Delhi, mons. Fernandes: "Il governo riconosca il dolore degli studenti"

Dopo le violenze della polizia contro i manifestanti del Cockroach Janta Party, il vescovo ausiliare di Bombay chiede un'inchiesta indipendente e un'assunzione di responsabilità da parte del governo guidato da Narendra Modi: "Una democrazia forte non teme il dissenso pacifico"

di mons. Savio Fernandes*

A New Delhi migliaia di giovani che sostengono il movimento del Cockroach Janta Party (CJP) continuano, nonostante la pioggia e la repressione della polizia, a presidiare Jantar Mantar, tradizionale ritrovo per le manifestazioni. Ieri anche i leader del principale partito d'opposizione, il Congress, guidati da Rahul Gandhi e Mallikarjun Kharge, hanno manifestato davanti alla residenza del primo ministro Narendra Modi chiedendo le dimissioni del ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan, del ministro dell'Interno Amit Shah e dello stesso premier. Gandhi e altri parlamentari sono stati fermati dalla polizia e rilasciati poche ore dopo. Intanto le manifestazioni si stanno estendendo anche ad altre città, da Mumbai a Bengaluru, da Hyderabad ad Ahmedabad. In riferimento a queste vicende, pubblichiamo integralmente una riflessione inviata ad AsiaNews da mons. Savio Fernandes, vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Bombay.

Le cariche della polizia a Jantar Mantar: un giorno nero per la democrazia indiana

Gli eventi che si sono verificati a Jantar Mantar lunedì 20 luglio 2026 dovrebbero interrogare la coscienza di ogni indiano che crede nella democrazia. Essi gettano un'ombra inquietante proprio su quei valori democratici che l'India considera parte della propria identità. I video che circolano dal luogo della protesta sembrano mostrare agenti di polizia mentre usano la forza contro giovani che, nelle immagini disponibili, appaiono impegnati in una manifestazione pacifica ispirata ai principi gandhiani. Se quei filmati restituiscono fedelmente quanto accaduto nel suo complesso, essi sollevano interrogativi molto seri sulla proporzionalità della risposta delle forze dell'ordine e sulla tutela dei diritti costituzionali.

I manifestanti erano cittadini che esercitavano quello che ritenevano essere un diritto garantito dalla Costituzione: riunirsi pacificamente ed esprimere il proprio disagio di fronte a un sistema educativo che giudicano bisognoso di urgenti riforme. La protesta riflette la frustrazione di tanti studenti che denunciano mesi di incertezza, ansia e sofferenza emotiva provocati dalle ripetute irregolarità negli esami e dalle fughe di notizie sui test. Sulla base dei video e delle informazioni disponibili pubblicamente, la risposta delle autorità è apparsa a molti osservatori fondata più sull'uso della forza che sul dialogo.

Dietro questa mobilitazione si cela una tragedia umana ancora più profonda. Le presunte irregolarità negli esami e le continue notizie di diffusione delle risposte alle domande hanno compromesso i sogni di moltissimi giovani che hanno dedicato anni di studio alla preparazione dei concorsi pubblici. Le notizie di studenti che si sono tolti la vita, schiacciati dallo stress, dall'incertezza e dalla disperazione provocati da un futuro continuamente rimesso in discussione, hanno profondamente colpito la coscienza del Paese. Stabilire se ciascuna di queste tragedie possa essere attribuita direttamente agli scandali degli esami richiede un'attenta verifica. Tuttavia, pochi metterebbero in dubbio che il ripetersi di queste vicende abbia provocato un enorme peso psicologico ed emotivo su migliaia di giovani. Agli occhi di molti osservatori, quanto accaduto a Jantar Mantar rischia di aggravare, anziché alleviare, questa sofferenza.

Una democrazia sicura di sé non teme una protesta pacifica. La ascolta. Dialoga con chi manifesta, risponde alle domande più difficili e si assume le proprie responsabilità quando le istituzioni falliscono. Se manifestanti pacifici sono stati davvero sottoposti a un uso sproporzionato della forza, il messaggio che ne deriva è esattamente opposto: che il dissenso debba essere represso invece che ascoltato.

Sono altrettanto preoccupanti le notizie e le accuse secondo cui qualcuno avrebbe tentato di favorire agenti provocatori o di compromettere il carattere pacifico della mobilitazione. Tali accuse meritano un'indagine indipendente e imparziale. Chiunque venga riconosciuto responsabile di atti di violenza o di provocazione, indipendentemente dall'appartenenza politica, deve risponderne davanti alla legge. Lo Stato di diritto deve valere per tutti allo stesso modo.

