Milano (AsiaNews) - Anche se a livello globale le opinioni favorevoli alla Cina e al presidente Xi Jinping sono in crescita, nessuna regione al mondo mostra un giudizio polarizzato come l’Asia-Pacifico. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio del Pew Research Center, condotto su 45.658 persone in 37 Paesi tra l’8 febbraio e il 13 maggio 2026, che colloca in questa regione sia il Paese con l’opinione più favorevole verso Pechino in assoluto – il Pakistan, con il 90% di giudizi positivi – sia quello con l’opinione più sfavorevole, il Giappone, dove il dato arriva all’88%.
Chi vede la Cina come una minaccia territoriale
Il dato più significativo riguarda la percezione della Cina come un pericolo alla propria sicurezza. Alla domanda su quanto ci si dica preoccupati per le dispute territoriali con i Paesi della regione, i livelli più alti si registrano proprio tra le nazioni geograficamente più prossime a Pechino: Giappone (88%), Corea del Sud (87%) e Filippine (86%), valori che però sono stabili da oltre un decennio secondo il Pew. Nella classifica segue poi l’Australia (73%), mentre nel Sud e nel Sud-est asiatico i livelli sono più contenuti ma comunque elevati: Indonesia al 62%, Sri Lanka al 54%, India con il 57%, Thailandia al 52%, Bangladesh al 49% e Pakistan al 53%, a conferma che le ingerenze e le intimidazioni della Cina generano preoccupazione anche tra gli alleati.
La Thailandia ha registrato il balzo più marcato: è passata dal 38% del 2024 al 52% nel 2026, in controtendenza rispetto ad Australia e India, dove la preoccupazione è invece diminuita rispetto a due anni fa, nonostante i rapporti non sempre amichevoli. Un avvicinamento favorito probabilmente anche dal comportamento statunitense, soprattutto per quanto riguarda Delhi, che si è riavvicinata a Pechino dopo l’imposizione dei dazi da parte di Washington.
Un quesito simile è stato posto anche come domanda aperta: agli intervistati è stato chiesto quale Paese rappresenti per loro la principale minaccia. Le Filippine hanno indicato la Cina più di ogni altro Paese al mondo (76%); seguono il Giappone (53%) e l’Australia (52%). In Corea del Sud la Cina non è la prima minaccia percepita perché il posto è occupato dalla Corea del Nord, indicata dal 43% della popolazione, ma è comunque seconda, con un dato al 32%. Lo stesso schema si è ripetuto in India, dove il 54% ha indicato il Pakistan come principale minaccia, mentre la Cina è seconda al 21%.
Il quadro cambia radicalmente in Bangladesh, Indonesia, Pakistan, Sri Lanka e Thailandia: qui solo un decimo o meno degli intervistati ha risposto che la Cina è vista come la principale minaccia, spesso posizionandola dietro gli Stati Uniti. Sono, non a caso, gli stessi Paesi in cui la Cina viene indicata più spesso come primo alleato: in Pakistan lo fa una maggioranza schiacciante, il 75%.
Il confine del reddito che ribalta i dati
Il rapporto conferma poi una tendenza già osservata negli anni scorsi: la Cina è vista meglio nei Paesi a reddito medio-basso dell’Asia (Pakistan, Malaysia, Indonesia, Thailandia) che non nelle economie più ricche della regione (Giappone, Corea del Sud, Australia). La correlazione tra Pil pro capite e favore verso Pechino, calcolata da Pew sull’insieme dei 37 Paesi, è negativa (-0,50). Significa, in altre parole, che più un Paese è ricco, meno tende a vedere la Cina di buon occhio.
Singapore è l’unica eccezione: pur avendo il Pil pro capite più alto tra i Paesi rilevati, il 73% dei suoi abitanti guarda con favore alla Cina. Si tratta di un dato che probabilmente ha a che fare con la componente demografica della città-stato. In un’edizione precedente della stessa ricerca, il Pew aveva notato che tra i cittadini di etnia cinese (pari a circa il 70-75% della popolazione) il favore verso Pechino risultava particolarmente alto (71%), ma anche la maggioranza dei singaporiani non cinesi vedeva la Cina positivamente (59%), segno che il fattore etnico non basta da solo a spiegare percentuali così alte. Semplicemente, è probabile che molti imprenditori che hanno fatto di Singapore la base per i loro commerci e le loro transazioni finanziarie, giudichino migliore l’operato della Cina rispetto a quello degli Stati Uniti, come analizzato dalla stampa locale.
