Elezioni in Israele: la partita sul voto degli ebrei ultra-ortodossi

Con il loro blocco stabile di voti lo Shas e Giudaismo Unito nella Torah sono stati un alleato fondamentale per Netanyahu. Ma lo scontro sull'arruolamento degli studenti delle yeshiva ha rimescolato le carte. E oggi alle urne si presenta anche un forza religiosa riformista (minoritaria) che ha come capolista una donna.

di Giorgio Bernardelli

Milano (AsiaNews) - A una settimana dalle elezioni in Israele il quadro delineato dai sondaggi continua a rimanere molto incerto, con la prospettiva – ormai più che probabile - che né Benjamin Netanyahu né i partiti “sionisti” che si presentano come alternativi con l’ex generale Gadi Eisenkot come potenziale premier raggiungano i 61 voti necessari per avere la maggioranza alla Knesset. Anche perché l’altro elemento chiaro è che l’affluenza degli elettori arabi sarà più alta rispetto alle tornate precedenti e quindi i loro due partiti di riferimento - la Lista Araba Unita e Ra’am - raccoglieranno un numero consistente di seggi. Qualsiasi coalizione alternativa a Netanyahu, dunque, sembrerebbe virtualmente impossibile senza un loro coinvolgimento.

Se questo è il quadro generale, c’è una partita del tutto particolare all’interno della destra israeliana che merita di essere osservata con attenzione: quella sul voto degli ebrei ultra-ortodossi.

I cosiddetti haredim - che sono stimati essere oggi circa il 14% della popolazione israeliana – da un punto di vista elettorale sono considerati tradizionalmente il gruppo più compatto e stabile nelle proprie preferenze. Secondo le analisi condotte dall’Israel Democracy Institute, nelle ultime elezioni del 2022 il loro voto andò per l’86% ai due maggiori partiti religiosi - lo Shas (il partito dei sefarditi) e Giudaismo Unito nella Torah (il cartello che riunisce i gruppi ashkenaziti). In sostanza: lasciarono solo le briciole anche agli altri partiti della destra israeliana. In termini assoluti, lo Shas raccolse l’8,25% dei voti degli elettori aggiudicandosi 11 seggi, mentre Giudaismo Unito nella Torah si fermò al 5,88% con 7 seggi. Un risultato sostanzialmente uguale a quello delle elezioni precedenti: sono vent’anni, ormai, che i partiti religiosi alla Knesset si aggiudicano tra i 16 e i 18 seggi, con una variazione minima legata sostanzialmente al tasso generale di affluenza.

Questo pacchetto di voti è stato fondamentale negli anni per garantire a Netanyahu le sue maggioranze. Mai quanto questa volta, però, nulla è dato per scontato: da un punto di vista demografico, infatti, gli ultra-ortodossi sarebbero in crescita. Grazie al tasso di natalità più alto delle loro famiglie, tra i circa 595mila israeliani tra i 18 e i 22 anni che il 27 ottobre voteranno per la prima volta, i giovani haredim sono ben 105mila. Ma stavolta non è automatico che questo si traduca in consensi per lo Shas e per Giudaismo Unito nella Torah.

La questione dell’arruolamento

Quella che si chiude è stata infatti una legislatura molto travagliata per i due partiti religiosi, per via della questione dello scontro sempre più duro sull’arruolamento degli studenti delle yeshiva, le scuole rabbiniche. Un tema divenuto incandescente in Israele durante la guerra iniziata il 7 ottobre 2023, con la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica insofferente di fronte alle esenzioni loro garantite, nonostante la Corte suprema abbia più volte in questi anni stabilito che il servizio militare dovrebbe essere obbligatorio per tutti.

Netanyahu ha provato a tenere insieme la sua stessa maggioranza, all’interno della quale le posizioni sono diverse su questo tema. Ha cercato - come suo solito - un compromesso, puntando sulla “volontarietà” dell’arruolamento (con scarsi risultati da un punto di vista numerico) e sulla formazione di battaglioni separati per loro nell’esercito. Ma Shas e Giudaismo Unito nella Torah volevano una legge che rinnovasse l’esenzione, sfidando ulteriormente la Corte suprema. Un passo che alla fine non è arrivato (perché avrebbe rischiato di inimicare buona parte dell’elettorato laico israeliano), suscitando proteste anche violente, portate in piazza da gruppi di giovani ultra-ortodossi.

