Il prezzo della pace per l’Armenia

Quando il premier Pasynian evoca una pace con l’Azerbaigian “che duri 400 anni” non espone solo un’iperbole politica. Guarda a un futuro per Erevan che non sia appeso agli equilibri regionali di turno. 

di Vladimir Rozanskij

Erevan (AsiaNews) - L'affermazione nei giorni scorsi del premier armeno Nikol Pašinyan, secondo cui “la pace tra Armenia e Azerbaigian dovrebbe durare 400 anni o più”, può sembrare a prima vista un'iperbole politica. In realtà questa formula cela un significato ben più profondo: il primo ministro sta infatti parlando della necessità di spezzare un ciclo storico in cui il massimalismo territoriale, la dipendenza da un contesto internazionale favorevole e l'appoggio di un protettore esterno hanno ripetutamente condotto l'Armenia a risultati opposti a quelli attesi.

È significativo che Pašinyan non parli semplicemente di pace, ma della sua “irreversibilità”. Questa è una differenza fondamentale: la fine della guerra può essere il risultato di un cambiamento negli equilibri di potere, mentre una pace irreversibile richiede un cambiamento nella filosofia politica stessa dello Stato. E se si interpretano le sue parole in questo modo, allora Erevan si trova di fronte a un compito ben più arduo della firma di un accordo con Baku: decidere definitivamente se l'Armenia intende costruire un futuro entro confini internazionalmente riconosciuti, o continuare a lasciare spazio al revanscismo territoriale. La questione è particolarmente urgente, perché l'attuale ciclo storico del confronto armeno-azerbaigiano è iniziato con un'idea completamente opposta: alla fine degli anni '80, si trattava del Miatsum, un movimento per l'unificazione del Nagorno-Karabakh con l'Armenia. Le rivendicazioni territoriali sono diventate un fattore chiave nella rapida escalation che dopo il crollo dell'Urss è sfociata in una guerra su vasta scala. In seguito, la parte armena controllava non solo l'ex-regione autonoma del Nagorno-Karabakh, ma anche sette distretti adiacenti dell'Azerbaigian.

Nei decenni successivi, la convinzione che lo status quo potesse essere mantenuto indefinitamente si è rafforzata nella politica armena, ed è qui che è emerso l'errore strategico: il conflitto congelato si è rivelato non una soluzione, ma un semplice rinvio. Mentre i negoziati sono rimasti infruttuosi per anni, l'equilibrio di potere si è spostato e, con esso, la realtà regionale. In definitiva, il progetto iniziato con lo slogan dell'unificazione territoriale non ha portato all'Armenia né maggiore sicurezza, né una posizione regionale stabile. Al contrario, il conflitto contribuì alla chiusura dei confini con l'Azerbaigian e la Turchia, limitò le opportunità economiche del Paese e aumentò la dipendenza di Erevan dalle garanzie di sicurezza esterne, soprattutto quelle della Russia. L'idea politica che prometteva il trionfo nazionale condannò in definitiva il popolo armeno a decenni di privazioni, isolamento, rischi militari e ostilità con i Paesi vicini.

Sarebbe una semplificazione eccessiva affermare che la sovietizzazione dell’Armenia sia stata una conseguenza diretta delle sole ambizioni territoriali di Erevan, in quanto la Russia bolscevica aveva preso il controllo dell'intero Caucaso meridionale negli anni ’20 del Novecento. Un secolo dopo, è impossibile non notare l’analogia storica: sia allora che in seguito vi fu un divario tra il massimo potenziale nazionale e le effettive capacità dello Stato, nonché la speranza che il contesto esterno avrebbe contribuito a consolidare la costruzione territoriale desiderata. In entrambi i casi, il cambiamento negli equilibri di potere si dimostrò più forte delle aspettative politiche.

È proprio per questo che l'attuale retorica di Pašinyan è più importante dell'ennesima dichiarazione di pace, come affermano molti commentatori; in realtà, egli propone all'Armenia un modello di esistenza opposto, senza cercare la sicurezza attraverso rivendicazioni territoriali, ma creando uno Stato sicuro entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti. La pace con l'Azerbaigian richiede non solo la firma di un trattato, ma anche l'abbandono della speranza che, in circostanze internazionali più favorevoli, gli esiti del conflitto possano di nuovo essere invertiti.  Se Erevan ha davvero imparato questa lezione storica, l'accordo di pace con l'Azerbaigian sarà più che la fine di un conflitto decennale: potrebbe segnare il punto in cui l'Armenia abbandona la lotta per un futuro immaginario alimentato dalla nostalgia di un glorioso passato, a favore della preservazione e dello sviluppo dello Stato esistente. E forse questa è proprio la chiave di quei quattrocento anni di pace di cui parla oggi Pašinyan.

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