Damasco (AsiaNews) - Muath non poteva sentire la parola che avrebbe potuto fermarlo. I soldati l’avevano chiamato; non si è fermato. Poi hanno sparato. Nel suo villaggio, Jamla, non lo ha salvato né l’essere conosciuto dagli abitanti né la sordità e la sindrome di Down con cui viveva. La sua vita è finita a un posto di blocco di un esercito straniero, nel luogo dove avrebbe dovuto essere al sicuro: la sua terra.
È il racconto di un abitante sull’uccisione di Muath Salama al-Baeer, avvenuta all’alba dello scorso 22 ottobre 2026. In una testimonianza filmata, Ahmed Moussa Sbeihi ha riferito che una forza israeliana è entrata a Jamla, nel bacino dello Yarmouk, a ovest di Daraa, ha perquisito case e installato un posto di blocco. I soldati sparato a Muath, che per la sordità non aveva risposto all’ordine di fermarsi. Gli abitanti hanno detto che era disarmato e viveva con le sorelle dalla morte dei genitori.
Quello stesso giorno il villaggio e persone di altre località di Daraa lo ha accompagnato alla sepoltura. E all’indomani le proteste hanno raggiunto Damasco, Homs, Hasakah, Quneitra e zone della provincia di Damasco. La sua morte ha posto una domanda oltre le circostanze degli spari: quanto deve dimostrare un siriano di essere civile per attraversare il proprio villaggio senza paura?
Davanti agli uffici ONU a Mazzeh, fra i manifestanti c’erano famiglie in attesa di notizie dei parenti detenuti da Israele. A Khan Arnaba, Quneitra, chiedevano la fine delle incursioni e il rilascio dei detenuti. Dolori diversi si incontravano nelle piazze, uniti dal fatto che i confini non proteggono più gli abitanti dall’arrivo dei militari nelle loro case.
La casa che non aspetta più i suoi abitanti
La paura era già iniziata prima della morte di Muath. In una testimonianza raccolta da Amnesty International, una donna rimasta vedova durante la guerra raccontava di aver perso la casa costruita dal marito e il piccolo terreno adiacente che sosteneva la famiglia. Dopo l’arrivo delle forze israeliane, la casa era stata demolita e il terreno spianato. Aveva perso più di un riparo: quanto restava della fatica del marito e il sostentamento familiare.
A Rassim al-Rawadi, un uomo riferiva che i soldati avevano trattenuto lui, la moglie e i tre figli per sei ore, prima di ordinarne il rilascio. Quaranta giorni dopo poterono tornare. La casa era un cumulo di macerie. Fra partenza e ritorno, era scomparso il luogo dove avrebbero dovuto riprendere la loro vita.
L’inchiesta pubblicata da Amnesty, che risale al maggio scorso, elenca almeno 23 strutture civili danneggiate o distrutte in tre villaggi e nove basi israeliane costruite a Quneitra e Daraa dal dicembre 2024. L’organizzazione ha ritenuto le demolizioni indagate prive di assoluta necessità militare, chiedendo di investigarle come crimini di guerra.
Sono fatti danno che danno un altro peso alla parola “temporaneo”. Quando una presenza militare diventa una base e una casa scompare sotto una ruspa, non si tratta più di una pattuglia che entra ed esce. La domanda è che cosa resterà dopo il ritiro e se i proprietari troveranno una vita a cui tornare.
Gli effetti delle incursioni superano le famiglie con case demolite o parenti detenuti. I vicini ripensano percorsi e orari; i genitori si interrogano sulla sicurezza della strada per la scuola; un pastore teme di avvicinarsi a terreni familiari. Andare a scuola o nei campi diventa un azzardo da calcolare sugli orari delle pattuglie? Da quando una strada pubblica è diventata un passaggio dove un posto di blocco decide chi può transitare?
