Mosca (AsiaNews) - Presso la grande sala dell'Accademia teologica di Mosca, all'interno del monastero della Santissima Trinità di San Sergio, si è tenuto il secondo dialogo aperto della serie “Il significato spirituale dell'autocrazia russa: dal principe Andrej Bogoljubskij all'imperatore Nicola II”. La scelta del luogo non è stata casuale: il monastero di San Sergio è il centro spirituale della Russia, dove gli zar russi si recavano per ricevere benedizioni per il loro regno, e durante il periodo seicentesco dei Torbidi il monastero resistette a un assedio di sedici mesi, diventando un pilastro per l'unificazione del Paese.
Gli organizzatori sono stati la Società Ortodossa Imperiale di Palestina (Ippo), la Fondazione di Beneficenza cristiana della misericordia, il monastero di San Sergio, il monastero stavropegico Vvedenskij dell'Ingresso della Madre di Dio nel monastero di Optina Pustyn, il convento stavropegico di Santa Marta e Maria a Mosca e il canale televisivo Spas. Il primo dialogo aperto della serie si era svolto l'estate scorsa a Optina Pustyn e si era concentrato sul periodo principesco; il secondo sul periodo zarista, dall'era di Ivan il Terribile a Pietro il Grande. La serie di incontri si svolge in vista del 145° anniversario della Società Imperiale Ortodossa di Palestina, che verrà celebrato nel giugno 2027.
Oleg Šabunevič, vicepresidente dell'Ippo e presidente del Consiglio di coordinamento della Fondazione di Carità e Misericordia Cristiana, ha letto un messaggio di saluto di Sergej Stepašin, presidente dell'Ippo, a cui è seguita la relazione di Boris Korčevnikov, giovane direttore del canale televisivo ortodosso Spas (“Il Salvatore”), che si è concentrata sul ruolo del santo principe Andrej Bogoljubskij nella formazione dello Stato russo nella seconda metà del secolo XII, e nella transizione dal periodo principesco al regno e da Kiev a Mosca. L'arcivescovo Savva ha posto ai partecipanti una domanda che è diventata il fulcro dell'intera discussione successiva: “dove inizia e dove finisce l'era zarista?”. Delineandone i confini storici, il vescovo ha indicato quando la Rus' si è riconosciuta come regno, e come il sistema zarista abbia infine ceduto il passo a quello imperiale. Il metropolita Matfej di Pskov ha dedicato il suo intervento all'idea di “Mosca come Terza Roma” e all'insegnamento dell’igumeno Filofej agli inizi del ‘500, sulla natura divinamente istituita del governo russo. Dopo la caduta di Costantinopoli, la Rus' si attribuì la missione di custode della fede ortodossa e il governo dei principi e degli zar riconobbe la sua vocazione al servizio di Dio e del popolo.
Il metropolita Kirill di Stavropol, presidente del Dipartimento sinodale per la cooperazione con le forze armate e le forze dell'ordine e capo del Comitato per la cooperazione con i cosacchi, ha ripercorso lo sviluppo di quest'idea attraverso la storia, soffermandosi sull'incoronazione di Ivan IV nel 1547 secondo il rito redatto dal metropolita Makarij, sul riconoscimento della sua dignità regale da parte del patriarca di Costantinopoli e sull'istituzione del patriarcato sotto lo zar Feodor e il reggente Boris Godunov. Ciascuno di questi eventi ha “affermato la Russia come potenza ortodossa e protettrice dell'Oriente ortodosso”. Sergej Perevezentsev, professore presso il Dipartimento di storia dell'università Lomonosov di Mosca, ha presentato importanti conclusioni sulla natura dell'autocrazia russa, ricordando che la società russa del XVI e XVII secolo era piena di contraddizioni, e solo la fede ortodossa univa tutte le classi sociali: “l'autocrazia russa come sistema politico era il più appropriato e l'unico possibile nelle condizioni in cui si trovava la Russia di quei tempi”, ha sottolineato lo storico.
La conclusione principale dell'incontro è stata che la Chiesa e lo Stato nell’impero russo degli zar erano inseparabili, e agivano con un unico spirito. Lo zar è “l'unto di Dio”, chiamato a preservare la fede ortodossa e a servire il suo popolo. Avendo ereditato il patrimonio ortodosso da Bisanzio, Mosca si riconobbe come la Terza Roma, e il potere “come un servizio, non un diritto”. Laddove questa unità si indebolì, il Paese si trovò sull'orlo del baratro, e fu risanato quando il popolo e la Chiesa si riunirono nuovamente attorno alla fede. Gli organizzatori considerano questa unità il significato centrale dell'intera serie di incontri, che condurrà fino ai giorni nostri.



















