I rohingya sfrattati del Jammu, senza casa e senza futuro

Fuggite dalle persecuzioni in Myanmar, decine di famiglie rohingya sono state sfrattate su pressione delle autoritò indiane, in un clima di crescente pressione sulla presenza dei rifugiati musulmani. Senza uno status giuridico riconosciuto da Delhi, molti rischiano il rimpatrio nonostante la guerra civile birmana ancora in corso.

di Alessandra De Poli

Jammu (AsiaNews) – Centinaia di rohingya che avevano trovato rifugio nella regione di Jammu, nel nord dell’India, sono state sfrattate dai proprietari terrieri su cui sorgevano le loro case. Poi le loro abitazioni sono state smantellate nonostante vivessero nell’area di Narwal e Karyani Talab da diversi anni. E per molte famiglie gli sgomberi hanno comportato anche rinunciare ai piccoli negozi e alle attività informali con cui si sostenevano.

Le testate locali hanno descritto uomini e donne costretti a vendere utensili, mobili ed elettrodomestici per pochi soldi nel tentativo di recuperare qualcosa prima di andarsene. Alcuni residenti hanno valutato persino di attraversare il Bengala occidentale e tornare in Bangladesh, dove molti rohingya vivono in enormi campi profughi, pur di trovare un riparo e un accesso agli aiuti umanitari. Alcune famiglie avevano tentato di montare tende all’aperto, ma sono state allontanate dalla polizia, che ha indagato anche sui proprietari che hanno continuato a offrire ospitalità.

Mohammad Sabir, un rifugiato Rohingya che viveva a Burma Colony, ha spiegato che nell’insediamento di Narwal, a sud della città di Jammu, capitale invernale della regione, vivevano dalle 70 alle 80 famiglie, a cui erano stati concessi tre giorni per andarsene, nonostante non avessero idea di dove andare. Sabir ha aggiunto che molti rifugiati sono anziani e malati: “Ci sono persone che vivono di medicine. Non hanno più la possibilità di lavorare”, ha detto. 

L’operazione è iniziata il 15 settembre ed è continuata per i due giorni successivi. Il 3 ottobre sono state demolite decine di altre strutture su terreni forestali nell’area di Raika, alla periferia della città di Jammu. Il commissario distrettuale aveva notificato ai locatori l’obbligo di rimuovere le costruzioni residenziali e commerciali dai loro terreni, che, secondo le autorità, erano destinati all’agricoltura per cui non potevano ospitare abitazioni senza le necessarie autorizzazioni in base a una legge fondiaria del 1996. Formalmente, quindi, la contestazione riguarda l’uso dei terreni; ma le conseguenze si sono concentrate sulla minoranza etnica birmana di fede perlopiù islamica, già esposta a una forte precarietà giuridica e sociale in India, dove il governo da tempo discrimina e in alcuni casi ha persino espulso in Bangladesh la popolazione musulmana.

Una presenza sempre più contestata

Una commissione, istituita a maggio dal governo centrale per esaminare i cambiamenti demografici nella regione, aveva visitato un insediamento rohingya a Narwal ad agosto. Secondo i dati presentati, erano stati identificati 7.656 rohingya nel Jammu e Kashmir (che fino al 2019 era un unico Stato con una più ampia autonomia amministrativa), di cui 6.737 nella regione del Jammu e 919 nella valle del Kashmir.

La presenza dei rifugiati è da anni al centro dibattito politico alimentato dagli esponenti del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito ultranazionalista indù da cui proviene anche il primo ministro Narendra Modi. La vicinanza alle frontiere e le preoccupazioni legate all'immigrazione irregolare vengono spesso invocate per giustificare controlli più severi. Ma le famiglie che sono state sfollate vivevano negli insediamenti da anni dopo essere fuggite dalle persecuzioni in Myanmar.

I rohingya sono una minoranza musulmana originaria soprattutto dello Stato birmano di Rakhine, oggi teatro di combattimenti violenti tra l’esercito birmano, salito al potere nel 2021 con un colpo di Stato, e l’Arakan Army, uno dei principali gruppi armati che si oppongono alla giunta militare nel tentativo di rendere il Rakhine una regione autonoma. Nel 2017 le persecuzioni dell’esercito costrinsero centinaia di migliaia di persone a fuggire in Bangladesh in campi profughi sovraffollati. Altri raggiunsero l’India, stabilendosi proprio a Jammu, dove spesso lavorano come braccianti, raccoglitori di materiali riciclabili, collaboratrici domestiche e piccoli commercianti.

Il limbo giuridico dei rifugiati

La loro condizione in India però resta precaria perché Delhi non ha aderito alla Convenzione delle Nazioni unite sui rifugiati del 1951 e non dispone di una legge nazionale che garantisca una procedura uniforme per il riconoscimento e la protezione dei rifugiati. Le tessere rilasciate dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) attestano la registrazione presso l’organizzazione, ma non assicurano automaticamente un diritto di soggiorno riconosciuto dalle autorità indiane, che si rifiutano di concederlo soprattutto nella regione del Jammu e Kashmir nel tentativo di contrastare l’aumento di popolazione musulmana.

Già nel 2021 centinaia di profughi rohingya erano stati arrestati e trasferiti in un centro di detenzione a Hiranagar, riconvertito per trattenere i migranti. Molti si trovano ancora lì perché mancano accordi diretti con il governo del Myanmar per il rimpatrio, che sarebbe comunque problematico e lesivo dei diritti umani considerato che oggi i rohingya nello Stato Rakhine vengono arruolati anche con la forza per combattere tra le file dello stesso esercito che li aveva perseguitati per combattere contro le forze di opposizione. In prigione si trovano ancora anche alcuni genitori costretti ad abbandonare i figli. 

Nello stesso anno la Corte suprema indiana non escluse la possibilità di rimpatrio per i rohingya, precisando tuttavia che le espulsioni devono seguire i procedimenti previsti dalla legge. Una situazione difficile da risolvere finché mancherà un accordo tra l’India e il Myanmar. Allo stesso tempo il governo che si è installato a Naypyidaw è un regime autoritario, mentre il governo democratico eletto prima del golpe lavora in esilio. Di recente, la giunta militare ha accettato il rimpatrio di circa 1.500 cittadini birmani anche dalla Malaysia un’operazione biasimata dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni per i diritti umani, che hanno sottolineato che si tratta di un ritorno forzato in un Paese ancora attraversato dalla guerra civile.

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