Nei campi, la domanda non è più solo ipotetica. Sbeihi, che ha raccontato l’uccisione di Muath, ha parlato anche della raccolta delle olive e della difficoltà di raggiungere gli alberi. Ha riferito richieste di documenti e fotografie per ottenere permessi di raccolta vicino alle postazioni militari. Una stagione attesa tutto l’anno dipende ormai da un’autorizzazione.
Il rapporto con la terra cambia prima della mappa ufficiale. Il campo resta intestato al proprietario, ma accedervi non dipende più soltanto da lui. La sovranità diventa un raccolto possibile, una casa a cui tornare e sapere dove è detenuto un figlio.
Il Golan che si estende nella vita delle persone
Jamla è un villaggio di Daraa, non un altro nome del Golan occupato. La distinzione spiega l’estendersi del problema. Israele, che occupa gran parte del Golan dal 1967 e lo ha annesso nel 1981 con un atto respinto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo la caduta di Assad dell’8 dicembre 2024 è avanzato nella zona di separazione e in altre aree siriane. Anche oltre le vecchie linee dell’occupazione si subiscono gli effetti della sua presenza militare.
Nel settembre 2026, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sulla Siria ha avvertito che tale presenza si è radicata attraverso incursioni, perquisizioni, posti di blocco e infrastrutture fisse. Ha identificato 49 persone, fra cui due minori, arrestate in Siria e presumibilmente trasferite in Israele, avvertendo che alcuni atti potrebbero costituire crimini di guerra.
Damasco ha condannato l’uccisione di Muath tramite il ministero degli Esteri, attribuendone la responsabilità a Israele. Il ministro della Giustizia Mazhar al-Wais ha elogiato le proteste del 23 ottobre come risposta popolare e giuridica agli attacchi. Ma la reazione annunciata è rimasta limitata alla condanna e a posizioni generali, senza un percorso preciso, scadenze o misure dai risultati verificabili dagli abitanti.
Il linguaggio ufficiale appare così inferiore alla gravità dell’evento. Le condanne si ripetono come le incursioni; si elogia il patriottismo dei manifestanti mentre la protezione resta in sospeso. Senza spiegare che cosa cambierà dopo un comunicato, la condanna rischia di diventare un gesto di circostanza, per quanto duro. Le famiglie vogliono sapere che cosa farà il governo della loro rabbia, oltre a condividerla.
La domanda non impone un’altra guerra a un Paese stremato. Si può rifiutare lo scontro militare ed esigere una diplomazia responsabile dei risultati: conoscere la sorte dei detenuti, accedere ai terreni, fermare gli attacchi e ottenere un ritiro verificabile. Il timore è che il negoziato continui mentre una presenza presentata come misura di sicurezza diventa permanente.
Le parole all’Onu e la prova dell’azione
Poco più di un mese fa, Ahmed al-Sharaa aveva affermato all’Assemblea generale ONU che il Golan sarebbe rimasto siriano, chiedendo il ritorno delle forze israeliane alle posizioni precedenti l’8 dicembre 2024. All’Atlantic Council aveva raccontato di aver chiesto scherzosamente a Donald Trump perché non desse a Israele il New Jersey: gli Stati Uniti non possiedono la terra siriana per disporne.
Il rifiuto delle cessioni era chiaro, ma restava la distanza fra proclamare un diritto e proteggere chi lo detiene. La morte di Muath e le proteste del sud l’hanno riproposta alla presidenza: che cosa hanno prodotto gli incontri e cosa percepiscono i cittadini della presenza del loro Paese sulle tribune internazionali?
Nel libro degli ospiti del segretario generale dell’Onu a New York, Sharaa ha scritto di suo pugno un versetto della Sura 9 del Corano: «Di’: Agite! Allah osserverà le vostre opere, e così il Suo Messaggero e i credenti».
Il presidente transitorio ad interim ha scelto la parola «Agite». Nel sud si attende qualcosa di visibile: una casa a cui tornare, una strada sicura per la scuola, un raccolto senza permessi. Fra il versetto nel libro degli ospiti e queste vite sospese, resta la domanda: cosa vedranno i siriani?





















