Koko Kondo, da Hiroshima un messaggio ai giovani: “Odiate la guerra”

Aveva otto mesi quando la bomba atomica distrusse la sua città. Dieci anni dopo incontrò il copilota dell’Enola Gay e capì che non voleva più vendicarsi. A Milano ha raccontato la sua storia a oltre 300 giovani di Sant’Egidio: “Dovete sapere che cosa è successo, perché non accada di nuovo”.

di Alessandra De Poli

Milano (AsiaNews) – “Se non raccontiamo ai bambini e ai giovani di oggi quello che è successo, non facciamo loro un favore. Se conoscono il passato, sapranno che cosa fare e che cosa non ripetere”. Koko Kondo aveva otto mesi il 6 agosto 1945, quando la bomba atomica statunitense rase al suolo Hiroshima. Non conserva ricordi dell’esplosione, ma è cresciuta circondata dalle sue conseguenze. Oggi, a 81 anni, continua a viaggiare per raccontare quella storia, soprattutto ai più giovani. Perché, come ha ripetuto durante l’incontro con oltre 300 ragazze e ragazzi organizzato il 29 ottobre dai Giovani per la Pace della Comunità di Sant’Egidio al Teatro del Pime di Milano, “i bambini sono meravigliosi: saranno loro a portare avanti il prossimo secolo”.

La casa della famiglia si trovava a poco più di un chilometro dall’ipocentro dell’esplosione contro la città di Hiroshima. La madre riuscì a estrarre la bambina dalle macerie, mentre il padre, che si trovava altrove, si dedicò nei giorni successivi ad aiutare i sopravvissuti. Koko crebbe nella chiesa del padre, frequentata anche da giovani donne che avevano riportato gravi ustioni.

Con la sua testimonianza, però Koko racconta anche come la sua rabbia, nel tempo, abbia cambiato direzione, passando dall’odio verso gli uomini che avevano sganciato la bomba, alla consapevolezza che, in realtà, il vero nemico è la guerra stessa. Un cambiamento cominciato quando Koko aveva dieci anni, durante un viaggio negli Stati Uniti con il padre, il reverendo metodista Kiyoshi Tanimoto.

Nel 1955 il padre portò negli Stati Uniti 25 giovani donne sopravvissute al bombardamento, rimaste gravemente sfigurate e bisognose di interventi di chirurgia plastica che in Giappone, in quel momento, non erano disponibili. Poco dopo, la famiglia fu invitata a partecipare a This Is Your Life, un popolare programma televisivo americano dedicato proprio a Kiyoshi Tanimoto. Tra gli ospiti a sorpresa c’era il capitano Robert Lewis, copilota dell’Enola Gay, l’aereo che aveva sganciato la bomba su Hiroshima.

Koko non sapeva chi avrebbe incontrato. Quando vide Lewis, il primo impulso fu quello di aggredirlo: “Avrei voluto dargli un pugno, morderlo o prenderlo a calci”. Non lo fece, anche perché si trovava davanti alle telecamere e sapeva che il padre, pastore, non avrebbe approvato. Durante la trasmissione il conduttore chiese a Lewis che cosa avesse provato dopo aver sganciato la bomba. Il militare raccontò di essere tornato sopra la città e di averla vista scomparsa. Mentre parlava, gli occhi gli si riempirono di lacrime.

“Lo odiavo. Ma quando vidi che piangeva pensai: se non devo odiare quest’uomo, allora devo odiare la guerra stessa, quella che noi esseri umani abbiamo provocato”. Alla fine della trasmissione Koko si trovò accanto a lui e gli prese la mano. Non poteva parlare inglese, ma quel gesto era il solo modo che aveva per comunicargli ciò che aveva capito: non erano le persone a dover essere odiate, ma la guerra.

“Mi ha cambiata”, dice oggi. Da allora non ha più incontrato Lewis, ma quell’episodio è diventato il vero senso della sua testimonianza. Non significa dimenticare ciò che è accaduto né negare le responsabilità, ma rifiutare che la violenza continui a generare altra violenza, sottolinea Koko.

Nel corso dell’intervista mostra anche un oggetto che i suoi genitori hanno conservato per tutta la vita: il vestitino che indossava il 6 agosto 1945. “Naturalmente era tutto bruciato. Non so per quanto tempo l’ho portato”, racconta. Guardarlo le ricorda di essere sopravvissuta e, soprattutto, di quanto sia preziosa la vita di ogni bambino. “Spero che nessun bambino al mondo debba mai vivere un’esperienza simile. Hanno una vita davanti a sé: devono poterla vivere. E noi adulti dobbiamo sostenerli”.

Koko Kondo da qualche anno è tornata a vivere a Hiroshima, vicino al Parco della Pace, dove passeggia quando il tempo e la salute glielo consentono. La città è diventata moderna, ma quei luoghi continuano a riportarla al passato. La sua fede, cresciuta accanto al padre pastore, resta un riferimento nella vita quotidiana: “Mi chiedo sempre se sto facendo la cosa giusta”. Ma il messaggio che affida ai ragazzi non è rivolto soltanto a chi condivide la sua religione o la sua storia. È un appello universale, rivolto ai bambini di ogni Paese e a tutti gli adulti che hanno la responsabilità di proteggerli.

“È facile andare nella direzione sbagliata”, osserva. Per questo bisogna conoscere ciò che è accaduto e imparare a distinguere ciò che non va ripetuto. La generazione più giovane, insiste, non deve essere lasciata sola a raccogliere le conseguenze delle decisioni degli adulti. “Sono loro che ci faranno progredire nel prossimo secolo. Se loro non ci saranno, non ci sarà nessuno”.

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