Seoul (AsiaNews) – L’8 ottobre scorso la Corea del Sud ha richiamato il proprio ambasciatore in Ucraina, Park Ki-chang, sorprendendo molti osservatori, perché fin dall’inizio dell’invasione russa il governo di Seoul è stato uno dei pochi in Asia a sostenere l’Ucraina. Pur non avendo mai fornito direttamente dispositivi militari agli ucraini, Seoul ha venduto armamenti alla Polonia, permettendole così di sostituire quelli che quest’ultima inviava a Kyiv. In base allo stesso meccanismo ha aiutato anche gli Stati Uniti a ricostituire le proprie scorte, intaccate dalle forniture a Kyiv.
La controversia riguarda due soldati nordcoreani che Kim Jong Un aveva mandato a combattere al fianco dei russi insieme a migliaia di altri militari. Entrambi feriti, avevano tentato il suicidio pur di non cadere prigionieri, ma erano stati catturati dagli ucraini all’inizio del 2025. I due soldati, gli unici nordcoreani catturati nel corso della guerra, hanno chiesto di essere trasferiti in Corea del Sud, la cui costituzione riconosce anche ai cittadini del Nord la piena cittadinanza. Dopo mesi di trattative, a metà settembre sono stati affidati ai servizi segreti di Seoul per essere interrogati e poi avviati al programma di integrazione sociale previsto per chi fugge dal Nord. Il 23 settembre, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Zelensky ha annunciato il loro avvenuto trasferimento, suscitando le proteste di Seoul che lo ha accusato di avere violato un accordo di riservatezza. Quando Kyiv ha negato l’esistenza di un tale accordo, il governo sudcoreano ha chiesto scuse ufficiali e ha convocato l’incaricato d’affari ucraino. Secondo i servizi segreti di Seoul, era stata proprio Kyiv a chiedere il riserbo per non compromettere i negoziati con Mosca sugli scambi di prigionieri. L’ipotesi del sito The Diplomat è che Zelensky ha usato la tribuna dell’Onu per riportare all’attenzione internazionale il sostegno militare di Pyongyang a Mosca, proprio nel momento in cui l’intelligence ucraina sostiene che il Cremlino stia cercando di ottenere l’invio di decine di migliaia di nuovi soldati nordcoreani. Il ministro degli Esteri ucraino ha poi parlato di un “malinteso diplomatico” e ha inviato un messaggio di scuse, che Seoul ha giudicato insufficiente con parole molto dure.
A complicare ulteriormente i rapporti è arrivata un'inchiesta del quotidiano britannico Guardian, secondo cui tra luglio e agosto sette petroliere hanno trasportato oltre 176mila tonnellate di carburante, soprattutto gasolio, dai porti sudcoreani a Vladivostok, dichiarando false destinazioni. Tre delle navi erano sottoposte a sanzioni britanniche ed europee e il carburante era stato acquistato da compagnie russe. Le forniture sono arrivate mentre gli attacchi dei droni ucraini stavano mettendo fuori uso parte delle raffinerie russe, costringendo Mosca ad aumentare le importazioni di prodotti petroliferi. La presidenza sudcoreana ha respinto le accuse e ha comunque promesso un'indagine.
La strada per Pyongyang passa da Mosca
A Seoul diversi osservatori non ritengono proporzionata la reazione del governo rispetto all’offesa subita e ipotizzano che la fermezza del presidente Lee Jae-myung sia dovuta principalmente a motivi di politica interna, oltre a riflettere la volontà di alcuni settori del governo di riavvicinarsi alla Russia e alla Cina per motivi economici e di sicurezza. Alcuni consiglieri del presidente sperano che Mosca usi la propria influenza su Pyongyang per favorire una ripresa del dialogo tra le due Coree. Lee vorrebbe inaugurare “una nuova era di coesistenza pacifica” con il Nord, ma Kim Jong Un ha interrotto ogni contatto e considera ormai il Sud uno stato straniero e ostile.
È interessante notare che appena prima dello scoppio della crisi Lee aveva nominato Song Young-gil, il politico sudcoreano dai contatti più stretti con il Cremlino, come consigliere speciale per la “diplomazia di pace”. Una decina di anni fa l'allora presidente Moon Jae-in lo aveva inviato a Mosca come proprio rappresentante speciale e, durante la visita, Song aveva chiesto a Vladimir Putin se la Russia fosse disposta a fare da mediatrice con Kim Jong Un. In seguito ha presieduto la commissione presidenziale per la cooperazione economica con la Russia e l’Eurasia e nel luglio 2018, partendo da Vladivostok a bordo di un treno speciale messo a disposizione dai russi, aveva raggiunto la zona economica nordcoreana di Rason per promuovere un progetto congiunto tra Mosca, Pyongyang e Seoul riguardante la linea ferroviaria che giunge al porto di Rajin. Song ha sempre considerato la Russia un interlocutore decisivo per risolvere la questione nordcoreana. Coinvolto in uno scandalo per finanziamenti illeciti al partito, ha trascorso circa un anno in custodia cautelare prima di essere assolto in appello lo scorso febbraio. A giugno è tornato in Parlamento grazie a un’elezione suppletiva.
