Il governo russo ha annunciato a luglio la “miracolosa scoperta” delle reliquie del grande condottiero san Dmitrij Donskoj, vincitore sui tatari presso le rive del Don a fine Trecento; le ha inviate al fronte per sostenere la guerra e ai seggi elettorali per glorificare il regime. La propaganda moderna ritrae Dmitrij come un santo combattente contro la coalizione “occidentale” e un difensore dell'Ortodossia, nella nuova versione della storia “alternativa” che circonda questa figura, che ha iniziato a trasformarsi in mito dopo la morte del principe. Durante la sua vita e per diversi secoli dopo la sua morte, Dmitrij non fu né “Donskoj” né un santo (era in profondo conflitto con molti gerarchi della Chiesa), e definirlo un combattente contro l'Occidente è semplicemente assurdo: all'epoca non esisteva un Occidente unito, e tutti erano in guerra con tutti.
Due mesi fa la sua tomba, nota da tempo, è stata aperta nella cattedrale dell'Arcangelo del Cremlino, e i resti del principe sono stati venerati come reliquie miracolose, anche per lo stato “stupefacente” della loro conservazione. Solo poche settimane dopo, Vladimir Putin ha definito la loro scoperta “un vero prodigio”, e la Duma di Stato ha proposto di inviare alcuni frammenti delle ceneri del santo alle truppe russe in Ucraina. Le autorità russe hanno allora deciso di utilizzare la figura del principe in un contesto attuale: i propagandisti di Russia-1 hanno presentato il khan Mamaj e l'Orda d'Oro, contro cui l'allora principe di Mosca aveva combattuto, come i “rappresentanti dell'Occidente”. L'immagine di Donskoj è diventata quindi l'ennesimo esempio di come, per fini ideologici, una figura storica reale (un altro esempio lampante è il santo principe Aleksandr Nevskij, che sconfisse i Cavalieri Teutonici a inizio Duecento) venga trasformata in qualcosa di completamente diverso.
In realtà, il principe medievale era una figura estremamente controversa, in guerra con i suoi vicini slavi, opprimendo il metropolita ortodosso che si trovava a suo agio con i tatari, e opponendosi solo marginalmente all'Occidente, se si considera la Lituania, all'epoca ancora uno Stato pagano a sua volta in guerra con i Cavalieri Teutonici cattolici, come rappresentante di un mondo avversario della Russia. Del resto, nelle truppe schierate nel 1380 a Kulikovo, il “Bosco delle Beccacce” della battaglia, tatari e lituani si mischiavano in parte con gli eserciti su entrambi i fronti.
Il regno effettivo di Dmitrij fu caratterizzato da molti episodi che mal si conciliavano con l'immagine di un sovrano ortodosso impeccabile. Uno dei più famosi si verificò nel 1368, quando la città di Tver rimaneva la principale rivale di Mosca nella Rus' nord-orientale e il suo principe, Mikhail Aleksandrovič, faceva affidamento su un'alleanza con la Lituania. Dmitrij e il metropolita Aleksij invitarono Mikhail a Mosca per risolvere una disputa sulla sua eredità e gli garantirono la sicurezza baciando la croce, con un giuramento religioso; ciononostante, Mikhail e i suoi boiardi furono arrestati e parte dei possedimenti contesi furono confiscati. La politica di Dmitrij fu dura anche nei confronti dei suoi sudditi e delle terre russe confinanti: nel 1371 dovette raccogliere somme enormi per ottenere uno yarlik dall'Orda, il simbolo del riconoscimento del suo potere. La cronaca annotò il “grande fardello imposto al popolo” che seguì il suo ritorno, e le fonti parlano della devastazione delle terre di Tver. Nel 1375, durante una nuova guerra con Tver, l'esercito di Mosca incendiò la postazione commerciale, le chiese e i villaggi circostanti.
Dopo l'invasione del nuovo khan Tokhtamyš nel 1382, Dmitrij inviò un esercito contro la città di Rjazan, il cui principe era accusato di aver aiutato il khan. Il cronista scrisse che la terra di Rjazan fu devastata e bruciata “più degli eserciti tartari”. Pertanto il principe, passato alla storia principalmente come difensore della Rus' dall'Orda, utilizzò costantemente i metodi di guerra comuni al suo tempo: la devastazione delle terre, la coercizione e la confisca delle proprietà. È anche particolarmente difficile conciliare l'immagine successiva del pio principe con il suo conflitto con il metropolita bulgaro Kiprian; la Chiesa russa era allora subordinata al patriarcato di Costantinopoli, che dopo la morte del metropolita Alessio considerava Kiprian il legittimo capo della metropolia di Kiev-Mosca. Dmitrij si rifiutò di riconoscerlo, e tentò di insediare come metropolita il suo fidato Miziaj. Quando Kiprian si recò a Mosca nel 1378, fu arrestato, umiliato ed esiliato. Lo stesso metropolita scrisse di percosse, saccheggi e carestia, e in risposta scomunicò e maledisse i responsabili.
