Le Chiese anglicane "ascoltano" i cristiani della Palestina

Tra i temi discussi al Sinodo generale tenutosi a York anche il documento Kairos Palestine, in cui le comunità della Terra Santa prendono posizione su occupazione israeliana, pace e giustizia. Il viaggio della primate Mullally e la difficoltà di non lasciarsi paralizzare dalle sensibilità diverse. Il pastore pastore palestinese Munther Isaac: "Un passo che attendevamo da tempo".

di Giuseppe Caffulli

Un evento per molti versi storico. Il primo appuntamento del nuovo primate della Chiesa d'Inghilterra Sarah Mullally con il suo Sinodo generale, il primo in assoluto di un arcivescovo di Canterbury donna, si è concluso martedì 14 luglio a York, dopo cinque giorni di lavori iniziati venerdì 10. L'assemblea generale della Chiesa d'Inghilterra, riunisce 478 membri votanti divisi nelle tre Camere dei vescovi, del clero e dei laici, oltre a 19 rappresentanti senza diritto di voto.

Tra i temi più delicati all'ordine del giorno c'era la mozione della diocesi di Carlisle su Kairos Palestine, il percorso teologico e politico sviluppato dai cristiani palestinesi a partire dal 2009 che chiede alle Chiese del mondo di ascoltare l’esperienza dei cristiani palestinesi, confrontarsi con l’occupazione e sostenere una pace fondata su giustizia, uguaglianza e dignità.

Il testo uscito dal Sinodo anglicano, dopo una discussione protrattasi tra la sera di domenica 12 e la mattina di lunedì 13 luglio, impegna la Chiesa d'Inghilterra a «stare in solidarietà» con i cristiani palestinesi e con i loro fratelli e sorelle palestinesi nella resistenza non violenta all'occupazione. Il Sinodo deplora la perdita di vite israeliane e palestinesi, le violazioni della dignità e dei diritti umani e lo sfollamento delle popolazioni, chiedendo una pace giusta e duratura per tutti.

Il punto più discusso è stato però l'utilizzo di un verbo. La formulazione originaria chiedeva di «ricevere» i documenti di Kairos Palestine (nel loro complesso quattro; 2009, A Moment of Truth; 2020, The Cry for Hope; 2023, A Call for Repentance; 2025, Kairos Palestine II, quest’ultimo redatto nel contesto della devastazione di Gaza). Un emendamento ha sostituito quel termine con «ascoltare». La differenza è stata decisiva. Il Sinodo non ha adottato né approvato integralmente i testi, ma si è impegnato ad ascoltarli come «espressioni sincere dell'esperienza vissuta dai cristiani palestinesi» e a studiarli per comprendere meglio la situazione.

La mozione riconosce inoltre con pentimento il contributo storico della Chiesa d'Inghilterra sia all'antisemitismo sia alla situazione che oggi affligge il popolo palestinese. Conferma l'impegno al dialogo interreligioso, compreso quello cristiano-ebraico, respinge l'antisemitismo, l'ostilità anti-musulmana e ogni forma di pregiudizio religioso o etnico. Chiede anche una revisione delle politiche di investimento della Chiesa alla luce del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 sull'illegalità dell'occupazione dei Territori palestinesi e invita il governo britannico a lavorare con urgenza per una pace che garantisca sicurezza, diritti e dignità a tutti.

A sostenere il compromesso è stata soprattutto Sarah Mullally, prima donna a ricoprire l'incarico di arcivescova di Canterbury e protagonista, poche settimane prima, di un pellegrinaggio in Israele e nei Territori palestinesi insieme all'arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hosam Naoum. Nel suo intervento, Mullally ha insistito sulla necessità di «ascoltare anche ciò che è difficile da sentire» e di accettare il rischio del dialogo oltre le divisioni.

«Ascoltare le sincere testimonianze delle esperienze di vita dei cristiani palestinesi non significa essere d'accordo con tutto ciò che è contenuto in questi documenti», ha detto. Significa però ascoltare con compassione ed essere solidali di fronte alle ingiustizie subite. La primate ha ricordato il trauma del 7 ottobre e il dolore ancora vivo nella comunità ebraica, ribadendo il rifiuto dell'antisemitismo. Ma ha parlato anche del «grido» dei cristiani palestinesi che sale «dalle rovine di Gaza e dalla violenza e dall'oppressione della Cisgiordania».

Il dibattito ha mostrato quanto sia difficile tenere insieme le diverse esperienze. Il vescovo di Lichfield, Michael Ipgrave, ha difeso la sostituzione del termine “ricevere” con “ascoltare”, precisando che la Chiesa non può adottare automaticamente tutto il linguaggio di Kairos. L'arcivescovo di York, Stephen Cottrell, ha invece dato voce alla presenza palestinese in aula, citando più volte le parole del reverendo Fadi Diab, vicario della chiesa anglicana di Sant'Andrea a Ramallah, e dell'arcivescovo Hosam Naoum: «Vi ascoltiamo. Siamo al vostro fianco».

