Colombo (AsiaNews) - Nove operatrici sanitarie musulmane, di recente nomina presso il Kalmunai North Government Base Hospital, hanno presentato una denuncia alla Commissione per i diritti umani dello Sri Lanka sostenendo che i loro diritti fondamentali siano stati “violati”. La struttura sorge nel distretto di Ampara, nella Provincia orientale (costa est dell’isola), nell’ambito di una vicenda che rilancia il tema delle violazioni e abusi contro la minoranza islamica in una nazione a larga maggioranza buddhista per questioni collegate alla fede.
La popolazione dello Sri Lanka, che conta 22 milioni di abitanti, è composta da singalesi, tamil, musulmani, malesi e burgher (una piccola minoranza discendente dai portoghesi ndr); la popolazione islamica rappresenta circa il 10% circa del totale.
Le donne hanno affermato che il 10 agosto scorso, mentre si apprestavano a iniziare il loro turno presso la struttura ospedaliera che opera sotto il controllo del governo centrale a Colombo e fra le più antiche del distretto di Ampara, la direzione ha intimato loro di rimuovere il velo. Una direttiva giunta improvvisa poco prima dell’inizio del turno, che è apparsa subito irricevibile per le operatrici sanitarie musulmane.
Secondo quanto riferisce il loro consulente legale le donne “hanno presentato cinque denunce alla Commissione per i diritti umani dello Sri Lanka il 13 agosto”. Nella lettera formale di protesta le dipendenti accusano l’ospedale di Kalmunai North di aver violato il loro “diritto fondamentale di praticare la propria religione” liberamente e senza imposizioni.
“L’ospedale avrebbe chiesto alle donne di togliersi l’hijab, il velo prescritto dalla loro appartenenza religiosa, prima di iniziare il turno il 10 agosto” ha affermato il consulente legale delle donne, Mubarack Azzam. L’avvocato aveva dichiarato ai media il 13 agosto scorso che erano in corso anche i preparativi per presentare un ricorso in materia di diritti fondamentali; si tratta di una procedura utilizzata per richiedere l’intervento diretto della Corte Suprema quando il governo o un’autorità pubblica viola un diritto dei cittadini tutelato dalla Costituzione.
Contattato in merito, il presidente dell’ospedale ha respinto ogni addebito o accusa di violazioni ai diritti, affermando che la struttura starebbe operando in conformità con alcune linee guida emanate nel 2000. La normativa, prosegue il presidente Chandrasekaram Rajan, stabilisce le uniformi richieste per gli operatori sanitari, i quali “si applicano in modo uguale a tutti senza distinzioni basate su casta, etnia, religione o lingua”.
AsiaNews ha discusso di questo caso che coinvolge le donne della Provincia Orientale con alcuni attivisti per i diritti umani singalesi e musulmani, i quali hanno affermato: “Questo Paese ha affrontato per decenni non semplici problemi etnici, ma veri e propri conflitti. Pertanto - ribadiscono uniti, a prescindere da fede professata o etnia di appartenenza - non vogliamo vedere il nostro Paese affrontare un altro ciclo di conflitti. Non è corretto - concludono - sollevare questioni sui costumi di un altro gruppo etnico. Qualunque cosa sia, è un loro diritto”.
Jesima Kahn, Waheedah Ismaile, suor Deepa Fernando, Nadeera Gunasekara, Padma Pushpakanthi e Husman Wahhib, parte di un gruppo formato da attiviste donne singalesi e musulmane, proseguono: “È giunto il momento che il governo guidato dal Potere Nazionale del Popolo (Npp) introduca una politica nazionale accettabile per prevenire tali controversie che sorgono di tanto in tanto. Una volta che ci sarà una politica nazionale, tutti dovranno rispettarla”.
Sulla questione sr. Deepa Fernando ha aggiunto ad AsiaNews: “Nessun codice di abbigliamento dovrebbe più causare gravi conflitti tra le persone che vivono in un Paese. Se queste cose continuano a essere causa di conflitti, quando potremo accettarci a vicenda e vivere come fratelli e sorelle?”.


