Proprio oggi il tema esploso nuovamente - ad appena sette giorni dall’appuntamento con le urne - con i fermi che la polizia militare israeliana ha compiuto all’aeroporto Ben Gurion di un gruppo di 40 giovani haredim legati alla comunità dei Chabad-Lubavitch che rientravano dagli Stati Uniti. L’esercito li sta trattando come renitenti alla leva, avendo a suo tempo rifiutato l’arruolamento obbligatorio. Una mossa, questa, che ha fatto gridare i partiti religiosi all’ “ingerenza nelle elezioni”, con Netanyahu stesso che - in un’intervista a una radio legata agli haredim - ha stigmatizzato quanto avvenuto, salvo poi fare marcia indietro dicendo che “chi non si arruola andrà in carcere”.

Il premier uscente ha disperatamente bisogno che gli ultra-ortodossi mantengano i loro seggi alla Knesset. Ma nelle loro comunità non tutti, ormai, si fidano del leader del Likud. Il timore a destra è che molti haredim possano disertare le urne, ritenendosi traditi. E in una situazione in cui le due coalizioni appaiono sostanzialmente appaiate, l’ampiezza di queste defezioni potrebbe risultare determinante nel far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

La novità del Partito Pubblico Haredi

A tutto questo va aggiunto infine un altro elemento importante: in queste elezioni lo Shas e Giudaismo Unito nella Torah non sono più gli unici due partiti religiosi. Tra i 37 che hanno presentato proprie liste per la corsa alla Knesset, stavolta ce ne sono almeno altri tre che rappresentano espressamente anime del mondo ultra-ortodosso.

La lista più significativa è il Partito Pubblico Haredi, guidato da Moti Leitner, vicesindaco di Beit Shemesh: si tratta di una nuova formazione di impronta riformista che punta a combattere la povertà nelle comunità ultraortodosse, introdurre l’insegnamento di materie laiche nelle yeshiva e favorire l’inserimento dei propri giovani nel mondo del lavoro. Altro fatto estremamente significativo per il mondo degli haredim: la lista ha due donne ultra-ortodosse tra i primi quattro candidati, Nechumi Yaffe (capolista), ex consulente del Consiglio di sicurezza nazionale, e Ziva Glantz, imprenditrice sociale impegnata nella riforma dell’istruzione. Nonostante i sondaggi lo collochino ben al di sotto della soglia elettorale del 3,25% (viaggia intorno all’1%), il partito sta attirando attenzione come possibile alternativa all’establishment ultraortodosso tradizionale. E da alcune rilevazioni sembrerebbe che tra i giovani stia raccogliendo parecchi consensi, soprattutto tra le ragazze.

Le altre due liste, invece, sfidano “da destra” i due partiti religiosi tradizionali. La prima è Noam Le’Yisrael (Serenità per Israele), un partito fondato nel 2019 dai discepoli del rabbino Zvi Tau, con l’obiettivo dichiarato di difendere i valori familiari opponendosi a omosessualità, femminismo e progressismo e che nel 2022 si era presentato all’interno della lista di Ben Gvir. La seconda è HaKahal (Il Pubblico) un partito ultraortodosso guidato da Shlomo Elbaum, consigliere comunale di Bnei Brak, che presenta una lista di soli uomini composta da ebrei sia ashkenaziti sia sefarditi. Anche HaKahal presenta comunque una novità significativa: a differenza di quanto accade per lo Shas e Giudaismo Unito nella Torah, i suoi candidati non sono stati scelti dai rabbini di riferimento, ma attraverso elezioni primarie svolte tra i sostenitori. Un altro segno che, pur tra gruppi minoritari, qualcosa forse anche tra gli ultra-ortodossi sta cominciando a cambiare.


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