Al largo di Adrasan (località costiera affacciata sul golfo di Antalya, lungo la costa della Licia antica, una regione storica dell'Anatolia sud-occidentale) gli archeologi subacquei hanno riportato alla luce migliaia di stoviglie di 2.100 anni fa. Un ritrovamento che racconta i commerci, la tavola e la cultura del Mediterraneo ellenistico-romano. Il carico proveniva probabilmente dalle coste dell'Anatolia ed era forse diretto a Roma. Il relitto è quello di una nave mercantile che affondò probabilmente intorno alla metà del I secolo avanti Cristo. Gli scavi sono iniziati nel 2025 e stanno restituendo un carico eccezionalmente ricco: vasellame ceramico di 122 forme e dimensioni differenti, insieme ad anfore (e monete) provenienti da diversi centri del mondo egeo. Le ceramiche principali sembrano provenire dalla regione di Antiochia e, in particolare, dalle coste di Arsuz, l'antica Rhosus, a sud-ovest di İskenderun (l'antica Alessandretta), sulla costa mediterranea della Turchia meridionale.
La nave da carico era già era stata individuata in passato e le prime indagini erano state condotte nel 2022. Nel 2023 Hakan Öniz ed Emre Okan, dell'Università Akdeniz di Antalya, hanno pubblicato sul Journal of Maritime Archaeology uno studio specificamente dedicato al relitto. Ma le campagne di recupero degli archeologi subacquei non si sono fermate: nel 2025 sono stati riportati all'asciutto 6.511 manufatti ceramici integri; migliaia di frammenti sono stati portati nei laboratori per essere studiati e, dove possibile, restaurati. Nelle varie campagne sono impiegati anche robot capaci di operare nelle profondità del mare. Solo il 28 settembre scorso il ministero della Cultura e del Turismo di Ankara ha diffuso la notizia, subito ripresa dall'agenzia di stampa turca Anadolu e da una serie di media internazionali.
Il ritrovamento ci offre una documentazione eccezionale di una dimensione della vita antica che normalmente arriva fino a noi in maniera molto frammentaria: come si apparecchiava una tavola, quali recipienti si utilizzavano, quali oggetti erano considerati raffinati, quali merci potevano viaggiare per centinaia di chilometri per raggiungere un mercato lontano.
Fra i reperti sono stati riconosciuti piatti destinati al servizio del pesce, ciotole per le zuppe, contenitori per la frutta secca e vassoi di diverse forme e dimensioni. La grande varietà del vasellame suggerisce una tavola nella quale le diverse portate e preparazioni avevano recipienti specifici e nella quale anche la presentazione del cibo aveva la sua importanza. Sono gli oggetti attraverso i quali una società rende visibile la propria cultura del cibo.
Il vasellame appartiene alla categoria che gli specialisti chiamano Eastern Sigillata A (ESA), una classe di ceramica fine da mensa, prodotta nel Mediterraneo orientale, soprattutto nella regione della Siria settentrionale e della Cilicia, a partire dalla fine del II secolo a.C. e diffusa fino al I secolo d.C. Si tratta di ceramica caratterizzata da un impasto generalmente chiaro e da una vernice rossa, sottile e lucida, applicata alla superficie.
Le coste dell'Anatolia, della Siria e della Cilicia non erano una periferia arretrata rispetto ai grandi centri del Mediterraneo. Erano, al contrario, un'area nella quale da secoli si incontravano culture greche e orientali, tradizioni locali, produzioni artigianali specializzate e rotte commerciali. Le città sorte o sviluppatesi nell'epoca ellenistica costituivano nodi di una rete che univa il Levante all'Egeo, alla Grecia e all'Italia. Il relitto di Adrasan ci aiuta insomma a comprendere meglio uno dei baricentri economici del mondo romano ed ellenistico.
Anche le monete ritrovate nel relitto marino contribuiscono a precisare il contesto. Alcune, databili al I secolo a.C. e riconducibili all'area di Antiochia, aiutano a collocare cronologicamente l'affondamento. L'ipotesi degli archeologi è che la nave fosse partita da Arsuz e navigasse verso occidente, probabilmente verso i mercati italiani e forse Roma, quando una tempesta la spinse verso bassi fondali provocandone l'affondamento.
A rendere la scoperta ancora più affascinante è il nome di Rhosus. L'antica città, identificata con l'odierna Arsuz, è infatti ricordata anche da Marco Tullio Cicerone. Nel 50 a. C, nelle lettere indirizzate a Tito Pomponio Attico, il grande oratore romano parla di vasi provenienti da Rhosus che aveva acquistato e che sarebbero stati offerti in dono all'amico. Le fonti letterarie mostrano dunque che la produzione ceramica di Rhosus era conosciuta nel mondo romano e che poteva essere richiesta da persone appartenenti alle élite. Un particolare suggestivo: mentre Cicerone scriveva, la nave carica di ceramiche prodotte sulle coste della Cilicia avrebbe potuto essere in viaggio verso Roma.
Naturalmente, l'archeologia chiede molta prudenza. Non è possibile affermare che piatti recuperati ad Adrasan siano quelli ordinati da Cicerone per Attico. Ma il confronto fra documento letterario e reperto archeologico è comunque di straordinario interesse: la lettera di Cicerone dimostra che quelle ceramiche erano tenute in grande considerazione nel mondo romano. E il relitto ci mostra concretamente come venivano trasportate.
Un aspetto va rimarcato a proposito dell'archeologia subacquea: mentre sulla terra ferma un oggetto subisce spesso una storia complessa (un piatto può finire in una discarica, una ciotola può passare in una casa che non è quella originaria, un'anfora nata per un uso può essere riutilizzata per uno scopo diverso), su fondo del mare, viceversa, un naufragio può congelare una situazione. Le merci restano dove erano state collocate prima della tragedia, come in una sorta di “capsula del tempo”.
Ad Adrasan è accaduto qualcosa di simile. Il carico era stato sistemato con cura in casse di legno. Fra i manufatti è stata inserita argilla, probabilmente per evitare che le ceramiche si urtassero e si rompessero durante il trasporto. Quella tecnica di imballaggio ha contribuito alla conservazione dei piatti e delle ciotole per oltre duemila anni. Il risultato è una fotografia istantanea del commercio antico.
Le coste anatoliche erano state per secoli uno dei grandi luoghi d'incontro dell'ellenismo. Antiochia, Rhosus e gli altri centri della regione appartenevano a un universo nel quale lingua, cultura, tecniche artigianali e commerci attraversavano continuamente i confini politici. La successiva espansione romana non creò dal nulla questa rete: in larga misura la ereditò, la trasformò e la ampliò. E così, dal fondo del mare, non riaffiorano oggi soltanto piatti antichi. Riaffiora un Mediterraneo unitario: quello delle navi e dei mercanti, delle città ellenistiche dell'Anatolia, delle città e dei banchetti romani, delle botteghe e dei porti. Un Mediterraneo nel quale anche una ciotola poteva attraversare il mare per raccontare, duemila anni dopo, la storia di una civiltà.



















