Beirut, porto: a sei anni dall’esplosione zone d’ombra sul processo

Il drammatico incidente conseguenza di omertà diffusa nei vertici dell’epoca. Diverse persone a conoscenza del pericolo hanno taciuto per complicità, negligenza o codardia. Aoun chiede “indipendenza” alla magistratura. Dubbi su fine egemonia di Hezbollah (e Teheran) sulle istituzioni.

di Fady Noun

Beirut (AsiaNews) - Il Libano commemora oggi, 4 agosto, il sesto anniversario della devastante esplosione al porto di Beirut di un carico di diverse migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, un fertilizzante che può diventare altamente esplosivo e stoccato senza alcun controllo dal 2013 nel capannone n. 12. Al calar del sole, momento in cui si è verificata la deflagrazione (alle 18:07 ora locale), sono previste due parate e un raduno sul luogo dell’incidente. L’esplosione aveva raso al suolo un’intera zona della capitale e i silos per il grano del porto, causando oltre 235 morti, in gran parte libanesi, oltre 6mila feriti e la distruzione di 77.000 appartamenti. Ciononostante, a distanza di sei anni, la verità su uno dei più devastanti incidenti di natura non nucleare della storia contemporanea continua a essere insabbiata.

La tragedia è innanzitutto la conseguenza di un’omertà, di un silenzio all’interno delle istituzioni al potere all’epoca i cui membri, a vari livelli amministrativi e politici, erano a conoscenza dell’anomalia portuale ma tacevano per complicità, negligenza o vigliaccheria. Risuonano ancora nelle orecchie degli abitanti di Beirut, provati dal dolore, le parole dell’allora presidente della Repubblica, Michel Aoun: “Era troppo tardi”. Egli aveva ammesso di essere stato avvisato della presenza dei sacchi di nitrato di ammonio diversi giorni prima della tragedia, ma di non aver ritenuto che spettasse a lui intervenire. Non meno sconcertanti sono state le ammissioni dell’ex capo del governo Hassane Diab: da parte sua, ha affermato di essere stato dissuaso dal compiere una visita ispettiva al capannone in cui era stoccato il materiale, ma non ha fornito il nome della persona che lo ha indotto a rinunciarvi.

Aoun e l’atto d’accusa

Alla vigilia di questo doloroso ricordo il capo dello Stato Joseph Aoun ha esortato il potere giudiziario a “dimostrare la propria indipendenza e la propria capacità di rendere giustizia alle vittime” rendendo pubblico l’atto d’accusa. Un passo che, a suo avviso, è diventato “una necessità che non ammette più alcun ulteriore ritardo”. Certo, si è dovuto attendere l’insediamento dell’attuale presidente alla guida dello Stato dal gennaio 2025 e l’evoluzione del contesto politico affinché la situazione iniziasse a sbloccarsi. Ma sei anni dopo la catastrofe, il fascicolo di questo caso è entrato nella sua fase finale.

A fine marzo, dopo aver completato l’istruttoria, il magistrato Tarek Bitar ha trasmesso le sue conclusioni alla Procura generale presso la Corte di cassazione, affinché il pubblico ministero formuli la sua requisitoria, una fase obbligatoria prima della pubblicazione dell’atto d’accusa. Il giudice Mohammad Saab, che il procuratore generale Ramy Hage ha incaricato di esaminare il voluminoso fascicolo, sta tardando a portare a termine il proprio compito secondo quanto afferma il gruppo delle famiglie delle vittime della catastrofe. Tuttavia, secondo fonti giudiziarie citate dalla stampa, Saab “sta lavorando giorno e notte” tanto da poter completare il proprio incarico “tra due o tre mesi” come ha precisato il ministro della Giustizia Adel Nassar.

Il padre di una delle vittime dell’esplosione, il dottor Nazih el-Adem, che ha perso la figlia Kristel nell’esplosione, rimane scettico al riguardo “fino a prova contraria”. “La giustizia e l’esercito sono infiltrati” afferma. “Non vi è più nulla da sperare da quella parte. Al crimine del silenzio (riguardo alla presenza di nitrato di ammonio nel porto di Beirut) si aggiunge il crimine di fatto, l’esplosione, nonché un terzo crimine, quello dell’impunità” accusa l’uomo. Per Cécile Roukoz, che nell’esplosione ha perso suo fratello Joseph, dipendente della società di trasporto marittimo CMA-CGM, “arrendersi è impensabile”. “Abbiamo cancellato la parola speranza dal nostro lessico - afferma -, ma siamo determinati ad agire per ottenere giustizia”.

Questo spirito di determinazione è mitigato da un giovane avvocato di Beirut, che parla ad AsiaNews sotto garanzia di anonimato. “Il caso è politicizzato - sostiene - non credo che si possa separare la giustizia dalla politica nelle circostanze attuali. Una sentenza equa sarebbe inevitabilmente una clamorosa sconfitta per una fazione politica. Per questo - conclude - si farà di tutto per evitarla”. Al riguardo vale ricordare come l’Ordine degli avvocati di Beirut abbia creato un comitato per garantire il monitoraggio giudiziario di questa tragedia, in particolare nei confronti delle compagnie assicurative, che attendono il verdetto per risarcire le vittime.

