Il caro-carburante e le proteste curde: nuove pressioni su Damasco

Le proteste contro l’aumento dei prezzi si sono estese dal nord-est a Idlib, Aleppo, Hama e Homs. Nel frattempo, nelle aree a maggioranza curda continuano le mobilitazioni per il diritto all’insegnamento nella lingua madre. Ma il presidente al-Sharaa è a Dubai per un vertice sulla comunicazione e i media.

Damasco (AsiaNews/Agenzie) - La decisione del governo siriano di aumentare bruscamente i prezzi dei carburanti ha provocato il 13 settembre una delle più ampie proteste dalla caduta di Bashar al-Assad, raggiungendo anche Idlib, considerata la roccaforte che sostiene l’attuale esecutivo. Le proteste si sono estese a diverse aree del Paese, da Hassaké e Raqqa ad Aleppo, Hama, Homs, proseguendo anche il giorno successivo. 

Nel frattempo, il presidente Ahmed al-Sharaa, all’Arab Media Summit - piattaforma che riunisce giornalisti, esperti di tecnologi ma anche leader politici - che si apre oggi a Dubai, in riferimento al ruolo che la Siria potrebbe avere nel conflitto in Medio Oriente, ha dichiarato che il Paese è diventato un “punto di stabilità nella regione” al punto che potrebbe diventare “una rotta commerciale e una catena di approvvigionamento energetico tra Oriente e Occidente”, considerati gli scontri che coinvolgono gli Stretti marittimi. 

A differenza di altri disordini che hanno attraversato il Paese dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad a dicembre 2024, la mobilitazione questa volta attraversa aree con composizioni etniche e confessionali diverse e, soprattutto, coinvolge anche territori vicini al nuovo governo. Non sono stati segnalati, per ora, scontri con le forze di sicurezza. Anche sui social, però, soprattutto nelle zone rurali, molti siriani hanno espresso preoccupazione per l’aumento dei prezzi dell’energia in vista dell’inverno. 

Nel nord-est del Paese le proteste contro il caro-carburante si sono sovrapposte a una mobilitazione curda che dura ormai da diversi giorni. A Hassaké e nelle città a maggioranza curda, infatti, studenti e insegnanti hanno protestato contro la decisione del ministero dell’Istruzione di limitare a tre ore settimanali l’insegnamento della lingua curda nelle scuole. Le manifestazioni sono iniziate all’inizio di settembre, con proteste a Qamishli, Girkê Legê, Amuda, Dayrik e Kobane, e sono proseguite anche il 10 e ieri 14 settembre.

Dopo anni di autogoverno, le aree a maggioranza curda sono state progressivamente reintegrate nelle istituzioni dello Stato siriano, attraverso un processo iniziato con gli accordi accordi siglati a marzo 2025 e proseguito nel corso di quest’anno. Ma, nonostante il riconoscimento del curdo come lingua nazionale nelle aree in cui è parlato da una parte significativa della popolazione, il nuovo sistema scolastico ne limita l’uso a tre ore settimanali e consente per il momento di insegnare in curdo solo alcune materie. 

Intanto ieri alcuni manifestanti hanno chiesto le dimissioni del ministro dell’Energia, Mohammad al-Bashir, che in passato ha ricoperto il ruolo di primo ministro del Governo di salvezza nazionale di Idlib, l’autorità che fungeva da vetrina politica per Hay’at Tahrir al-Sham (Hts), il movimento jihadista estremista da cui proviene l’attuale presidente, Ahmed al-Sharaa. Il Parlamento ha convocato il ministro per un’audizione il 17 settembre, su richiesta del presidente della commissione Energia, per discutere delle ragioni dell’aumento e le modalità con cui è stata presa una decisione tanto improvvisa. 

Il rincaro ha riguardato innanzitutto il diesel, il cui prezzo è aumentato del 40%, passando da 125 a 175 lire siriane al litro. Il prezzo della benzina a 95 ottani è salito da 152 a 195 lire, mentre quella a 90 ottani è passata da 147 a 185 lire. Anche il gas domestico ha subito un aumento, da 1.470 a 1.600 lire per bombola.

Gli effetti sui trasporti sono stati immediati. A Damasco alcuni autisti dei taxi collettivi hanno già aumentato le tariffe, con rincari stimati tra il 35 e il 70%. Il ministero dell’Energia sostiene che l’aumento sia temporaneo e sia stato reso necessario dalla combinazione di due fattori: l’impennata dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali a causa della guerra e la temporanea riduzione della capacità di raffinazione della Siria dovuta ai lavori di manutenzione della raffineria di Baniyas, sulla costa mediterranea.

La questione mette in evidenza la forte dipendenza dall’estero per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. La Siria ha prodotto in media circa 82mila barili di petrolio greggio al giorno nel primo semestre dell'anno, secondo i dati riportati dal ministero dell’Energia, mentre il fabbisogno complessivo è stimato intorno ai 300mila barili al giorno. Per il diesel, in particolare, la domanda quotidiana è stimata in circa 12 milioni di litri: la produzione interna ne copre circa 3 milioni.

La raffineria di Baniyas, la principale del Paese, ha una capacità di trattamento di circa 80mila barili al giorno. L’impianto è attualmente sottoposto a un’importante opera di manutenzione che dovrebbe durare circa due mesi e che, nel breve periodo, riduce ulteriormente la capacità siriana di produrre carburanti raffinati. L’obiettivo dei lavori è portare in futuro la capacità dell’impianto a circa 130mila barili al giorno.

Come ha spiegato l’analista Cédric Labrousse, il precedente regime baathista aveva utilizzato per decenni le sovvenzioni come strumento di politica sociale, assorbendo parte del costo dei beni essenziali. Il nuovo Stato, però, non dispone più degli stessi margini finanziari. Oggi, il costo della ricostruzione della Siria dopo la guerra è stimato intorno ai 216 miliardi di dollari. Se l’attuale governo “sovvenziona il carburante, sarà ancora a scapito degli investimenti e della ricostruzione. Se non fa nulla, l’inflazione può rapidamente provocare enormi danni”, ha sottolineato Labrousse.

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