Cairo: Consiglio Mondiale delle Chiese in campo per il monastero di Santa Caterina

Il comitato centrale a conclusione della riunione in Sud Africa esprime “preoccupazione” sul futuro del millenario luogo di culto. La richiesta dell’invio di una “lettera formale” al presidente al-Sisi per garantire la proprietà ai monaci. Il ministro egiziano degli Esteri difende la sentenza e nega violazioni alla libertà religiosa.

di Dario Salvi

Il Cairo (AsiaNews) - Il comitato centrale del Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc), in un verbale a conclusione della riunione tenuta dal 18 al 24 giugno a Johannesburg, in Sud Africa, ha espresso “preoccupazione” sul futuro del millenario monastero di Santa Caterina in Egitto. Una controversia sulla proprietà della struttura che sorge ai piedi del Monte Sinai e della comunità monastica al suo interno - collegata al Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme - divampata a fine maggio, per una sentenza di tribunale che ne ha sancito l’esproprio. 

Nella nota, redatta in previsione Sesta riunione della Commissione Fede e Ordine Wcc in Egitto, il Comitato Centrale chiede al Segretario Generale di “inviare una lettera formale” al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi in cui si esprime “preoccupazione” per la vicenda. Vi è inoltre la richiesta di un “accordo chiaro e vincolante che riconosca il diritto e il titolo del Santo Monastero sul sito in perpetuo e che garantisca la protezione della vita religiosa e dei doveri della comunità monastica”. Infine, si invoca un appello all’Unesco perché “intervenga per la protezione del Santo Monastero come Patrimonio dell’Umanità e del suo carattere monastico cristiano”.

Ripercorrendo il contenzioso in atto dal 2012, le minacce del Cairo e i tentativi - infruttuosi - di negoziato, “il 28 maggio 2025 è stata emessa una decisione del tribunale che riconosce lo Stato egiziano come proprietario di tutte le parti del sito, compreso il Santo Monastero stesso”. “Di conseguenza, i monaci - prosegue la dichiarazione - sono ora affittuari del loro monastero, che ha operato senza interruzioni per 1.500 anni. La presenza dei monaci nel monastero è precaria, poiché essi vi rimangono sulla base di un permesso di soggiorno annuale, che le autorità egiziane possono decidere di non rinnovare in qualsiasi momento”. Da qui la richiesta di una lettera formale ad al-Sisi per “esprimere la preoccupazione del Wcc su questa questione e per chiedere un accordo chiaro e vincolante che riconosca il diritto e il titolo del Santo Monastero sul sito in perpetuo”.

Sulla questione è intervenuto ieri anche il ministro egiziano degli Esteri Badr Abdelatty, che in un articolo a sua firma pubblicato su un quotidiano ha definito il monastero un “simbolo vitale dell’armonia religiosa e dell’eredità storica” del Paese dei faraoni. Abdelatty ha quindi sottolineato il ruolo del monastero come “faro secolare del dialogo interreligioso e della conservazione spirituale”, definendolo ”una pietra miliare della diversa identità culturale dell'Egitto”. Infine, facendo riferimento alla sentenza della discordia esprime critiche per la “reazione internazionale” che avrebbe “frainteso” il “quadro giuridico” della decisione. Così come è “imprecisa e infondata” l’accusa secondo cui il verdetto contraddice i principi di libertà religiosa.

La conversione è stata ufficializzata a fine maggio, ma è collegata a una vicenda giuridica in atto da tempo che vede opposti i religiosi allo Stato. Una “aggressione”, raccontano le fonti, iniziata durante gli anni al potere dei Fratelli musulmani e proseguita dopo la loro caduta “attraverso pressioni giudiziarie e attacchi” volti a imporne la chiusura. Il verdetto, di cui è stato pubblicato solo un breve estratto criticato dai patriarcati ortodossi di Atene, Gerusalemme e Istanbul, trasferisce la proprietà dell’edificio e dei beni allo Stato e dispone la cacciata dei monaci, che nel frattempo hanno chiuso la struttura al pubblico per protesta. I religiosi potranno “rimanere nel monastero e adempiere ai loro doveri solo fino a quando lo Stato egiziano lo permetterà”.

Costruito tra il 548 e il 565 per ordine dell’imperatore bizantino Giustiniano I, il luogo è  patrimonio dell’umanità Unesco dal 2002. Si tratta del più antico monastero cristiano abitato ininterrottamente nel mondo e sorge nel luogo in cui, secondo la Bibbia, Dio è apparso a Mosè nel roveto ardente, affidandogli le tavole della Legge. Un terreno che ha nutrito santi come Giovanni Climaco e Gregorio del Sinai, conservando il patrimonio archeologico e spirituale più prezioso della cristianità. Tra i molti esempi la celebre biblioteca del Sinai coi suoi antichi manoscritti e la collezione di icone su tavola pre-iconoclastica. In passato Atene ha sostenuto la lotta per la conservazione del monastero, tuttavia, la sentenza ha ribaltato le aspettative e sollevato interrogativi sulle reali intenzioni di una nazione che a parole promette libertà religiosa, diritti alle minoranze e lotta agli estremisti, per poi seguirne le orme.  

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