Amal sotto accusa

Sospettato di negligenza e di potenziale responsabilità nel caso, il deputato Ali Hassan Khalil, numero due del movimento Amal - il cui leader è il presidente della Camera, Nabih Berry - è stato convocato dal giudice istruttore Tarek Bitar, ma si è rifiutato di presentarsi. A suo carico era stato emesso un mandato di arresto in contumacia, che la polizia giudiziaria ha ignorato. Secondo il ricercatore Ramzi Kaïs di Human Rights Watch (Hrw), gli ex ministri Ali Hassan Khalil, Ghazi Zeaïter e Youssef Fenianos, nonché l’ex comandante in capo dell’esercito Jean Kahwaji, erano stati informati della presenza delle scorte di nitrato di ammonio in un capannone privo di ventilazione. Il ricercatore ha sottolineato che questi responsabili, per primi, non avevano adottato le misure necessarie per mettere in sicurezza la scorta. “Avevano previsto - ha sintetizzato l’esperto - la possibilità di decessi e hanno accettato tale rischio”.

Sommerso da ricorsi giudiziari (ricorsi abusivi e invocazione di immunità) che hanno a lungo ostacolato le indagini, contrastato da politici esperti in manovre dilatorie e a lungo alle prese con una procura che, secondo numerosi osservatori, si comportava da avversaria più che da partner nella giustizia, Tarek Bitar ha condotto le sue indagini a dispetto dei numerosi ostacoli sul percorso. Il magistrato è stato anche bersaglio di intimidazioni, in particolare nel settembre 2021, quando un dirigente di Hezbollah, Wafic Safa, lo aveva minacciato proprio nel Palazzo di Giustizia di Beirut.

Dopo oltre cinque anni di procedimento, il magistrato è finalmente riuscito a chiudere l’istruttoria e oggi intende aprire la strada a un processo attraverso un atto d’accusa che desidera sia rigoroso e ben documentato. Quest’ultimo sarà condotto dalla Corte di giustizia, presieduta dal primo presidente della Corte di cassazione e presidente del Consiglio superiore della magistratura, Souheil Abboud. Per quanto riguarda l’identità del vero destinatario del nitrato, il dito è puntato contro la Siria di Bashar al-Assad, così come contro Hezbollah, in qualità di intermediario. Il dittatore deposto fra novembre e dicembre 2024 è accusato di aver aggirato le sanzioni statunitensi imposte al suo Paese e di aver fatto importare il nitrato per riempire dei barili che faceva lanciare dagli aerei sulle popolazioni legate all’opposizione.

Zone d’ombra

In questo caso permangono diverse zone d’ombra, che l’atto d’accusa dovrebbe chiarire. Ad esso sono infatti collegati diversi decessi violenti, mai chiariti: Joseph Skaff, un agente doganale, è stato il primo, nel 2014, a segnalare la presenza di nitrato di ammonio nel porto. Muore nel 2017 in circostanze sospette. Il collega Mounir Abou Rjeily viene assassinato alla fine del 2020, così come Joe Bejjani, un fotografo amatoriale che avrebbe scattato alcune foto del luogo di stoccaggio. La vicenda più recente è quella dell’analista e storico Lokman Slim, oppositore di Hezbollah, che aveva osato accusare pubblicamente, su un canale televisivo arabo, il regime siriano e il suo alleato Hezbollah di essere responsabili dell’esplosione.

Altre zone d’ombra riguardano, in particolare, il percorso tortuoso e gli espedienti che hanno permesso a un carico di nitrato di ammonio prodotto in Georgia e destinato, in teoria, a una fabbrica di esplosivi minerari in Mozambico, di finire in Libano. Anche l’incendio del deposito di nitrato - provocato, secondo alcuni, da lavori di saldatura che hanno dato fuoco a un deposito di fuochi d’artificio stoccato illegalmente nelle vicinanze - pone un problema. Per il momento si propende per l’ipotesi dell’incidente. L’ipotesi di un attacco israeliano, oggetto di numerose speculazioni, è stata formalmente scartata da una perizia della gendarmeria scientifica francese, che ha prelevato ed esaminato campioni dal cratere scavato dall’esplosione, confermando l’assenza di tracce di componenti militari o di residui di esplosivo riconducibili a un missile. 

A Beirut armi di Hezbollah

Istintivamente, l’opinione pubblica ha collegato alcuni giorni fa l’esplosione del porto alla recente scoperta fortuita da parte dell’esercito libanese, nella notte tra il 29 e il 30 luglio scorso, di un’importante scorta di armi appartenenti a Hezbollah nella capitale. Questo episodio si verifica mentre il Libano subisce crescenti pressioni da parte di Israele e degli Stati Uniti affinché acceleri il disarmo del gruppo sostenuto dall’Iran, nell’ambito dei negoziati diretti in corso tra Beirut e Tel Aviv, di cui è previsto un nuovo ciclo da oggi al 6 agosto a Roma. Questa scoperta fortuita presso l’abitazione di un gommista avviene inoltre tre mesi dopo la decisione del Consiglio dei ministri di “estendere il controllo dello Stato” nella capitale e di “garantirvi il monopolio delle armi”, in risposta al massacro israeliano dell’8 aprile scorso.

Secondo una fonte giudiziaria rilanciata da L’Orient-Le Jour (LOJ), si tratterebbe di armi e munizioni destinate a “scontri di strada”, più che di un arsenale utilizzabile per un’operazione su larga scala. Al contempo sono state sequestrate anche bandiere di Hezbollah, oltre a una mappa del quartiere di Ras el-Nabeh e a dei walkie-talkie. “I nascondigli di Hezbollah sono ovunque”, commenta la cassiera di un negozio di specialità gastronomiche a Beirut. “Hanno accumulato armi per anni. Nessuno - afferma - osava fare loro domande. I camion con rimorchio coperti da teloni passavano sotto i nostri occhi, senza che nessuno osasse chiedere cosa trasportassero. Questo Paese è pieno zeppo di nascondigli, e non siamo neanche lontanamente vicini alla fine” afferma con tono esasperato. Una riflessione che riflette lo stato d’animo di gran parte della popolazione, ancora incerta sul fatto che l’egemonia di Hezbollah sulle istituzioni sia davvero finita. 

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