Tungsteno: la leva più potente nelle mani della Cina

Materiale utilizzato per la sua durezza e resistenza dalle punte dei trapani, ai filamenti delle lampadine, fino a munizioni e sistemi antimissile, è per l'80% controllato da Pechino. Che oltre a bloccarne le esportazioni ha fatto incetta di scorte persino nelle discariche americane. Mentre l'Occidente è bloccato da un conflitto legale.

di Andrea Ferrario

Milano (AsiaNews) - Quando si parla della guerra per le materie prime tra Cina e Occidente, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle terre rare, un gruppo di diciassette elementi indispensabili per produrre i magneti impiegati nei motori elettrici, nei missili e nelle turbine, che negli ultimi anni Pechino ha utilizzato come strumento di pressione nei confronti di Washington. Le terre rare rappresentano però soltanto una parte di una famiglia molto più vasta, quella dei metalli critici, cioè delle materie prime difficilmente sostituibili per l’industria e gli apparati militari e la cui fornitura è esposta a rischi geopolitici. In questa categoria rientrano anche il cobalto, il gallio, il germanio, l’antimonio e il tungsteno, materiali riguardo ai quali, nella maggior parte dei casi il predominio cinese è ancora più saldo che nel settore delle terre rare. Esiste inoltre una differenza fondamentale: nel caso delle terre rare, la forza della Cina risiede soprattutto nella capacità di raffinarle e trasformarle, un primato che, almeno in teoria, altri Paesi potrebbero colmare nel tempo. Per alcuni metalli critici, invece, la leva di cui dispone Pechino consiste principalmente nella disponibilità di riserve nel sottosuolo ed è quindi assai più difficile da intaccare.

Il tungsteno è il metallo che meglio illustra questa seconda dinamica. Denso e resistente al calore, viene impiegato nelle punte da trapano e negli utensili da taglio indispensabili per quasi ogni lavorazione industriale, oltre che nelle munizioni perforanti e nelle schermature dei sottomarini nucleari. La sua importanza strategica è aumentata con le guerre degli ultimi anni, poiché viene utilizzato nella produzione dei proiettili e dei sistemi di difesa antimissile. La Cina ne produce oltre l’80% e possiede gran parte delle riserve mondiali, concentrate soprattutto nella provincia del Jiangxi, intorno alla città di Ganzhou, che si presenta come la capitale mondiale del tungsteno. Nel febbraio del 2025, in risposta ai dazi statunitensi, Pechino ha introdotto controlli sulle esportazioni di tungsteno e di altri metalli. Da allora, il prezzo del tungsteno è raddoppiato. Va tenuto presente che aprire una nuova miniera richiede in genere più di dieci anni, dalla scoperta del giacimento all’avvio della produzione su larga scala, e comporta ingenti investimenti in aree montuose e isolate. Pertanto la dipendenza dalla Cina è difficile da ridurre in tempi brevi.

La strategia dell'accumulo

Pechino ha accompagnato la stretta sulle esportazioni con una politica di accumulo. Nei primi cinque mesi di quest’anno le importazioni cinesi dei ventidue metalli sottoposti a restrizioni sono aumentate del 60% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo a marzo il livello mensile più alto da oltre sette anni. La Cina ha intensificato anche gli acquisti di minerali grezzi non ancora soggetti ai controlli, importando tungsteno e molibdeno da Paesi con cui intrattiene stretti rapporti diplomatici, come Myanmar, Uzbekistan e Kazakistan. Toru Okabe, un docente dell’Università di Tokyo citato da Nikkei Asia ha definito questa combinazione di restrizioni alle esportazioni e incremento degli acquisti come uno strumento di pressione sull’Occidente e, al tempo stesso, una merce di scambio nei rapporti diplomatici.

Il caso più rilevante riguarda la Corea del Nord. Tra gennaio e maggio la Cina ha importato da Pyongyang tungsteno per 87,5 milioni di dollari, dieci volte il valore registrato nello stesso periodo dell’anno precedente e Il tungsteno è diventato così la principale voce, in termini di valore, delle importazioni cinesi dal Paese vicino. A rendere possibile questo commercio è una lacuna nel regime delle sanzioni. Nel 2017 il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha vietato alla Corea del Nord di esportare carbone e ferro, con l’obiettivo di sottrarre risorse al suo programma nucleare e missilistico, ma il tungsteno non è stato incluso nell’embargo ed è diventato per il regime una preziosa fonte di valuta estera.

