Kathmandu (AsiaNews) - Bhim Chand è un operatore turistico nepalese che dopo una lunga esperienza come guida, da tempo ha deciso di metterla al servizio della tutela ambientale (e delle spedizioni scientifiche che provenienti da vari Paesi operano nell’Himalaya nepalese). La mattina del 26 agosto, quando la piena devastante ha colpito il bacino del Bhotekoshi nella regione del Lantang confinante con il Tibet spingendosi oltre a tagliare in due il paese nella direttrice Est-Ovest, si trovava nelle vicinanze e ha deciso di verificare di persona la situazione.
“Ho iniziato a seguire le terribili notizie dell’ultim’ora... Il nostro team di scienziati, tra cui sismologi e idrometeorologi, suggeriva di percorrere la valle in direzione dell'area colpita dall'alluvione, ma io ho proposto di evitare il fondovalle; abbiamo quindi seguito un percorso in quota per restare al sicuro. Quello che abbiamo visto andava oltre ogni immaginazione. Non avevo mai visto in vita mia un'inondazione lampo così devastante, un torrente di fango, sabbia e massi che correva alla velocità di un proiettile. Per la popolazione non c’è stata alcuna possibilità di scampo. La stretta valle a monte (per circa 50 chilometri, vicino alla zona di confine con il Tibet) è ad alto rischio. La velocità dell’inondazione e la conformazione della valle a monte, stretta e fiancheggiata da ripide pareti rocciose, hanno impedito di cercare riparo in quota. Più in basso, invece, le ingenti perdite di vite umane sono state causate dalla negligenza: gli abitanti avrebbero potuto raggiungere luoghi sicuri, ma hanno ignorato gli avvisi lanciati dalla polizia e dagli elicotteri con un anticipo di 15-20 minuti”.
Oggi, a distanza di due settimane dall’evento, la conta dei morti e dei dispersi è lontana dall’essere definitiva. Anche la definizione dei danni, per quanto immensa, rende impossibile individuare una prospettiva a breve o medio termine. Che cosa sta facendo il governo nepalese?
“L’intero sistema locale è collassato (niente elettricità, niente internet, niente cibo, niente rifugi, strade interrotte, nessun ponte è rimasto in piedi...). È difficile quantificare le perdite subite. Attualmente, le priorità riguardano la gestione della fame, degli alloggi, dell’assistenza sanitaria e della distribuzione di beni essenziali. Il governo sta cercando di organizzare i soccorsi in collaborazione con istituzioni e organizzazioni nazionali e internazionali. Alcuni servizi hanno ripreso a funzionare ma la produzione idroelettrica, con una dozzina di impianti e migliaia di addetti, centrale all’economia locale e nello svolgimento dei soccorsi, è ora ferma. Vi erano centri abitati dotati di scuole, banche e istituti finanziari, presidi sanitari e uffici governativi, oltre a località turistiche e ricettive lungo le rive del fiume, come Syabrubesi. La valle contava circa sessanta ponti, tra strutture carrabili e ponti sospesi. Lungo il corso del fiume si estendevano terreni agricoli fertili, dove le coltivazioni di riso erano ormai prossime alla maturazione”.
Anche una serie di casualità hanno aggravato la situazione e il bilancio delle perdite, sia di vite, sia economiche…
“La valle è attraversata dalla strada che collega al confine con la Cina; al momento del disastro, circa 900 veicoli nuovi (in gran parte piccoli veicoli elettrici) erano in attesa di sdoganamento. Molti camion trasportavano beni di prima necessità verso Kathmandu in vista delle più importanti festività nepalesi: Dashain e Tihar (Deepawali). Molti pellegrini, provenienti da diverse parti del Nepal, dall’India e da molti altri Paesi, erano in viaggio per partecipare alle celebrazioni e agli eventi legati alla luna piena, previsti in numerosi luoghi sacri indù e buddhisti dell’Himalaya (tra cui il lago sacro di Gosainkund, a 4.380 metri di altitudine, il Monte Kailash, Betrawoti, vari templi dedicati a Shiva e alla dea Durga). Erano presenti anche turisti asiatici e occidentali in viaggio da o verso la Cina”.
Dopo l’emergenza che potrebbe essere prolungata, sarà il tempo delle valutazioni, di carattere ambientale, che peraltro già si affacciano nelle dichiarazioni politiche e nel dibattito interno al Paese. Qual è per la sua esperienza il problema primo all’origine del disastro?
“Per me il problema principale è il cambiamento climatico di origine antropica. L'Himalaya (la “dimora delle nevi”), principale riserva idrica del pianeta, sta subendo gli effetti delle attività umane. Nella regione dell'Hindu Kush-Himalaya vi sono circa 40 laghi glaciali a rischio di esondazione catastrofica. Le aree a maggior rischio includono la valle del fiume Koshi (a Est), le valli dei fiumi Trishuli, Budhigandaki e Marsyangdi (nel Nepal centro-orientale), le valli dei fiumi Mugu, Humla e Bheri (nel Nepal centro-occidentale) e la valle del fiume Mahakali (nell'estremo Ovest del Paese). Le inondazioni causate dalla rottura improvvisa di laghi glaciali (note come Glof - Glacial Lake Outburst Flood) rappresentano una criticità fondamentale nella regione himalayana. Non si tratta di inondazioni ordinarie: l’aumento della temperatura provoca un incremento del volume d’acqua nei laghi glaciali, elevando notevolmente il rischio di una rottura improvvisa. D'altra parte, quando un'enorme massa di ghiaccio precipita nel lago glaciale situato sul ghiacciaio attivo, l'argine inferiore del lago cede e l'intera massa d'acqua - un miscuglio di roccia, fango e sedimenti - defluisce rapidamente, sfrecciando a velocità elevatissima lungo la ripida valle fluviale e non lascia scampo”.




















