Yangon (AsiaNews) - Il parlamento del Myanmar controllato dalla giunta militare ha approvato una nuova legge che introduce la pena di morte per chi sequestra persone e le costringe con la violenza a lavorare nei centri per le truffe online, uno dei fenomeni criminali più redditizi al mondo e da qualche anno in più rapida espansione nel sud-est asiatico. Il provvedimento, adottato martedì 28 luglio durante una sessione congiunta del parlamento a Naypyidaw, è la prima legge approvata dal governo guidato dal generale Min Aung Hlaing, che ha assunto l’incarico di presidente dopo elezioni di facciata.
La normativa prevede la pena di morte per chi sequestra, tortura o detiene persone allo scopo di costringerle a lavorare nei cosiddetti scam compounds, oltre che per i casi in cui le truffe online provochino la morte delle vittime. Per chi dirige o gestisce i centri e per alcuni reati legati alle truffe in criptovalute, il testo prevede invece pene fino all’ergastolo.
Il Myanmar continua a essere indicato dalle Nazioni unite come uno dei principali epicentri mondiali dell’industria delle frodi online, un’economia criminale cresciuta proprio negli anni successivi al colpo di Stato militare del 2021, favorita dal protrarsi della guerra civile, dall’indebolimento delle istituzioni statali e dal controllo limitato del governo sulle aree lungo i confini con altri Paesi della regione.
Secondo un recente rapporto dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine (UNODC), nel solo 2025 le organizzazioni criminali hanno sottratto tra gli 88,3 e i 114,1 miliardi di dollari ai cittadini dell’Asia orientale, del sud-est asiatico, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Una cifra superiore al prodotto interno lordo di diversi Paesi della regione. Myanmar, Cambogia e Laos restano i principali centri operativi di questo sistema criminale, dominato in larga parte da reti nate in Cina. Pechino negli ultimi anni ha fatto pressioni sia sulla giunta militare birmana sia sui gruppi armati che combattono il regime affinché smantellino i compound, dove spesso tra le vittime ci sono anche migliaia di giovani cinesi.
Tuttavia, come ha spiegato Delphine Schantz, rappresentante regionale dell’UNODC per il sud-est asiatico e il Pacifico, “l’attuale modello operativo degli scam center assomiglia a un sistema di franchising aziendale. Esistono dipartimenti specializzati nel riciclaggio di denaro, nella tratta di esseri umani, nel traffico di migranti e nel commercio di dati personali, tutti collegati tra loro in un'unica rete di servizi criminali”.
L’industria si basa un vasto sistema di sfruttamento umano. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) stima che fino a 300mila persone lavorino oggi nei centri delle truffe disseminati tra Myanmar, Cambogia e Laos. La maggior parte viene reclutata attraverso falsi annunci di lavoro diffusi sui social network, che promettono impieghi ben retribuiti a giovani con una buona conoscenza dell’inglese o competenze informatiche. Una volta giunti a destinazione vengono privati dei documenti, rinchiusi all’interno di complessi fortificati e costretti, sotto minacce e violenze, a realizzare truffe sentimentali o falsi investimenti in criptovalute ai danni di utenti di tutto il mondo.
Negli ultimi mesi la giunta di Naypyidaw ha promesso una repressione più severa anche a causa delle pressioni esercitato dalla Cina e dagli Stati Uniti, particolarmente colpiti dal fenomeno. Pechino ha denunciato perdite superiori ai cinque miliardi di dollari negli ultimi due anni mentre quest’anno ha già eseguito la condanna a morte di almeno quindici persone coinvolte nelle reti di frode operanti lungo il confine con il Myanmar.
Nonostante le operazioni di polizia e i numerosi arresti, gli osservatori sottolineano però che gli scam center raramente vengono smantellati in modo definitivo. Più spesso si limitano a spostarsi verso aree dove i controlli sono più deboli e difficili da effettuare. Lo stesso rapporto dell’UNODC segnala che molte organizzazioni stanno trasferendo parte delle attività verso Timor Est, alcune isole del Pacifico e diversi Paesi africani, adottando quella che i ricercatori definiscono una strategia di jurisdiction shopping, ovvero la ricerca ambienti giuridici e politici con minori capacità di controllo e livelli più elevati di corruzione.
Per questo motivo, secondo le organizzazioni di difesa dei diritti umani che da anni seguono il fenomeno, la sola repressione sul piano penale difficilmente riuscirà a fermare quest’industria criminale, che ha dimostrato di sapersi adattare alle crescenti operazioni di contrasto. Per l’IOM è necessario rafforzare la cooperazione internazionale, aumentare la protezione delle vittime della tratta e investire maggiormente nella prevenzione, affinché i potenziali lavoratori possano riconoscere gli annunci fraudolenti e sapere a chi rivolgersi prima di cadere nelle reti dei trafficanti.

















