Bangladesh: la grande crescita economica e l’abisso della povertà

Oscillazioni della borsa, primavera del mondo arabo, tsunami giapponese e allerta nucleare di Fukushima aggravano un’economia forte in potenza, ma ancora fragile. A fianco di un tasso di crescita fisso al 6 per cento, rimane alto il livello di povertà: oltre il 40 per cento su una popolazione di quasi 150milioni di persone.

di Nozrul Islam

Dhaka (AsiaNews) – Un Paese di paradossi: il Bangladesh, nonostante la recente crisi economica, ha mantenuto un tasso di crescita consistente di circa il 6 per cento. Con una popolazione di quasi 150 milioni di persone, di cui il 57 per cento rappresentata da giovani sotto i 25 anni, il Paese vanta una nuova forza-lavoro istruita e qualificata. Ma le sconcertanti oscillazioni della borsa, nei mesi passati, fatte passare in secondo piano da alcuni analisti, hanno penalizzato i piccoli investitori. Il tasso di povertà non è calato, attestandosi sul 40 per cento. Inoltre, l’ondata massiccia di rimpatri dei lavoratori migranti, conseguente alle rivolte nel mondo arabo, e le perdite dei prestiti finanziari del Giappone post tsunami stanno già affliggendo il Paese.

Gli ultimi dati preoccupanti arrivano da fattori esterni. L’instabilità politica della Libia e dei Paesi in Medio oriente, per esempio, hanno già fatto rientrare a casa più di 30mila lavoratori. Per lo tsunami giapponese e l’allerta nucleare di Fukushima, Tokyo ha ritirato, in data da destinarsi, la proposta di finanziamenti per 600milioni di dollari. Di questi, 400milioni sarebbero serviti per la costruzione del Padma Bridge (un ponte di quasi 6 chilometri per connettere il sud-ovest del Bangladesh con la capitale Dhaka, accelerando i tempi di viaggio e incrementando i traffici economici); i restanti 200milioni, per un impianto di trattamento dell’acqua a Khulna. Perdite importanti, perché il Giappone è il maggior donatore bilaterale del Bangladesh, che ogni anno prende impegni per 300-500milioni di dollari.

A fronte di questi problemi, il Bangladesh sembra essere tuttavia un Paese su cui puntare, come ha dimostrato la Banca Mondiale, che lo scorso anno ha prestato allo Stato circa 2,9 milioni di dollari, in particolare per la costruzione di nuove infrastrutture. È un buon momento anche per gli investimenti da parte di Stati stranieri, anche considerando lo status di paradiso fiscale del Bangladesh: il Paese offre il regime di Foreign Direct Investiment (Fdi), per gli incentivi fiscali e non, il più liberale di tutta l’Asia del sud. Un’arma a doppio taglio, perché l’evasione fiscale è altissima e a pagarne le conseguenze sono la gente comune e i piccoli imprenditori.

Molte persone sono state rovinate dall’incredibile oscillazione della borsa. Per mesi essa ha continuato a salire, e alcuni analisti hanno cavalcato l’onda di euforia generale, alimentando la convinzione che investire si sarebbe rivelato la gallina dalle uova d’oro. La gente ha venduto terre o negozi, per andare a Dhaka e cogliere il momento propizio, comprando azioni anche di compagnie malmesse. Poi il crollo, a cui sono seguite manifestazioni e proteste: inutili, perché le oscillazioni della borsa dipendono dal mercato; ma non infondate, perché qualcuno ha giocato con l’ingenuità della gente.

Infine, l’“invito” della Banca centrale alle dimissioni di Yunus – Nobel per la pace, fondatore della Grameen Bank e inventore del microcredito – ha alzato un polverone intorno al governo e al primo ministro Hasina, che potrebbe minare le relazioni dello Stato con i Paesi occidentali, ancora essenziali (04/03/2011, “Giochi politici dietro la richiesta di dimissioni di Yunus, inventore del microcredito”).

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