Le obiezioni più dure sono arrivate dal Consiglio dei deputati ebrei britannici, la principale organizzazione rappresentativa della comunità ebraica nel Regno Unito, e da altre organizzazioni ebraiche britanniche. Il Consiglio ha sostenuto che soprattutto Kairos II conterrebbe una rappresentazione “tossica” degli ebrei e del sionismo e ha chiesto alla Chiesa non di ascoltare, ma di respingere il documento. Secondo i suoi rappresentanti, la mozione avrebbe messo in pericolo le relazioni ebraico-cristiane e rischierebbe di alimentare l'antisemitismo proprio in un momento in cui l'odio contro gli ebrei è in aumento. Il Consiglio dei deputati ebrei ha tuttavia ribadito di condannare ogni forma di estremismo e violenza, compresa quella dei coloni estremisti, e di sostenere la pace e la sicurezza per entrambi i popoli.

È dentro questa controversia che assume una angolatura particolare il punto di vista del pastore luterano palestinese Munther Isaac. Teologo, direttore dell'Institute for Peace and Justice di Betlemme, Isaac (insieme al patriarca latino emerito di Gerusalemme Michel Sabbah e all'arcivescovo ortodosso Atallah Hanna) è una delle voci più riconoscibili e autorevoli del cristianesimo palestinese contemporaneo. Il suo giudizio sul documento del Sinodo anglicano è netto, espresso anche dagli schermi di Al-Jaazera: la Chiesa d'Inghilterra ha compiuto «un passo atteso da tempo». Non perché il Sinodo abbia approvato ogni parola di Kairos Palestine, ma perché ha accettato di ascoltare una comunità cristiana che per anni ha cercato di raccontare la propria esperienza alle Chiese occidentali.

Per Isaac, il testo di York va letto alla luce di una storia lunga e complessa. I cristiani palestinesi hanno incontrato per anni gli arcivescovi di Canterbury e altri esponenti delle Chiese occidentali (compresi i membri del Coordinamento delle Conferenze episcopali cattoliche a sostegno della Chiesa in Terra Santa). Hanno raccontato l'occupazione, le restrizioni alla libertà di movimento, l'espansione degli insediamenti, la violenza e, dopo il 7 ottobre 2023, la devastazione di Gaza. A un certo punto, fa notare il reverendo Isaac, «sarebbe diventato moralmente e pastoralmente indifendibile rifiutarsi persino di ascoltare la nostra testimonianza».

Il pastore luterano invita però a non ridurre la questione a una disputa sul linguaggio. «Non stiamo semplicemente esprimendo dolore», sostiene: i cristiani palestinesi stanno testimoniando una realtà che, a suo giudizio, è stata documentata da organismi internazionali, esperti legali, organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, medici e giornalisti. L'esperienza a cui Kairos vuole dare voce, dunque, non può essere trattata come una semplice opinione politica.

Le Chiese e le comunità protestanti della Terra Santa sono oggi una realtà piccola (meno di 10 mila fedeli, a dar credito alle stime), ma capace di una presenza significativa nella società palestinese. Gli anglicani fanno capo alla Diocesi episcopale di Gerusalemme, che comprende parrocchie e istituzioni in Israele, Palestina, Giordania, Libano e Siria. Il rapporto tra luterani e anglicani oggi è particolarmente stretto. Le due Chiese collaborano nell'educazione, nell'assistenza sociale e nella testimonianza pubblica, oltre che nella difesa della presenza cristiana locale.

È in questo spazio ecumenico che la voce di Munther Isaac acquista peso. Il suo non è soltanto il punto di vista del responsabile della comunità luterana di Betlemme, ma quello di una Chiesa locale che paga pesantemente lo scotto della guerra e dell'occupazione. E che si trova a vivere quotidianamente le conseguenze delle decisioni politiche, militari e diplomatiche prese spesso lontano dalla Terra Santa.

Il reverendo Isaac, a dire il vero, non nasconde la propria delusione per le esitazioni spesso manifestate delle Chiese occidentali, ma guarda al bicchiere mezzo pieno. E considera il voto di York un possibile punto di svolta. Il suo auspicio è che «l'ascolto» non rimanga un gesto simbolico. Kairos Palestine II, in particolare, nasce dalla necessità di una «teologia post-Gaza»: una riflessione cristiana che non possa tornare semplicemente alla normalità precedente. Il cambiamento dovrà riguardare la teologia, la testimonianza pubblica e la solidarietà concreta. La Chiesa di Cristo, nell'insieme delle sue espressioni, non può limitarsi a pregare per la pace senza confrontarsi con le «strutture di peccato», quei perversi meccanismi economici, politici e sociali che impediscono giustizia, libertà e dignità.

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