Pechino blinda i suoi tecnici per difendere il primato sulle terre rare

Più ancora dei giacimenti sono le competenze acquisite negli istituti minerari a garantire alla Cina il controllo di gran parte della produzione globale. Uno svantaggio che l'Occidente avrà bisogno di anni per colmare. E contro gli stipendi da favola offerti dalle aziende americane Pechino ritira preventivamente il passaporto al personale qualificato.

di Andrea Ferrario

Milano (AsiaNews) - In Cina almeno undici università e istituti tecnici offrono corsi specificamente dedicati alle terre rare, con oltre 500 nuovi iscritti ogni anno, mentre nel resto del mondo non risulta esservi alcun ateneo con corsi equivalenti. Si tratta di un divario che fornisce una chiave per capire la natura del dominio cinese nel settore dei minerali critici. Le terre rare, i 17 metalli indispensabili per buona parte della tecnologia di punta, sono in realtà ampiamente disponibili in tutto il mondo. Il Brasile da solo possiede quasi un quarto delle riserve mondiali stimate. Il vero nodo su cui la Cina ha costruito il proprio monopolio comincia invece dopo l'estrazione, quando i singoli elementi devono essere separati chimicamente dai minerali in cui si trovano mescolati. Uno dei principali punti di forza cinesi in tale fase è rappresentato dal know-how di decine di migliaia di tecnici formati negli istituti minerari del Paese, un numero di svariate volte superiore ai circa cinquecento su cui possono fare affidamento gli Stati Uniti. La partita fra Pechino e Washington si gioca in parte anche su questo capitale umano, forse ancor più che sulle miniere.

Pechino ha introdotto nell'aprile dell'anno scorso restrizioni all'export di terre rare, ma le applica in modo selettivo. Le esportazioni complessive cinesi di tali minerali sono aumentate e le aziende del settore continuano a ricavarne ingenti redditi, mentre i flussi diretti verso i Paesi sottoposti a pressioni politiche sono crollati. Il caso più evidente è quello dell'ittrio, un metallo impiegato nei rivestimenti termici delle palette dei motori a reazione. Dopo l'introduzione delle restrizioni, le forniture agli Stati Uniti sono quasi cessate, costringendo i produttori aerospaziali americani a razionare le scorte. Pechino ha poi consentito alcune spedizioni dopo mesi di blocco, modulando le forniture in funzione dei negoziati in corso con Washington e che sono uno dei temi più caldi intorno al vertice di Washington tra Xi Jinping e Donald Trump in programma per la prossima settimana. Un trattamento analogo è riservato al Giappone, che dopo le dichiarazioni della premier Sanae Takaichi sullo Stretto di Taiwan del novembre scorso non ha ricevuto, fra gennaio e luglio, un solo chilo di terbio, contro le venti tonnellate arrivate nello stesso periodo dell'anno precedente. Da agosto, infine, alcuni fornitori cinesi rifiutano del tutto le spedizioni verso gli Stati Uniti, in risposta alle sanzioni americane contro una serie di laboratori cinesi di certificazione elettronica.

Pechino blinda impianti e tecnici

Dal 2024 l'intera industria cinese delle terre rare fa capo a due soli gruppi pubblici. China Northern Rare Earth, con sede a Baotou, in Mongolia Interna, domina il segmento di quelle cosiddette "leggere", grazie al gigantesco giacimento di Bayan Obo, mentre China Rare Earth Group, con base a Ganzhou, nel sud del Paese, si è specializzata in quelle pesanti, molto più preziose per l'industria tecnologica. Nel 2025 Pechino ha smesso di pubblicare le quote nazionali di produzione, cioè i tetti annuali di estrazione e raffinazione che il ministero dell'Industria assegna ai produttori autorizzati, rendendo ancora più difficile distinguere la produzione ufficiale da quella che sfugge ai canali regolari. I dati disponibili indicano infatti uno scarto consistente tra il fabbisogno reale dell'industria dei magneti e i volumi registrati, un divario alimentato sia dalla produzione fuori quota sia dal contrabbando dalle miniere birmane.

Le differenze tra Cina e Usa nell'ambito degli esperti di terre rare non sono solo di natura numerica, ma anche economica. La retribuzione media annua dei tecnici della China Northern non supera i 20.000 dollari, secondo i calcoli della testata ChinaTalk, mentre alla MP Materials, la società che gestisce l'unica miniera di terre rare attiva negli Stati Uniti, la retribuzione media supera i 92.000 dollari. Pechino ha quindi ritenuto opportuno adottare misure per evitare una fuga di cervelli. Dall'anno scorso il ministero del Commercio chiede alle imprese elenchi dettagliati del personale qualificato e, in alcuni casi, ha disposto il ritiro preventivo dei loro passaporti. Nuove norme sull’espatrio sono entrate in vigore in Cina il 15 settembre. La stretta si è verificata dopo che una società quotata controllata da China Rare Earth Group aveva perso nel giro di pochi mesi tutti i propri principali dirigenti, dal presidente al direttore finanziario, che secondo voci non verificabili avevano lasciato segretamente il Paese.

