ferite da arma da fuoco e stava progettando di trasferirsi in Australia. Finora non sono stati indicati i responsabili dell’omicidio. 

Da tempo la Thailandia non dimostra di essere un Paese sicuro per i dissidenti provenienti dal resto della regione. Un rapporto del 2024 di Human Rights Watch sostiene che dal 2014 sono stati documentati in Thailandia almeno 25 episodi di repressione transnazionale, che includono violenze, rapimenti e sparizioni forzate. In alcuni casi gli oppositori politici sono anche stati consegnati alle autorità dei loro Paesi d’origine.

A rendere più vulnerabile la posizione dei richiedenti asilo è anche il quadro giuridico thailandese. Bangkok accetta la presenza degli uffici dell’Unhcr, ma non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, per cui chi chiede asilo è comunque considerato un immigrato irregolare e resta esposto al rischio di rimpatrio. Il mese scorso il governo thailandese ha introdotto una nuova regolamentazione per rendere più rapide ed efficienti le procedure di espulsione degli stranieri che violano la legge. 

Nel gennaio 2022 Khoukham Keomanivong, un altro membro di Free Lao, era stato arrestato per aver superato la durata del visto nonostante fosse in possesso di una tessera dell’Unhcr che lo riconosceva come rifugiato. Il suo rimpatrio in Laos era stato evitato solo grazie all’intervento di alcune associazioni della società civile. 

Ma i dissidenti laotiani vengono perseguitati anche in altri Paesi. Joseph Akaravong, un rifugiato politico in Francia dal 2022, lo scorso anno è scampato a un tentato omicidio nei suoi confronti dopo essere stato accoltellato al petto e alla gola. 

Il 23 settembre, otto giorni dopo la scomparsa di Khieo, oltre 130 esperti delle Nazioni unite sui diritti umani hanno rivolto un appello per rafforzare le misure contro le forme di persecuzione transnazionale, chiedendo allo stesso tempo di accelerare le procedure di asilo, reinsediamento e rilascio di visti umanitari per le persone a rischio. Nel documento gli esperti sottolineano inoltre il crescente utilizzo di strumenti digitali, dai social network ai software di sorveglianza e ai malware, per colpire gli attivisti anche oltre i confini nazionali. 

Secondo alcuni osservatori, la repressione del governo comunista laotiano è favorita dal taglio dei fondi per la cooperazione internazionale da parte degli Stati Uniti. Con la fine dei finanziamenti dello Usaid, i rifugi per gli attivisti e i difensori dei diritti umani provenienti da Laos e Cambogia, gestiti dalla Manushya Foundation sono in crescente difficoltà, ha avvertito il presidente dell’associazione. Secondo gli stessi osservatori, il ridimensionamento del sostegno da parte di Washington lascia maggiore spazio a Pechino, principale fonte di investimenti e assistenza allo sviluppo del Laos.

Il Paese è governato dal 1975 dal Partito rivoluzionario popolare laotiano. Il primo caso noto di un attivista scomparso è quello di Sombath Somphone, risalente al 2012. Da allora sono però stati documentati almeno 10 omicidi o tentati omicidi nei confronti di oppositori politici in Laos. 

Il tema è particolarmente rilevante alla vigilia di un appuntamento importante per il Paese del sud-est asiatico, che il 24 novembre dovrebbe formalmente uscire dalla categoria delle nazioni meno sviluppate dell’Onu. Diversi attivisti laotiani in esilio chiedono però che il riconoscimento dei progressi economici sia accompagnato da una maggiore attenzione alle libertà civili e alla situazione dei diritti umani nel Paese. Il timore è che la celebrazione della crescita economica possa finire per oscurare le persistenti restrizioni alle libertà politiche. 


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