I contatti con Mosca si sono moltiplicati nei mesi scorsi anche attraverso altri canali. Nella prima metà dell’anno si è recato nella capitale russa il direttore dell’Istituto per la strategia di sicurezza nazionale, un centro studi collegato ai servizi segreti sudcoreani. Si tratta di un ex alto dirigente dell’intelligence, molto vicino all’attuale capo dei servizi, Lee Jong-seok. Il ministero dell’Unificazione sudcoreano e l’istituto hanno descritto la visita come un normale scambio accademico, durante il quale i rappresentanti sudcoreani avrebbero espresso preoccupazione per il trasferimento di tecnologia militare russa alla Corea del Nord. Molti a Seoul ritengono però che lo scopo fosse aprire un canale indiretto di comunicazione con Pyongyang. Lee Jong-seok e il ministro dell’Unificazione Chung Dong-young sono i principali esponenti della cosiddetta corrente autonomista del governo, favorevole a una linea internazionale e a una politica verso il Nord indipendenti da Washington. A Mosca si sono recati anche alcuni funzionari di un ufficio alle dirette dipendenze del ministro dell’Unificazione e l’ex ministro Kim Yeon-chul. Gli scambi tra la capitale sudcoreana e quella russa sono quindi intensi.
La diffidenza degli alleati
Washington segue questi contatti con sospetto, tanto che a giugno gli Usa hanno escluso i servizi segreti sudcoreani da una riunione trilaterale con il Giappone dedicata alle minacce informatiche provenienti dalla Corea del Nord. È stato inoltre sospeso il rilascio dei visti ad alcuni funzionari sudcoreani. Secondo il quotidiano coreano JoongAng Ilbo, un alto esponente della maggioranza ha ammesso che le difficoltà nella cooperazione tra i servizi segreti dei due Paesi costituiscono oggi il problema più grave nei rapporti bilaterali e a Washington c’è chi interpreta la durezza di Seoul verso Kyiv come un tentativo di riallacciare i rapporti con Pyongyang attraverso Mosca.
Il deterioramento dei rapporti con Washington rischia di compromettere anche importanti negoziati in corso tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Il mese scorso, a New York, Lee e Trump avevano concordato di dare seguito ai colloqui sui dossier più delicati dell’alleanza. Seoul vuole dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare per i quali ha bisogno del combustibile fornito dagli Usa, e chiede di poter arricchire l’uranio per le proprie centrali, cosa che l’accordo nucleare con Washington oggi le vieta. Le trattative riguardano anche le modalità del contributo dell’industria navale sudcoreana al rilancio della cantieristica americana e la restituzione a Seoul del comando delle proprie truppe in caso di guerra, che oggi spetterebbe a un generale americano. A un mese dall’incontro, però, non è stato ancora fissato un calendario per i colloqui. Nel frattempo Washington continua a premere per l’attuazione dell’accordo commerciale dello scorso anno, che ha fissato al 15% i dazi sulle merci sudcoreane invece del 25% minacciato da Trump, in cambio di 350 miliardi di dollari di investimenti negli Usa. Secondo il JoongAng Ilbo all’interno dei servizi segreti sudcoreani c’è chi dubita che la linea scelta dal governo possa dare risultati. Alcuni funzionari temono che i tentativi di riallacciare i contatti con il Nord siano destinati a fallire, considerati i legami sempre più stretti tra Pyongyang, Pechino e Mosca.
Il richiamo dell’ambasciatore da Kyiv rischia di incrinare anche i rapporti con l’Ue, proprio mentre l’industria militare sudcoreana vende armi a numerosi governi dell’Europa orientale e Seoul cerca di rafforzare il proprio peso internazionale. Agli occhi degli europei il comportamento del governo sudcoreano appare incoerente, poiché il sostegno indiretto fornito finora all’Ucraina contrasta con le esportazioni di carburante verso la Russia e i tentativi di riavvicinamento a Mosca. Il Cremlino può sfruttare la controversia per affermare che il sostegno a Kyiv si sta indebolendo, con l’obiettivo di spingere altri governi a ridurre gli aiuti all’Ucraina. Lee punta a una riapertura del dialogo con Pyongyang, ma finora ha solo causato un raffreddamento dei rapporti con l’Ucraina, l’Europa e Washington, senza ottenere alcuna risposta da Kim Jong Un.





