Fuori dalla Cina il tungsteno scarseggia e i compratori cinesi lo cercano ovunque. Secondo quanto riferito dal Financial Times, dall’inizio del 2025 operatori cinesi setacciano i depositi di rottami negli Stati Uniti alla ricerca di punte da trapano e utensili industriali usati da cui recuperare il metallo, arrivando a offrire fino a cinque volte il prezzo abituale e alimentando una competizione al rialzo con gli acquirenti americani. Da maggio 2025 il prezzo del tungsteno negli Stati Uniti è aumentato di oltre il 200% e quello dei rottami del 350%. Il titolare di un’impresa di riciclaggio ha raccontato al giornale che i compratori cinesi gli chiedono di consegnare la merce a intermediari di cui non conosce né il nome né l’indirizzo, nel parcheggio di un centro commerciale, perché venga poi spedita in Cina. Una parte dei rottami viene lavorata in Paesi terzi, dal Sud-est asiatico alla Corea del Sud, prima di entrare nel territorio cinese. Un altro riciclatore ha definito questo commercio “una guerra segreta di cui nessuno parla”. Negli Stati Uniti non esistono divieti alla vendita di tungsteno destinato all’esportazione e alcuni operatori chiedono ora a Washington di introdurli, mentre il governo statunitense si è dichiarato pronto a stanziare fino a 1,6 miliardi di dollari per lo sviluppo di una futura miniera di tungsteno in Kazakistan.

Un Occidente in ordine sparso

Mentre la Cina accumula risorse con metodo, l’Occidente fatica a costruire un’alternativa e si divide al proprio interno. Negli Stati Uniti, dopo che lo scorso anno Pechino aveva interrotto le forniture di magneti alle terre rare, costringendo alcune linee di produzione automobilistica a fermarsi, il governo e gli investitori privati hanno riversato miliardi nelle poche aziende attive nel settore. Due delle maggiori, MP Materials e USA Rare Earth, sono però finite al centro di un aspro contenzioso giudiziario. La prima accusa la seconda di averle sottratto almeno otto tecnici al fine di appropriarsi di una tecnologia sviluppata in anni di lavoro, che permette ai magneti di resistere alle alte temperature e che non era stata brevettata proprio per mantenerla segreta. USA Rare Earth nega di aver sottratto segreti industriali e sostiene che la causa abbia il solo scopo di ostacolarne la crescita. Il contenzioso è un esempio di come lo sforzo occidentale per ridurre la dipendenza dalla Cina rischi di disperdersi nella rivalità tra aziende concorrenti.

Il fronte più esposto è quello giapponese. Dopo le dichiarazioni della premier Sanae Takaichi su una possibile emergenza militare riguardante Taiwan, all’inizio di quest’anno il ministero del Commercio cinese ha irrigidito i controlli sui beni a duplice uso diretti in Giappone, e molte aziende del Paese non riescono più a procurarsi in Cina tungsteno ad alta purezza. Dall’aprile 2025 a Tokyo il prezzo del metallo è aumentato di quasi sei volte. Il tungsteno è necessario per produrre le punte utilizzate nella foratura dei circuiti stampati, diventati sempre più spessi con la diffusione dei processori per l’intelligenza artificiale, nonché alcuni dei gas impiegati nella fabbricazione dei semiconduttori più avanzati. Gli stabilimenti giapponesi ne consumano almeno cento tonnellate al mese, acquistate tradizionalmente da fornitori cinesi.

Il quadro complessivo va ben oltre la disputa commerciale in corso. Dopo il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping dello scorso ottobre, Pechino ha sospeso per un anno alcune restrizioni sulle terre rare, lasciando però in vigore i controlli sul tungsteno. Ha riposto cioè la pistola nella fondina, senza rinunciare ad averla a portata di mano. Resta da capire se i Paesi dipendenti da queste forniture riusciranno a coordinare iniziative finora condotte separatamente, mentre la Cina continua ad accumulare scorte e a cercare nuovi giacimenti in ogni parte del mondo.

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