Milano (AsiaNews) - Come riportato ieri da Asianews, Chow Hang-tung e Lee Cheuk-yan sono stati riconosciuti colpevoli di incitamento alla sovversione. Albert Ho Chun-yan si era dichiarato colpevole lo scorso febbraio. Sono tre principali leader dell’opposizione democratica di Hong Kong. La loro condanna non arriva, purtroppo, inaspettata, ma non fa meno male e non è meno inaccettabile. Si tratta comunque di una sentenza scandalosa. È scandaloso infatti che quella che fino a sei anni fa era una delle città più libere, pluraliste e vivaci dell’Asia, pur non essendo governata da un sistema pienamente democratico, sia oggi una città dove le persone vengono condannate per la loro militanza politica, pur non avendo mai compiuto un singolo atto di violenza, anzi ispirandosi esplicitamente ai profeti della non violenza e della libertà.
Siamo ora in attesa di conoscere la pena a cui verranno condannati, che potrà essere fino a dieci anni di carcere: dopo la condanna vengono ridotte la possibilità di ricevere visite e altre concessioni. Saranno anni ancora più duri di quelli già passati in carcere. Sarà dunque importante la lunghezza della pena: i giudici continueranno sulla via della severità implacabile, o sceglieranno di mandare all’opinione pubblica un messaggio di mitezza? La decisione arriverà fra qualche settimana. Nel frattempo è già stata fissata l’udienza nella quale potranno giungere ai giudici delle ‘lettere di mitigazione’ a favore degli condannati da parte di esponenti della società civile.
Mostruosità giuridica
La motivazione della sentenza di colpevolezza è inquietante: aver chiesto la fine del regime del partito comunista. Si cita un emendamento alla Costituzione introdotto nel 2018 che dichiara il ruolo essenziale del partito comunista nel governo dello Stato. Ovvero partito comunista e Stato sono completamente identificati. I leader condannati hanno espresso le loro libere opinioni sul sistema politico cinese ben prima del 2018. Siamo dunque in una situazione di applicazione retroattiva della legge, cosa ritenuta ovunque un mostro giuridico. Si aggiunge nella motivazione che la democrazia in stile occidentale non va applicata in Cina. Come se la democrazia fosse una cosa (esclusivamente) occidentale e non fosse applicata - con successo - anche in grandi Paesi asiatici.
I leader incarcerati sono persone molto conosciute a Hong Kong, protagonisti negli ultimi decenni della vita politica, parlamentare e sindacale. Si sono sempre distinti per la generosa militanza, per il loro idealismo, mai coinvolti in vicende negative. Lo riconosce persino il dispositivo della motivazione di condanna: Chow, Lee e Ho hanno sempre agito pacificamente e non hanno avuto un piano strategico per sovvertire il governo. Sono condannati per le loro opinioni, per avere una coscienza politica dissidente rispetto al regime. È stato preso di mira il loro ruolo come capi dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti democratici patriottici della Cina (conosciuta a Hong Kong semplicemente come ‘l’Alleanza’). L’Alleanza, dal 1990 al 2019, ha ricordato legittimamente ogni anno, con le oceaniche veglie a Victoria Park, l’uccisione di centinaia (forse migliaia) di studenti e cittadini avvenuta a Pechino il 4 giugno 1989, conosciuta universalmente come il massacro di piazza Tiananmen. Abbiamo anche qui quella che ci sembra una applicazione retroattiva della legge: fino al 2020 queste veglie erano perfettamente legali. Da quando nel 2020 sono state dichiarate illegali, non sono state più fatte.
I tre giudici che li hanno condannati non sono stati scelti a caso, come avviene per gli altri reati. Fanno parte di una lista speciale di magistrati appositamente scelti dal Capo dell’esecutivo (cioè dal ‘governatore’ di Hong Kong, che di fatto è nominato da Pechino) incaricati di giudicare le violazioni della legge sulla sicurezza nazionale (entrata in vigore il 1 luglio 2020). Ovvero sono magistrati di nomina politica, in deroga all’autonomia della magistratura dalla politica, che era un pilastro della struttura giudiziaria di Hong Kong.
