L'archeologia indaga l'Arabia in cui nacque l'islam

Le nuove campagne di scavi promosse da Ryadh si concentrano sull'ambiente umano, economico e sociale che costituiva la trama concreta della Penisola arabica tra l'età preislamica e i primi secoli dell'Egira. Modificando lo stereotipo di un deserto uniforme popolato esclusivamente da tribù nomadi.

di Giuseppe Caffulli

Milano (AsiaNews) - C’è un peso di pietra, piccolo, apparentemente modesto, che racconta più di quanto potrebbe fare una lunga cronaca. È stato trovato a Hillit, un antico insediamento minerario nel governatorato di Al-Dawadmi, nella regione di Riyadh, durante la quarta campagna di scavi condotta dalla Heritage Commission saudita. Vi è incisa una parola: ratl, un'antica unità di peso. La scrittura è quella che gli archeologi definiscono Jazm, una forma antica della scrittura araba. Il manufatto risale probabilmente al I o al II secolo dell’Egira, l'evento che segna l'inizio dell'era islamica.

Non è, evidentemente, una reliquia legata alla vita di Maometto. E proprio per questo l'interesse che ricopre è forse maggiore. Un peso standard, utilizzato in un insediamento minerario, parla infatti della vita quotidiana: del commercio, del lavoro, delle merci, di un'economia che aveva bisogno di misurare e di regolare gli scambi. Insieme a quel piccolo oggetto, gli archeologi hanno riportato alla luce 18 abitazioni: stanze, passaggi e strutture che componevano un insediamento stabile. Ceramiche smaltate e non smaltate, vetro, ornamenti, perle, bracciali, macine e pestelli completano il quadro di una comunità che non viveva soltanto di spostamenti, ma disponeva di spazi organizzati, attività produttive e una vita domestica articolata.

È questo il punto sul quale si concentra oggi una parte sempre più consistente dell'archeologia in Arabia Saudita: ricostruire, attraverso le tracce materiali, l'Arabia nella quale l'islam nacque e si diffuse. Non soltanto Mecca e Medina, dunque, e non soltanto i luoghi direttamente legati alla biografia del Profeta. Ma anche le miniere, le oasi, i villaggi, le strade carovaniere, i mercati e i luoghi di sosta. In altre parole, l'ambiente umano, economico e sociale che costituiva la trama concreta della Penisola arabica tra l'età preislamica e i primi secoli dell'Egira.

Per lungo tempo la conoscenza dell'Arabia antica e della prima età islamica è dipesa soprattutto dalle fonti scritte: il Corano, la tradizione islamica, le biografie del Profeta, le cronache successive, la letteratura geografica e storica. Fonti preziose, naturalmente, ma spesso redatte a distanza di tempo dagli eventi narrati e, in molti casi, concentrate sui grandi protagonisti della storia. L'archeologia aggiunge ora un'altra voce: quella delle case, delle strade, degli utensili, delle iscrizioni, dei sistemi di misura e dei percorsi.

A Hillit questa voce è quella di una comunità mineraria. In altri luoghi è quella dei pellegrini e dei mercanti. Nel sito di Al-Juhfah, uno dei luoghi di sosta rituale lungo la via del pellegrinaggio, una missione della Heritage Commission e dell'Università di Exeter ha portato alla luce oltre 1.700 reperti: ceramiche, vetro, oggetti in pietra, conchiglie, fornaci, un canale per l'acqua e iscrizioni funerarie di epoca omayyade e abbaside. La provenienza di alcuni materiali - dal Levante, dall'Egitto e dall'Etiopia - ci restituisce l'immagine di una Penisola attraversata da persone e merci ben oltre i confini delle comunità locali. Al-Juhfah era un punto di passaggio sulla rete dei percorsi del pellegrinaggio (che vedevano Mecca come centro di culti pre-islamici) e la sua crescita nel II secolo dell'Egira mostra come la nascita dell'islam abbia progressivamente organizzato anche nuovi spazi sia religiosi che economici.

Lo stesso vale per Qurh, nell'area di Al-Ula, un importante centro commerciale collocato lungo le antiche direttrici che collegavano il sud della Penisola con il nord. Le ricerche stanno mettendo in luce edifici, mercati e strade appartenenti alle prime epoche islamiche, mostrando il ruolo delle città e delle oasi nella rete di scambi che attraversava l'Arabia. La storia della prima espansione islamica, in questo modo, comincia a essere osservata anche dal basso: non solo attraverso i califfi, le battaglie e le conquiste, ma attraverso le infrastrutture che resero possibili gli spostamenti, l'approvvigionamento e il commercio.

È una prospettiva che modifica un'immagine spesso troppo semplificata dell'Arabia del VII secolo. La Penisola non era un deserto uniforme popolato esclusivamente da tribù nomadi. La mobilità pastorale era certamente una componente fondamentale della società araba, ma conviveva con oasi agricole, città, centri artigianali e minerari, porti, mercati e reti commerciali di lunga distanza. Le ricerche archeologiche più recenti mostrano, del resto, che il passaggio tra mobilità e sedentarietà fu un processo lungo e complesso. Nel nord-ovest della Penisola, per esempio, gli scavi nell'oasi di Khaybar hanno documentato una città fortificata dell'età del Bronzo, datata tra il 2400 e il 1300 a. C., segno di una storia di insediamenti stabili e di organizzazione urbana assai più antica dell'islam.

L'obiettivo, dunque, non è cercare nell'archeologia una conferma materiale agli episodi narrati dalle fonti (religiose e non). Sarebbe una pretesa (o una tentazione) metodologicamente fragile. L'archeologia può però contribuire a ricostruire il mondo nel quale quegli eventi si collocano: la geografia degli spostamenti, la densità degli insediamenti, i rapporti economici, le tecnologie, la circolazione delle persone e delle idee.

In questo senso, l'Egira - il 622 dell'era cristiana, quando Maometto e i suoi seguaci lasciarono Mecca per trasferirsi a Medina – non è soltanto una data, ma anche l'inizio di una nuova geografia storica. Le strade percorse dalle prime comunità musulmane, i luoghi di sosta, i pozzi, le oasi e i centri di scambio diventano parte di una storia che l'archeologia può contribuire a rendere visibile.

È significativo che proprio in questi anni l'Arabia Saudita stia investendo con crescente intensità nella ricerca sul proprio patrimonio. Il programma di scavi e ricognizioni non riguarda soltanto i siti più celebri, come Al-Ula e Hegra, ma si estende a un territorio immenso e ancora largamente inesplorato.

In questa prospettiva, anche il piccolo peso ritrovato a Hillit assume un significato particolare. La parola ratl incisa sulla pietra non racconta una battaglia né conserva il nome di un sovrano o di un condottiero. Racconta il bisogno tutto umano di misurare, di scambiare, di organizzare il lavoro. È una traccia minima, ma fondamentale, di una società in via di trasformazione.

La ricerca archeologica saudita sta cercando proprio questo: non una sola origine, ma la trama di molte origini. E, attraverso quella trama, un fondamento storico più concreto per comprendere come, nel VII secolo, l'islam abbia potuto nascere in Arabia e trasformarsi rapidamente in una delle grandi esperienze religiose, culturali e politiche della storia.


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