Singapore (AsiaNews) - Le Nazioni unite stanno mettendo a punto una strategia di risposta alle ondate di calore prendendo spunto da pratiche e sistemi di raffreddamento già adottati in Asia, dove il problema è già presente da anni e colpisce soprattutto le persone più povere e vulnerabili. L’annuncio di una “Global Heat Resilience Roadmap” è arrivato oggi 17 settembre a Singapore, dove il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (UNEP) ha riunito oltre 60 Paesi per la prima Global Cooling Pledge Assembly, il forum nato in seguito all’impegno che oltre 70 Stati si sono assunti per tagliare del 68% ed entro il 2050 le emissioni legate all’utilizzo dei condizionatori.
L’Onu si trova ad affrontare un paradosso: l’aria condizionata permette di salvare vite nei periodi di caldo estremo, ma il suo uso sempre più diffuso rischia di aggravare il problema che dovrebbe risolvere. Il raffrescamento pesa già per circa il 20% dei consumi elettrici mondiali mentre, secondo le ultime statistiche dell’UNEP, la capacità globale di raffrescamento potrebbe più che triplicare entro il 2050. E se non ci saranno miglioramenti in termini di efficienza energetica, significa raddoppiare i consumi legati al condizionamento, mandare sotto stress le reti elettriche e aumentare le emissioni. Secondo dati dell’UNEP del 2023, già 1,2 miliardi di persone in Africa e in Asia vivono ad alto rischio perché non hanno accesso adeguato al raffrescamento.
Un rapporto della Banca mondiale pubblicato a fine luglio calcola che il caldo estremo costa già all’Asia meridionale l’equivalente di 31 milioni di posti di lavoro a tempo pieno ogni anno, e potrebbe ridurre l’economia della regione di quasi il 7% entro il 2050. Entro il 2070, circa 520 milioni di persone in Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal e Sri Lanka potrebbero essere esposte ad almeno un mese di caldo pericoloso all’anno, una cifra quattro volte tanto il numero di persone esposte oggi. Solo a Dhaka, il caldo estremo elimina già l’equivalente di 465mila posti di lavoro l’anno, un dato che secondo la Banca mondiale raddoppierà entro il 2080.
L’impatto, però, non è uguale per tutti. L’Organizzazione mondiale della sanità indica come più esposti chi non può permettersi il raffrescamento e chi lavora fisicamente all’aperto: per queste persone il caldo significa meno produttività, meno reddito e più problemi di salute o rischio di incidenti. La Banca asiatica di sviluppo (ADB) nel 2024 calcolava che in Asia-Pacifico il 60% in più delle donne rispetto agli uomini non ha accesso a metodi di raffrescamento, e le donne sono sovrarappresentate proprio nei lavori informali, agricoli e domestici più esposti al caldo: in Cambogia, il 22% delle lavoratrici tessili intervistate ha detto che il caldo compromette la propria capacità di lavorare, e il 67% che il caldo in casa ne danneggia la salute. Nel 2024 il caldo ha costretto a chiudere le scuole in Bangladesh, Cambogia e Filippine, interrompendo l’istruzione di oltre 63 milioni di bambini. Un rischio che l’ADB ritiene possa colpire in maniera sproporzionata le ragazze, per le quali un’interruzione temporanea si traduce più di frequente con un abbandono scolastico permanente.
Di fronte a questi numeri, moltiplicare i condizionatori non è una soluzione sostenibile secondo le Nazioni unite. Per questo l’UNEP, insieme all’ASEAN, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico, sta lavorando a una “Roadmap for Passive Cooling” che promuove un approccio in prima istanza passivo. Significa valutare l’orientamento degli edifici, l’ombreggiamento, l’isolamento e la ventilazione naturale; solo dopo, se necessario, il condizionamento meccanico. Secondo l’UNEP queste strategie possono abbassare le temperature interne di 2-4°C in condizioni normali, fino a 8°C negli edifici meglio progettati, con risparmi energetici tra il 20 e il 50%.
Ma in Asia meridionale ci sono diversi progetti già attivi. L’India, che è tra i Paesi più esposti alle ondate di calore, ha adottato già nel 2019 un piano nazionale sul raffreddamento che punta a tagliare la domanda di condizionatori del 25% entro il 2037-38. Ad Ahmedabad, dopo la devastante ondata di calore del 2010, circa 7mila abitazioni a basso reddito sono state dotate di tetti bianchi riflettenti. Secondo l’UNEP questo intervento ha salvato circa 1.100 vite all’anno. Un nuovo studio partito nel 2025 su 400 famiglie che vivono in baraccopoli sta ora misurando gli effetti di questi tetti su temperatura interna, salute e bollette elettriche; i primi riscontri raccolti sul campo indicano già case più fresche e consumi ridotti.
A Dhaka, in Bangladesh, uno studio ha invece simulato quattro interventi di raffrescamento passivo (tetto verde, tetto bianco, tetto bianco isolato, ombreggiatura) su una fabbrica tessile priva di aria condizionata. Tutti hanno abbassato la temperatura interna di circa 2°C in media, e hanno ridotto fino a 603 ore l’anno il tempo in cui lo stress da calore superava le soglie di sicurezza per un lavoro moderato, per l’equivalente di circa 75 giornate lavorative da otto ore. Un altro studio più recente sui tetti riflettenti di Dhaka invita però alla cautela: da solo, un tetto bianco riduce la temperatura superficiale di appena 0,57°C nel pomeriggio e può alterare la circolazione dell'aria, per cui va accompagnato da verde urbano e altre misure.
Singapore rappresenta l’estremo opposto: un Paese ricco dove il condizionamento resta di fatto necessario. La città-Stato sta puntando quindi all’efficientamento, con sistemi di raffrescamento centralizzato - un’unica centrale che distribuisce acqua refrigerata a più edifici - che a Marina Bay hanno già portato risparmi energetici superiori al 40% secondo un comunicato del 2016. Ha inoltre annunciato l’apertura di oltre 300 centri di raffrescamento pubblici durante le ondate di calore e durante il forum della Global Cooling Pledge Assembly oggi ha ricevuto dall’UNEP il primo “Cool Leaders Award”, assegnato anche agli Emirati Arabi Uniti e alla presidente del più grande produttore mondiale di condizionatori, la cinese Gree Electric Appliances.
La Banca mondiale sottolinea inoltre che in Asia meridionale gli edifici tradizionali erano spesso progettati per sfruttare tecniche di raffrescamento passivo, come l’ombreggiamento, e la ventilazione naturale. Tuttavia, con la recente urbanizzazione, materiali tradizionali come argilla, legno e bambù sono stati in molti casi sostituiti da cemento, acciaio e vetro, aumentando la ritenzione del calore e la dipendenza dai condizionatori. La sfida a cui l’UNEP cerca di rispondere è fare in modo che l’Asia riesca a rinfrescarsi senza ripetere un errore del genere su scala ancora più ampia.




















