Milano (AsiaNews) - Da dove vengono veramente i Rotoli del Mar Morto? È una delle domande più affascinanti che da oltre settant'anni accompagna la ricerca sui manoscritti ritrovati nelle grotte di Qumran. Furono tutti prodotti dalla comunità religiosa che abitava l'insediamento di Qumran? Oppure la cosiddetta “biblioteca di Qumran” raccoglieva testi copiati in luoghi diversi della Giudea e successivamente nascosti nelle grotte durante le guerre contro Roma?
Per tentare una risposta a questo enigma arriva ora una delle più innovative ricerche internazionali mai dedicate ai Rotoli del Mar Morto. Si tratta del progetto Tracing Scribes and Scrolls, finanziato dal Consiglio europeo di ricerca (ERC) con un impegno quinquennale di 2,5 milioni di euro. Guidata da Mladen Popović, dell'Università di Groningen (uno dei maggiori atenei olandesi), in collaborazione con l'Autorità israeliana per le antichità e vari laboratori di ricerca europei, la ricerca punta a ricostruire la provenienza dei manoscritti attraverso una combinazione inedita di archeometria, chimica analitica, paleografia, codicologia e intelligenza artificiale.
La novità principale è la creazione del primo grande database della “firma chimica” dei Rotoli. Non si studieranno soltanto le parole scritte sulle pergamene, ma anche la loro materia: la composizione delle pelli animali, il collagene, i residui delle tecniche di lavorazione, gli inchiostri e le sostanze organiche conservate nei frammenti. Ogni manoscritto potrà così essere associato a una sorta di impronta digitale capace di rivelare legami con altri rotoli e forse indicare comuni ambienti di produzione.
Il ruolo dell’AI
Un ruolo importante nel progetto è affidato all'Università di Pisa, partner scientifico dell'iniziativa, che contribuirà con le proprie competenze nello studio dei materiali antichi. I ricercatori pisani saranno impegnati nelle analisi chimiche delle pergamene e degli inchiostri, utilizzando tecniche avanzate e prevalentemente non invasive, per preservare questi fragilissimi documenti e allo stesso tempo ottenere nuove informazioni sulla loro origine.
L'intelligenza artificiale avrà il compito di integrare migliaia di dati diversi: caratteristiche della scrittura, analisi chimiche, informazioni archeologiche e confronto tra manoscritti. Non sostituirà il lavoro degli studiosi, ma offrirà uno strumento capace di individuare connessioni difficilmente riscontrabili dall'occhio umano. Se i risultati confermeranno le aspettative, la ricerca potrebbe cambiare il modo di guardare ai Rotoli del Mar Morto: non più soltanto testi da leggere, ma oggetti con una propria “biografia materiale”, capaci di raccontare chi li ha prodotti, dove sono circolati e come sono arrivati fino alle grotte di Qumran.
I primi Rotoli del Mar Morto vennero alla luce nel 1947, quando alcuni pastori beduini della tribù dei Ta'amireh entrarono in una grotta sulle pareti rocciose del deserto di Giuda, nei pressi di Khirbet Qumran. Là furono rinvenuti i primi sette rotoli, conservati in giare di terracotta. Negli anni successivi, tra il 1949 e il 1956, le esplorazioni nelle grotte della zona portarono alla luce frammenti appartenenti a circa 950 manoscritti diversi, distribuiti in una decina di grotte.
Era l'inizio di quella che sarebbe stata definita una delle più importanti scoperte archeologiche del XX secolo. I testi, databili grosso modo tra il III secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo, sono scritti soprattutto in ebraico, ma anche in aramaico e greco. Comprendono copie di libri biblici, testi apocrifi, commentari, regole comunitarie, composizioni liturgiche, testi sapienziali e documenti relativi alla vita religiosa dell'epoca. Sono particolarmente preziosi perché comprendono i più antichi manoscritti conosciuti di numerosi libri della Bibbia e permettono di osservare da vicino il pluralismo del giudaismo nel periodo del Secondo Tempio.
Lo scriptorium di Qumran
Oggi i manoscritti e gli oltre 25 mila frammenti della collezione sono in larga parte custoditi e studiati dall'Israel Antiquities Authority a Gerusalemme. Alcuni dei rotoli più celebri sono invece esposti al Santuario del Libro, presso il Museo d'Israele: tra questi il Grande Rotolo di Isaia, il Rotolo della Guerra, il Rotolo della Regola della Comunità e il Commentario ad Abacuc.
Ma il luogo del ritrovamento ha fin dall'inizio posto un problema: perché una quantità così straordinaria di testi venne concentrata e nascosta proprio nelle grotte del deserto?