Nel 1380 Dmitrij fu costretto a riconciliarsi con Kiprian, ma dopo il saccheggio di Mosca da parte di Tokhtamyš lo esiliò nuovamente, e il metropolita fece ritorno nella capitale solo dopo la morte del principe. Le affermazioni sul khan tartaro Mamaj come “rappresentante di un Occidente unito”, e su Dmitrij Donskoj che avrebbe unificato la Rus' di fronte ad esso, non reggono alle critiche più elementari: nell'Europa del XIV secolo semplicemente non esisteva nulla che si potesse definire un intero “Occidente”. Inghilterra e Francia erano impegnate nella Guerra dei Cent'anni, e dal 1378 la stessa Chiesa cattolica romana era divisa tra il papa romano e il papa avignonese. I principati italiani, poi, erano costantemente in guerra tra loro.
La memoria di Dmitrij Ivanovič si è poi sviluppata gradualmente. Inizialmente, era conservata solo all'interno della cerchia familiare dei principi di Mosca; i suoi contemporanei lo conoscevano già come il gran principe Dmitrij Ivanovič di Mosca e Vladimir, ma il soprannome “Donskoj” si affermò solo nel XVI secolo, quando la battaglia di Kulikovo iniziò a essere reinterpretata come l'inizio della lotta di Mosca contro l'Orda. Ivan il Terribile sfruttò in modo particolarmente attivo l'immagine di Dmitrij Donskoj, collegando simbolicamente la sua campagna contro i tartari di Kazan nel 1552 alla vittoria di Kulikovo, e Dmitrij divenne il precursore storico dell'espansione dello Stato moscovita. Nell'Impero russo, Donskoj entrò infine nel pantheon nazionale; l'interesse nei suoi confronti si intensificò durante le guerre napoleoniche e, nel XIX secolo apparvero monumenti, dipinti e opere letterarie che consolidarono la sua immagine di difensore della patria e grande condottiero militare.
Dopo la Rivoluzione del 1917 la componente religiosa scomparve, ma dalla fine degli anni ‘30 Donskoj ritrovò il favore della tradizione patriottica militare sovietica. In un discorso alla parata del 7 novembre 1941, Stalin lo annoverò tra i “grandi antenati”, e durante la Grande Guerra Patriottica fu istituita una colonna di carri armati intitolata a “Dmitrij Donskoj”, finanziata, come fu annunciato, da donazioni di fedeli della Chiesa ortodossa russa. La successiva importante ricorrenza nella memoria di Dmitrij fu il 600° anniversario della battaglia di Kulikovo, ampiamente celebrato dallo Stato guidato da Brežnev nel 1980, che rappresentò anche l'occasione per il ritorno a un'interpretazione religiosa della figura del principe.
La canonizzazione di Donskoj da parte del Concilio della Chiesa russa del 1988, anno del millennio della Rus' e dell’inizio della “rinascita religiosa” ancora sotto Gorbačev, fu più il culmine di un lungo processo che una decisione a sorpresa. A quel tempo, la Chiesa ortodossa russa scelse per lo più figure storicamente e politicamente sicure, per la prima grande serie di canonizzazioni dell'era post-sovietica. L'elenco comprendeva, tra gli altri, Andrej Rublev, Maksim Grek, Paisij Veličkovskij, Amvrosij di Optina e Teofane il Recluso. Si trattava di eroi medievali, monaci, teologi e asceti, la cui glorificazione permise alla Chiesa di ripristinare la propria tradizione storica senza sollevare la questione più controversa per il regime sovietico, quella della persecuzione della Chiesa dopo il 1917.
Dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina nel 2022, la componente sacra ha acquisito ancora maggiore importanza. Nel 2024, il canale televisivo Spas organizzò una processione con le reliquie di San Demetrio di Salonicco, Sant'Aleksandr Nevskij e San Giorgio il Vittorioso, che furono consegnate alle unità militari e alle chiese situate vicino al fronte. Oggi non è tanto il sovrano del XIV secolo in sé ad essere ricercato, quanto l'immagine di un vincitore e difensore dello Stato creata attorno a lui: la sua inclusione nell'attuale rituale militare dimostra come il governo russo stia cercando ulteriori risorse simboliche, per giustificare la sua prolungata aggressione. La guerra moderna viene accostata alle precedenti battaglie “fatidiche”, e ai fallimenti militari e politici viene attribuito un significato più elevato. Ciò significa che i russi dovrebbero essere pervasi da un senso di continuità storica e spirituale, e in una situazione di crescente crisi economica e di massima incertezza nella storia russa degli ultimi vent'anni, i cittadini bramano un miracolo. E il Cremlino sta cercando di soddisfare questo desiderio, tra le altre cose, “scoprendo reliquie”.
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