Dopo il Pakistan, dove il 90% della popolazione guarda favorevolmente a Pechino, si registrano dati molto alti anche nel Sud-est asiatico, con il 75% della Malaysia, il 72% dell’Indonesia e il 69% della Thailandia. Qui, anche se il favore verso la Cina è maggioritario, è in calo di 11 punti rispetto all’anno scorso. Al contrario, in Malaysia il dato è passato dal 64% al 75%, e nel già citato Singapore il balzo è stato dal 65% al 73%. L’Indonesia resta stabile intorno al 72%, dopo un calo registrato in anni passati. Mancano, però, nel rapporto, i dati da Paesi come Vietnam e Cambogia, che spesso intrattengono relazioni ambivalenti con la Cina. Hanoi, in particolare, nonostante una fitta interdipendenza economica, mantiene un atteggiamento diffidente a causa delle dispute nel Mar Cinese meridionale.
Fiducia in Xi Jinping e libertà personali
Anche in Paesi che percepiscono la Cina come una minaccia territoriale, si registrano percentuali alte quando si chiede la fiducia nel presidente cinese Xi Jinping “a fare la cosa giusta” in politica estera: l’83% dei pakistani si dice fiducioso, contro appena il 7% dei giapponesi. In Asia sud-orientale il dato resta alto: 67% a Singapore, 66% in Malaysia, 62% in Indonesia, 53% in Thailandia, 50% nelle Filippine, che danno l’idea di essere spaccate a metà. Qui il 42% della popolazione considera la Cina un partner affidabile e il 45% ritiene che Pechino rispetti le libertà personali dei propri cittadini.
Su questo tema il Pakistan si distingue ancora una volta: il 79% ritiene che il governo cinese rispetti i diritti dei propri cittadini, contro appena il 6% dei giapponesi e il 10% dei sudcoreani. In Thailandia il 58% condivide questo giudizio positivo, in Malaysia il 60%, in Indonesia il 66%. Dati di gran lunga superiori a quelli registrati nei Paesi occidentali, dove la percentuale di chi ritiene che Pechino rispetti le libertà personali non supera quasi mai il 20%.
Allo stesso modo l’India è, senza troppe sorprese, tra i Paesi asiatici analizzati, quello più critico su quasi tutti gli indicatori: il 33% considera la Cina un partner affidabile, il 27% pensa che contribuisca alla pace e stabilità globali, mentre il 25% ha fiducia nel presidente Xi Jinping.
Generazioni e orientamento politico
I dati disaggregati per età e orientamento politico aggiungono un altro tassello. Quasi ovunque (negli Stati Uniti, in Canada, in Francia, così come in Indonesia, Filippine, Colombia o Messico) sono i più giovani ad avere l’opinione più favorevole verso Pechino. In Corea del Sud accade l’esatto contrario: solo il 21% dei 18-34enni vede la Cina positivamente, contro il 35% degli over 50, e la fiducia in Xi Jinping segue lo stesso andamento invertito: l’8% tra i giovani e il 34% tra gli anziani. Un’anomalia simile si registra in Thailandia sulla fiducia nel presidente cinese, più alta tra gli over 50 (60%) che tra i giovani (45%).
Le Filippine mostrano il divario generazionale più ampio dell’intero campione asiatico: il 47% dei filippini tra i 18 e i 34 anni ha un’opinione positiva della Cina, contro appena il 27% degli over 50, e sulla fiducia in Xi il distacco è ancora più marcato, del 61% contro il 32%. È un dato che va letto insieme alla percentuale che vede la Cina come principale minaccia (76%): un giudizio che sembra sostenuto soprattutto dalle generazioni più anziane, mentre tra i giovani filippini l’opinione appare molto più bilanciata. In Indonesia, al contrario, il divario generazionale è compresso – il 76% tra i giovani e il 64% tra gli over 50, appena dodici punti di scarto – segno che l’atteggiamento positivo verso Pechino è trasversale a tutta la popolazione.
Sul piano ideologico, il Giappone si distingue per l’assenza di divisioni tra orientamenti politici: il giudizio sulla Cina resta negativo in modo pressoché identico a sinistra, al centro e a destra (80%, 88%, 90% di opinione sfavorevole), persino tra chi si colloca sul versante progressista, dove il favore non supera il 20%. In Corea del Sud, invece, dove la società mostra ancora una volta le sue forti divisioni interne, l’appartenenza politica pesa molto: il 43% di chi si colloca a sinistra ha un’opinione favorevole della Cina, contro appena il 17% a destra, mentre la fiducia in Xi Jinping va dal 40% a sinistra al 14% a destra.
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