La catena dei debiti della Cina che parte dagli enti locali

Le amministrazioni locali, alle prese con il crollo delle entrate immobiliari, ritardano i pagamenti alle imprese. I mancati saldi si propagano lungo la filiera fino ai piccoli fornitori. Pechino prova a contenere il fenomeno ma senza nuove risorse il rischio è solo spostare le perdite da un soggetto all’altro.

di Andrea Ferrario

Pechino (AsiaNews) - Nel sistema economico cinese i debiti vengono accumulati a cascata. Le amministrazioni locali non pagano puntualmente le imprese statali che hanno costruito strade e parchi industriali per loro conto. A loro volta, le imprese statali, rimaste senza fondi, rinviano i pagamenti alle aziende private subappaltatrici, mentre in parallelo, i grandi gruppi privati e statali stanno ritardando i saldi ai piccoli fornitori. Per continuare a lavorare, questi ultimi finiscono spesso per indebitarsi con le banche, i cui bilanci sono onerati da crediti deteriorati.

In queste settimane Pechino ha deciso di intervenire sui due estremi di questa catena, avviando una campagna contro i debiti nascosti degli enti locali e rafforzando le regole sui tempi di pagamento, chiedendo alle grandi imprese di contenere a 60 giorni il termine massimo per i fornitori. Il problema è che spesso il denaro necessario a saldare i debiti semplicemente non c’è. Le misure adottate finora rischiano pertanto di spostare le perdite da un soggetto all’altro, senza ridurne davvero l’entità.

A inizio settembre il ministero delle Finanze e la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, il principale organo di controllo interno del Partito comunista, ha reso pubblici sei casi riguardanti le amministrazioni locali di altrettante province che non hanno ridotto il cosiddetto debito nascosto. L'espressione indica alcune passività contratte fuori bilancio, in particolare attraverso società di finanziamento controllate dagli enti locali, che secondo i criteri adottati da Pechino ricadono di fatto sotto la responsabilità finanziaria delle amministrazioni.

Enti locali senza entrate

L’indebitamento astronomico delle amministrazioni locali è in primis causato dal calo delle loro entrate. Per anni le amministrazioni locali si sono finanziate vendendo terreni ai costruttori, ma la crisi immobiliare del 2020-21 ha ridotto tale fonte di reddito. Nel primo semestre del 2026 gli incassi derivanti dalle cessioni di terreni sono diminuiti di oltre il 31% rispetto all’anno precedente, quando il dato risultava già fortemente diminuito. Oggi nessuna provincia riesce a coprire le proprie spese solo con le entrate, al punto che nel primo trimestre di quest’anno il grado medio di autosufficienza fiscale era di appena il 56%. Perfino Shanghai, che normalmente registra un avanzo, non riesce a coprire tutte le spese con le proprie entrate, mentre lo Zhejiang, una delle province più ricche, ha chiuso il 2025 con un disavanzo di 360 miliardi di yuan, pari a circa 47,2 miliardi di euro. I trasferimenti del governo centrale finanziano ormai il 42% della spesa di bilancio delle province, rispetto al 37% di dieci anni fa.

Di fronte a questa grave carenza di fondi, gli enti locali smettono di pagare. Secondo uno studio dell’Università del Popolo di Pechino, citato dal settimanale economico Caijing, i crediti delle imprese nei confronti delle amministrazioni pubbliche superano i 10mila miliardi di yuan, circa l’8% del PIL, e 4.500 miliardi risultano già scaduti. In gran parte riguardano opere infrastrutturali e i mancati pagamenti finiscono per ripercuotersi su tutti i soggetti coinvolti, fino ai fornitori e agli operai delle aziende subappaltatrici. La Banca popolare cinese ha riconosciuto in una conferenza stampa che alcune grandi aziende avrebbero la possibilità di pagare puntualmente, eppure scelgono di non farlo. In questo modo costringono i fornitori a indebitarsi con le banche trasferendo di fatto su di loro una parte dei propri costi finanziari.

Alla base di questa catena di debiti c’è però un problema più ampio. Gli enti locali vengono esortati a continuare a sostenere la crescita e l’occupazione e, per farlo, cercano di tenere in vita le imprese del territorio anche quando sono in difficoltà. Quando i margini si riducono, per un’azienda rinviare i pagamenti ai fornitori diventa una forma di finanziamento particolarmente conveniente, e i tempi si allungano. Aumentare i controlli può limitare alcuni abusi, ma non basta a spezzare il meccanismo che produce nuovi debiti.

La crisi fiscale sta mettendo in difficoltà anche le aree industriali con agevolazioni fiscali e di altra natura che dagli anni Ottanta hanno avuto un ruolo centrale nella crescita delle economie locali. In Cina esistono oltre 80mila parchi industriali di vario tipo, molti dei quali sono rimasti per anni con terreni inutilizzati e capannoni vuoti. Numerose zone sono state realizzate con prestiti contratti da società-veicolo controllate dalle amministrazioni locali. Ma oggi tali veicoli faticano a rispettare i rimborsi, perché i terreni industriali vengono venduti a prezzi sempre più bassi. Le norme entrate in vigore nel 2024 vietano inoltre di attirare investimenti offrendo sussidi e agevolazioni fiscali, strumenti con cui per decenni le province si sono fatte concorrenza.

Chi si fa carico delle perdite

Per procurarsi le risorse necessarie, gli enti locali ricorrono quindi a obbligazioni speciali autorizzate da Pechino e a prestiti bancari dedicati, accumulando nuovo debito. Quando mancano anche queste risorse, si ricorre a pagamenti in natura. Nel Guizhou, per esempio, un ufficio di polizia di contea ha saldato una commessa da 26 milioni di yuan cedendo 70 appartamenti.

In altri casi, invece, una parte della perdita viene scaricata sui creditori. Una società quotata che vantava un credito di quasi 2,3 miliardi di yuan nei confronti di un ufficio forestale distrettuale di Anshun, sempre nel Guizhou, ha accettato a luglio un accordo che lo riduce a circa 1,4 miliardi. La somma verrà incassata in parte sotto forma di beni entro la fine del 2028, con una perdita del 37%. Caijing segnala inoltre casi in cui i debiti risultano saldati nei libri contabili anche quando non sono stati pagati.

I dati ufficiali sul debito nascosto migliorano soprattutto mediante un’alchimia finanziaria di natura analoga, cioè la riclassificazione delle passività. Grazie alla loro conversione in obbligazioni, il debito nascosto totale è sceso dai 14.300 miliardi di yuan della fine del 2023 ai 6.500 miliardi della fine del 2025. Le passività complessive delle società-veicolo degli enti locali superano però i 71.mila miliardi. Tra le oltre 2.100 società di questo tipo monitorate da Yuekai Securities, nessuna riuscirebbe a chiudere i conti in utile senza i sussidi pubblici. Anche la soluzione proposta dalla banca centrale per ridurre i ritardi nei pagamenti segue una logica simile. I grandi gruppi vengono incoraggiati a procurarsi nuovo credito attraverso prestiti e obbligazioni al fine di pagare i fornitori, con il risultato di trasferire una parte del debito dalle piccole imprese alle banche.

L’economista Michael Pettis ha spiegato al Wall Street Journal che il controllo dello stato sulle banche e sui movimenti di capitale consente alla Cina di evitare che le difficoltà finanziarie sfocino in una crisi tale da mettere in ginocchio l’intero sistema. Le passività però non scompaiono e devono comunque essere assorbite da qualcuno, per esempio attraverso tasse più alte o rendimenti più bassi per le famiglie.

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