Milano (AsiaNews) - La guerra nel Golfo innescata dall’attacco a fine febbraio di Stati Uniti e Israele all’Iran ha provocato una spirale di violenze che ha colpito in misura variabile le monarchie e gli emirati della regione, dall’Arabia Saudita al Bahrein fino all’Oman. Tuttavia, a livello economico e sociale quello che ha registrato le maggiori criticità sembra essere il Kuwait che, in risposta, ha emendato - inasprendole - tutta una serie di norme interne compresa quella sulla cittadinanza. Con conseguenze significative nei settori più deboli della popolazione come i lavoratori migranti, i neo-cittadini e quelli con doppio passaporto, colpiti direttamente dal Decreto legge Amiri n. 79/2026 che modifica la legge sulla nazionalità. In particolare la seconda parte tocca in modo sostanziale l’articolo 7, stabilendo che quanti “hanno acquisito la nazionalità kuwaitiana per naturalizzazione non avranno diritto di votare, correre per cariche o essere nominati in organi parlamentari”. Insomma, una pietra tombale sulla partecipazione attiva alla vita del Paese.
In vigore dal primo settembre, il decreto approvato il 23 agosto dall’emiro Sheikh Mishal Al-Ahmad Al-Sabah e rilanciato dall’agenzia di stampa ufficiale Kuna toglie ai naturalizzati il diritto di voto. Una ulteriore stretta sulla società, a soli due anni di distanza dallo scioglimento del Parlamento e del lancio di una vasta campagna di cancellazione della cittadinanza a categorie - soprattutto donne - che ne avevano beneficiato consolidare la propria posizione nel Paese. Finora, essi potevano votare 30 anni dopo aver ottenuto la cittadinanza, ma non era permesso loro di presentarsi alle elezioni. Queste misure sembrano voler limitare la piena appartenenza alla nazione solo a quanti vantano legami di sangue col Kuwait, rimodellando l'identità di un Paese ricco di petrolio ma segnato, come e più di altri nell’area, dalla rappresaglia iraniana. Una nazione di quasi cinque milioni di abitanti - solo un terzo di kuwaitiani - che il nuovo decreto modifica in modo sostanziale a partire dal suo elettorato, come affermano analisti ed esperti.
La stretta dell’emiro
Nel maggio dello scorso anno l’85enne emiro aveva già imposto una stretta sulle presenze, avviando una sorta di “purificazione” che ha portato alla cancellazione della cittadinanza a oltre 37mila migranti. Colpite, in particolare, le donne che avevano acquisito il documento mediante matrimonio, ma la norma non ha risparmiato nemmeno lavoratori comuni, imprenditori e celebrità fra cui attori e cantanti che l’avevano ottenuta per merito. Obiettivo della nuova politica impressa dal governo e dal suo leader, salito al potere nel dicembre 2023, eliminare le “impurità” e riportare la nazione al “popolo originario”. Nel frattempo egli ha sciolto il Parlamento e sospeso parti della Costituzione, nell’ambito di quella che ha definito “purificazione nazionale” che ha sollevato critiche da parte di attivisti e gruppi pro diritti umani.
L’emirato è retto da una monarchia costituzionale, con un sistema parlamentare che è anche il più antico del Golfo. Il primo Parlamento è stato eletto nel 1963, due anni dopo l’indipendenza dal Regno Unito il 19 giugno 1961, e ha goduto di enormi poteri fra cui approvare e bloccare leggi, interrogare i ministri e presentare la sfiducia contro alti funzionari. Il Majlis al-Umma consta di 50 membri, scelti in elezioni che si tengono ogni quattro anni; esso può anche rimuovere il primo ministro o altri ministri, confermare la nomina del principe ereditario e dell’emiro, il cui trono è ereditario. Tuttavia, nel varare il nuovo governo nel 2024 l’emiro stesso aveva “congelato” alcuni poteri dell’assemblea e parti della Costituzione.