A poca distanza dalle grotte sorge infatti l'insediamento di Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto. Gli scavi archeologici diretti dal domenicano francese padre Roland de Vaux dell'École Biblique di Gerusalemme portarono alla luce un complesso di edifici, vasche, magazzini e ambienti di diversa funzione. De Vaux propose di identificare Qumran con il centro di una comunità ebraica ascetica, tradizionalmente associata agli esseni. Secondo questa interpretazione, gli abitanti avrebbero copiato, raccolto e utilizzato i testi poi deposti nelle grotte circostanti.
Da qui nasce una delle immagini più fortunate e insieme più discusse della storia dei Rotoli: quella dello scriptorium di Qumran, una sorta di laboratorio di copisti dell'antichità, paragonato talvolta agli amanuensi dei monasteri medievali. L'ipotesi si è appoggiata anche al ritrovamento di elementi compatibili con un'attività scrittoria e alla presenza, nelle grotte e nell'insediamento, di particolari giare cilindriche, considerate da alcuni un indizio significativo del rapporto fra il sito e i manoscritti.
Ma questa ricostruzione non ha mai messo d'accordo gli studiosi. La stessa natura dell'insediamento di Qumran è stata interpretata in modi differenti: centro comunitario, luogo di ritiro religioso, struttura agricola, villa o persino installazione militare. E soprattutto il rapporto fra l'insediamento e i rotoli resta oggetto di discussione. La varietà delle grafie, delle date, dei testi e delle caratteristiche materiali rende difficile pensare necessariamente a una produzione interamente locale.
Il problema, dunque, non è soltanto stabilire chi abitasse a Qumran, ma capire da dove provenissero i manoscritti. Una parte dei ricercatori ritiene plausibile che almeno alcuni siano stati copiati nell'ambiente della comunità; altri considerano invece possibile che Qumran fosse soprattutto un luogo di conservazione di testi provenienti da altri centri della Giudea. Gerusalemme, in particolare, è stata indicata come uno dei possibili luoghi di provenienza di una parte dei manoscritti.
Le grotte potrebbero essere state utilizzate come rifugio e deposito in una fase di crisi, forse in relazione alla guerra contro Roma e alla distruzione del Tempio nel 70 dopo Cristo. La cosiddetta “biblioteca di Qumran” potrebbe insomma essere una raccolta formatasi attraverso acquisizioni, copie, scambi e spostamenti di manoscritti, confluita infine nel deserto alla vigilia della grande catastrofe che avrebbe travolto Gerusalemme e il Tempio.
Dai contenuti alla materia
È proprio qui che entra in gioco la ricerca di Popović. Per decenni la provenienza dei rotoli è stata studiata soprattutto attraverso i contenuti, la lingua, la paleografia - cioè l'analisi delle forme della scrittura - e la codicologia. Ora si aggiunge un livello completamente diverso: quello della materia.
Saranno esaminati circa 250 campioni di pergamena e papiro appartenenti alla collezione dell'Autorità israeliana per le antichità. I ricercatori confronteranno la composizione chimica dei materiali, studiando anche campioni di papiro provenienti dall'Egitto. L'obiettivo è capire se supporti, inchiostri e tecniche di preparazione possano conservare tracce di specifiche aree geografiche o di differenti ambienti di produzione.
La pergamena, insomma, non è più soltanto il supporto sul quale qualcuno ha scritto un testo duemila anni fa: diventa essa stessa una fonte storica. A questo patrimonio di dati verranno sovrapposte le informazioni paleografiche, codicologiche, linguistiche e archeologiche. L'intelligenza artificiale dovrà mettere in relazione migliaia di variabili e cercare ricorrenze e gruppi che potrebbero sfuggire a un'analisi tradizionale.
Non è marginale che una ricerca di questa portata sia sostenuta dal Consiglio di ricerca europeo. Il finanziamento testimonia non soltanto l'importanza attribuita ai Rotoli, ma anche la fiducia nella possibilità di affrontare con strumenti nuovi una questione rimasta irrisolta per generazioni di studiosi. Attorno a Groningen si raccoglie così una rete che comprende l'Autorità israeliana per le antichità, l'Università di Pisa, l'Università Federico II di Napoli, l'Università della Danimarca Meridionale di Odense, l'Università di Lovanio e istituzioni museali e collezioni di papiri in Egitto, Berlino e Torino.
È un cambio di sguardo: dalla domanda “che cosa dice questo rotolo?” alla domanda “che storia racconta questo rotolo prima ancora di essere letto?”. Il nuovo progetto vuole ricostruire una geografia della conoscenza nell'antica Giudea: dove lavoravano gli scribi, quali materiali utilizzavano, come circolavano i testi, quali erano i centri di produzione e come manoscritti nati in luoghi differenti finirono nelle stesse grotte.
La risposta all'enigma di Qumran potrebbe essere nascosta nella pelle, nell'inchiostro, nelle fibre del papiro e nelle tracce minime lasciate dal viaggio di quei manoscritti prima del loro ultimo, misterioso approdo nelle grotte del Mar Morto.
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