La stessa logica vale per le imprese che Pechino cerca di attirare presso i poli delle terre rare. A Baotou, per esempio, un concorso per aziende innovative ha premiato a fine agosto con 300.000 yuan una società di Suzhou che sviluppa motori per velivoli elettrici a decollo verticale. Il premio era solo una parte dell'incentivo. Alle imprese partecipanti veniva infatti offerto di aprire una sede in città entro un anno, con contributi che potevano arrivare a dieci milioni di yuan per chi si stabiliva nella zona tecnologica dedicata alle terre rare. Sette società che avevano presentato progetti hanno firmato l'accordo di insediamento il giorno stesso della finale. La capitale cinese delle terre rare punta così a concentrare intorno ai giacimenti anche le imprese che trasformano e utilizzano le terre rare.

La rincorsa americana e i suoi limiti 

Nel tentativo di contrastare il monopolio cinese, le agenzie federali statunitensi hanno pianificato oltre 37 miliardi di dollari fra partecipazioni al capitale, prestiti, garanzie sui prezzi e impegni d'acquisto, a cominciare dall'ingresso diretto dello stato in MP Materials. Il banco di prova più ambizioso è però il Brasile, dove la società americana USA Rare Earth ha acquistato per circa 2,8 miliardi di dollari la miniera di Serra Verde, nello stato di Goiás. Washington ha stanziato per l'impianto oltre 1,3 miliardi di dollari, con un contributo rilevante del dipartimento della Difesa, e ha garantito acquisti per quindici anni. Finora, però, i risultati tecnici sono stati deludenti. Nella fase di avvio, l'impianto è riuscito a recuperare soltanto il 20-30% delle terre rare presenti nel materiale lavorato, molto meno dell'80% previsto dai piani, come ha riportato Bloomberg. Si tratta di un'ulteriore conferma del fatto che l'efficienza del processo di estrazione e separazione dipende da anni di esperienza operativa e non può essere semplicemente comprata a suon di dollari.

Ci sono altri casi che esemplificano come disporre di grandi riserve di minerali non serva poi molto quando mancano le competenze per lavorarle. La Malaysia ha giacimenti stimati per 16,1 milioni di tonnellate di terre rare, ma non dispone di una tecnologia propria per raffinarle, tanto che la sua unica società mineraria invia in Cina tutto il materiale estratto. Fa eccezione l'impianto dell'australiana Lynas a Kuantan, il primo fuori dalla Cina a produrre ossido di disprosio su scala commerciale, per il quale il Pentagono sta approntando un contratto d'acquisto con un prezzo minimo garantito di 110 dollari al chilo per l'ossido di neodimio-praseodimio. Il governo di Kuala Lumpur, che nel 2024 aveva vietato l'esportazione di terre rare non lavorate, sta ora valutando se revocare il divieto di fronte all'interesse di americani e australiani. Nel Paese resta però vivo il ricordo di Bukit Merah, un villaggio del Perak dove negli anni Ottanta operava un impianto per la lavorazione delle terre rare. Lo smaltimento dei suoi rifiuti radioattivi aveva provocato una lunga mobilitazione degli abitanti dopo il verificarsi di una serie di casi di leucemia e altre gravi patologie attribuibili all'inquinamento.

Lo Zimbabwe da parte sua ha scelto una soluzione più drastica nell'ambito dei minerali critici. Il governo di Harare ha vietato a luglio l'esportazione di antimonio e tungsteno, con effetto immediato, dopo aver deciso di fermare anche quella del concentrato di litio. Già nei primi mesi dell'anno il settore minerario aveva registrato una forte crescita dei ricavi. Ad aprile era poi partita, da un impianto controllato dalla cinese Huayou Cobalt, la prima esportazione africana di solfato di litio, segno della volontà di spostare una parte maggiore della lavorazione direttamente nel Paese. La volontà dei Paesi produttori di trattenere una quota maggiore della lavorazione mette sotto pressione sia i piani di Washington sia quelli di Pechino. Finora, però, la Cina sembra adattarsi meglio, perché trasferisce direttamente in loco impianti e tecnici che l'Occidente non è ancora in grado di offrire nella stessa misura. Il G7 si è posto l'obiettivo di ridurre entro il 2030 la dipendenza dalle terre rare cinesi a non oltre il 60%. Il problema è che dare vita a impianti di trasformazione richiede molti anni, e formare i tecnici necessari per farli funzionare richiede ancora più tempo.

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