Tutti e tre gli attivisti erano stati spinti a dichiararsi colpevoli. È una strategia delle autorità politiche e giudiziarie per indebolire la statura morale e ideale dei leader democratici presso l’opinione pubblica: se si dichiarano colpevoli riconoscono la legittimità delle accuse e di aver commesso dei reati. Dichiararsi colpevoli ha dei vantaggi: apre la strada a possibili riduzioni di pena. Chow Hang-tung e Lee Cheuk-yan si sono però rifiutati di acconsentire a questa strategia difensiva, sostenendo così, davanti all’opinione pubblica, di non aver fatto niente di illegale: è stata la legge sulla sicurezza nazionale a introdurre pretestuosamente nuovi reati, del tutto politici.
Diverso il discorso che riguarda Alberto Ho: le sue precarie condizioni di salute hanno fatto sì che la famiglia lo abbia spinto a ‘dichiararsi colpevole’, sperando in una mitigazione della pena. Nel 2022 Ho era stato liberato - su cauzione - proprio per motivi di salute, per poi essere ricondotto in carcere nel 2023.
Non sono molti coloro che, in Italia e nel mondo, seguono con partecipazione la vicenda politica e giudiziaria di Hong Kong. C’è anche una tendenza, diffusa a Hong Kong e internazionalmente, a ritenere perduta la causa democratica e di libertà, e di lasciare al loro destino i leader incarcerati. La gran parte dei media non ha riportato la notizia della condanna, e così molti non si ricordano più di loro. Altri trovano persino modo di sottolineare i loro (possibili) errori e la loro ingenuità politica, ovvero di credere possibile un cambiamento.
Hong Kong, si dice spesso, ha voltato pagina. Il futuro economico della città è garantito dalla massiccia presenza della Cina che fa confluire nel territorio nuovi immigrati per ristabilire le perdite demografiche causate dall’autoesilio in Gran Bretagna di circa 300.000 residenti. Frotte di visitatori dalla Cina vengono in città, salvaguardando l’industria turistica che aveva subito una flessione a causa dell’instabilità politica e del Covid.
Noi non comprendiamo come il prezzo da pagare per l’integrazione di Hong Kong con la Cina, cosa che nessuno mette in discussione, sia l’imprigionamento dei leader democratici, l’abolizione della libertà, l’azzeramento di una società civile particolarmente vivace e brillante, e il pluralismo di idee, partiti e associazioni nella partecipazione al bene comune.
Molti lettori di AsiaNews conoscono i leader che ora sono stati dichiarati colpevoli. La nostra agenzia non ha mai smesso di aggiornare la vicenda che li riguarda e di mantenere l’attenzione su di loro. Non li dimenticheremo.
Tre prigionieri di coscienza
Infine qualche parola sui tre prigionieri di coscienza. L’avvocata per i diritti umani e del lavoro Chow Hang-tung (41 anni) nella sua autodifesa nel processo e in un nobile documento dal carcere del 2023 descrive quanto la retorica del potere riesca a cambiare persino il senso ordinario delle cose e delle parole. “La società e la legge dovrebbero incoraggiare proprio ciò che la corte era chiamata a vietare e punire”. Nel 2023 aveva scritto che persino la parola pace nella retorica di regime assume un significato sinistro: “La pace consiste nel garantire la sottomissione all'ordine del Partito con qualsiasi mezzo, non nel rifiuto della guerra o dell'odio”. Dal 2024, in circuiti privati, è disponibile un commovente docufilm intitolato She’s in Jail (Lei è in carcere) che racconta la storia della giovane avvocata: ne emerge una donna altamente motivata e disposta a pagare di persona la fedeltà ai suoi ideali.
Il capo dell’Alleanza di Hong Kong è stato, nell’ultimo decennio, il sindacalista e parlamentare Lee Cheuk-yan (69 anni), protagonista indiscusso delle veglie di Victoria Park. Era stato fermato a Pechino nel 1989, dove si era recato per portare agli studenti di Tiananmen la solidarietà della gente di Hong Kong. Tornato a Hong Kong, Lee ha dedicato la vita alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale. Uomo di grande fede, è cresciuto nella Chiesa anglicana, e in carcere ha ricevuto la cresima finalizzando l’adesione al cattolicesimo, al quale appartengono la moglie e la figlia.
L’avvocato Albert Ho (75 anni a dicembre) già capo del Partito democratico, è pure una figura molto conosciuta dell’Alleanza. Con un passato giovanile di militanza anticolonialista, rifiutò la cittadinanza britannica che gli era stata offerta come salvezza rispetto all’imminente arresto. In carcere ha abbracciato la fede cattolica, grazie anche alla vicinanza del cardinale Joseph Zen.




