Il Kuwait ha una popolazione di poco superiore ai 4,8 milioni di cui 1,53 milioni cittadini e attorno ai 3,29 milioni lavoratori migranti. I dati ufficiali indicano che almeno 26mila donne hanno perso la cittadinanza in base alla nuova politica, soprattutto quante l’avevano ottenuta attraverso nozze con locali. Secondo le nuove disposizioni sono cancellate tutte le cittadinanze concesse ai coniugi stranieri dal 1987, lasciando migliaia di persone a rischio di diventare apolidi e in un limbo giuridico. Il provvedimento ha colpito in modo indistinto immigrati comuni e personaggi pubblici, come la celebre cantante pop Nawal El Kuwaitia e l’attore Dawood Hussein, a testimonianza del fatto che la riforma investe anche icone nazionali.
Identità nazionale
Secondo il ministero degli Interni sono 38.505 quelle che hanno ottenuto i documenti tra il 1993 e il 2020. Il provvedimento prende di mira pure quanti possiedono doppia cittadinanza, che la legge kuwaitiana proibisce, e quanti sono sospettati di aver utilizzato documentazione fraudolenta per ottenere il documento. Analisti ed esperti sostengono che questa strategia segnala una definizione più escludente dell’identità nazionale sotto la nuova leadership; ciò potrebbe approfondire le divisioni sociali e danneggiare la reputazione del Kuwait come Stato del Golfo relativamente aperto. Al momento permane un quadro di incertezza, coi prossimi mesi che dovrebbero delineare la direzione in tema di diritti umani e inclusività. L’opinione diffusa fra gli studiosi è che la leadership intenda ridurre il numero degli abitanti per creare una base di elettori più piccola e più gestibile.
Il Kuwait conta già al suo interno i “bidounes” (“senza” in arabo), una comunità di apolidi stimata in 100mila persone, quelle che non hanno ottenuto la cittadinanza alla fine del protettorato britannico nel 1961 e i loro discendenti. Secondo le norme precedenti, i naturalizzati potevano votare una volta che avevano avuto la cittadinanza per 30 anni, anche se restava loro preclusa la possibilità di candidarsi o ricoprire incarichi governativi. Il nuovo decreto rimuove completamente il voto, cancellando di fatto l’ultimo diritto politico che i cittadini naturalizzati conservavano. Il divieto di voto è l’ultimo passo in una campagna di “de-naturalizzazione” di massa che il Kuwait ha lanciato nel 2024 colpendo decine di migliaia di persone nell’ambito di un piano più articolato.
Diritti e libertà (religiosa)
Analisti e studiosi sottolineano come la nuova politica di riforma della cittadinanza sembra essere studiata per limitare la nazionalità kuwaitiana ai legami di sangue, rimodellandone la base. Un cambiamento che punta a costruire una nuova “identità”, riducendo al tempo stesso il bacino elettorale dopo anni di stallo politico tra il Parlamento e il governo, che ha originato numerose crisi istituzionali le quali hanno paralizzato il Paese. L’assemblea pur beneficiando di poteri legislativi insoliti per la regione non ha mancato di mostrare criticità ricorrenti tra i deputati eletti e la famiglia al potere, che hanno ripetutamente portato allo scioglimento del Parlamento nel corso dei decenni.
Infine, la stretta impressa ai diritti civili ha colpito negli ultimi anni pure la libertà religiosa, complicando la pratica del culto per quanti - compresi i cristiani - non professano l’islam. La conferma arriva da autorevoli personalità ecclesiastiche nella regione, che riferendosi al Kuwait parlano di una Chiesa in “sofferenza”, a dispetto di un “dialogo” aperto con le autorità in merito alle “prossime leggi sul culto non musulmano”.
Per quanto concerne, nello specifico, la realtà cattolica non vi è un’unica Chiesa, ma si incontrano realtà diverse con esigenze peculiari per ciascuna delle quatto parrocchie che la compongono: la co-cattedrale della Sacra Famiglia a Kuwait City, a lungo sede del vicariato; la chiesa parrocchiale di Nostra Signora d’Arabia ad Ahmadi, ora basilica minore; la parrocchia di Santa Teresa a Salmiya; la parrocchia di san Daniele Comboni a Jleeb Al-Shuyoukh, ma meglio nota come Abbasiya. Le prime due sono luoghi di culto riconosciuti dal governo, la terza svolge le proprie funzioni regolarmente pur non avendo segni all’esterno e una quarta che, di fatto, ricorda più le comunità sotterranee.
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