Tra le immagini più dolorose vi sono quelle che mostrano Sonam Wangchuk mentre viene fermato e portato via dagli agenti, mentre alcuni teli bianchi sembrano impedire alla folla di vedere quanto stava accadendo. Dai soli filmati disponibili non è possibile stabilire se ciò sia avvenuto per ragioni operative di gestione dell'ordine pubblico o per altri motivi. Tuttavia quelle immagini hanno lasciato molti cittadini con una domanda: perché proprio nel momento in cui sarebbe stata necessaria la massima trasparenza si è avuta invece l'impressione che prevalesse la segretezza?

La risposta del governo avrebbe dovuto essere improntata all'umiltà, non sulla difensiva. La fiducia dei cittadini non si ricostruisce attraverso narrazioni mediatiche che promuovono i propri interessi, ma con un confronto sincero con la popolazione. Un governo sicuro della propria legittimazione democratica avrebbe dovuto invitare i rappresentanti dei manifestanti a un dialogo, anziché lasciare che gli eventi degenerassero in scene che hanno sconvolto l'intera nazione.

Questa vicenda non riguarda soltanto una protesta. Riguarda un fenomeno che molti cittadini osservano con crescente preoccupazione: il ripetersi di fallimenti istituzionali accompagnati da un'insufficiente assunzione di responsabilità. Quando il sistema degli esami fallisce, sono gli studenti a pagarne il prezzo. Quando i concorsi vengono rinviati, i giovani perdono anni preziosi della loro vita. Quando le manifestazioni pacifiche vengono percepite come represse con la forza, anche la fiducia nelle istituzioni democratiche rischia di indebolirsi.

Il governo deve al Paese qualcosa di più di semplici spiegazioni. Se contro manifestanti pacifici è stata usata una forza eccessiva, i responsabili devono essere identificati e chiamati a risponderne. Occorre un'inchiesta indipendente su quanto accaduto e ogni eventuale violazione della legge o delle procedure che regolano l'operato delle forze dell'ordine deve essere affrontata con trasparenza. Soprattutto, il governo dovrebbe riconoscere il dolore e l'angoscia degli studenti, chiedere scusa qualora sia stato fatto ricorso a un uso illegittimo della forza e impegnarsi affinché il diritto a manifestare pacificamente venga rispettato e non soffocato.

Nessun governo è al di sopra del dover rendere conto alla popolazione. Una vittoria elettorale non autorizza a ignorare le critiche né a considerare il dissenso come un atto di slealtà. I governi esistono per servire il popolo, non il contrario. La forza di una democrazia non si misura dalla capacità di autocelebrarsi, ma dal modo in cui risponde quando i cittadini mettono pacificamente in discussione chi esercita il potere.

La storia insegna che le democrazie non vengono indebolite dal dissenso pacifico, ma dall'intolleranza dei governi nei suoi confronti. Ogni generazione eredita la responsabilità di custodire le libertà costituzionali. Tacere di fronte a ciò che appare come un'ingiustizia significa soltanto favorire l'erosione di quelle stesse libertà.

I giovani dell'India meritano di meglio. Meritano un sistema educativo equo e affidabile. Meritano istituzioni che ispirino fiducia, non ansia. Soprattutto meritano un governo che non li consideri una minaccia da reprimere, ma cittadini la cui voce conta.

Quanto accaduto a Jantar Mantar dovrebbe rappresentare un richiamo per tutti coloro ai quali è affidata la responsabilità delle istituzioni pubbliche e della tutela della nostra democrazia. Chi esercita il potere pubblico deve anche accettare di rispondere delle proprie azioni secondo i più elevati standard.

Assumersi le proprie responsabilità non è un segno di debolezza: è il tratto distintivo di una leadership democratica. Oggi ciò di cui abbiamo bisogno è un esame di coscienza onesto, un'indagine trasparente e imparziale e un impegno chiaro da parte delle autorità a difendere i diritti costituzionali. A chi detiene il potere è richiesto il coraggio di riconoscere gli errori, assumersi le proprie responsabilità e fare in modo che episodi come questi non vengano né minimizzati né archiviati. Sarebbe questo, molto più di qualsiasi tentativo di distogliere l'attenzione dalle legittime preoccupazioni che hanno portato questi giovani nelle strade, a contribuire realmente a ricostruire la fiducia dei cittadini.

*vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Bombay

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