Hippie o yuppie: chi ha sconfitto davvero l'Urss?

In un nuovo libro basato su un'ampia serie di interviste Dmitrij Travin, mostra l’evoluzione incerta e contraddittoria di chi è diventato adulto in Russia negli anni Settanta vivendo a cavallo tra l’era sovietica e quella dell’apertura al mondo occidentale.

di Vladimir Rozanskij

Mosca (AsiaNews) – In un nuovo libro pubblicato dalla casa editrice NLO e intitolato “Chi ha sconfitto l'Urss: Hippie o Yuppie?" Dmitrij Travin analizza la formazione della generazione delle persone nate negli anni '50 e '60 in Russia, che sono entrate nell'età adulta durante i “lunghi anni Settanta”, ovvero all'incirca dalla fine del disgelo di Khruščev all'inizio della perestrojka di Gorbačev. Lo studio ha rivelato che i destini individuali, i modelli di sviluppo della personalità e i percorsi specifici intrapresi dalla generazione degli anni Settanta potevano variare notevolmente, nonostante i tratti generazionali comuni, cosa particolarmente evidente nell'ampia serie di interviste che l'autore ha condotto con membri di spicco di quella generazione.

Aleksandr Beljaev, nato nel 1953, è stato presidente del consiglio comunale di San Pietroburgo subito dopo la fine dell’Urss (1991-1993), e sapeva fin da bambino, grazie alla nonna, che la sua famiglia aveva vissuto agiatamente prima della rivoluzione e si avvaleva di domestici (una bambinaia, un giardiniere e un fuochista). L'altro ramo della famiglia era contadino, ma benestante: suo nonno possedeva un frantoio. Durante l'era staliniana, le repressioni si abbatterono sui suoi parenti e il tenore di vita di coloro che sopravvissero crollò, quindi in famiglia non c'era alcuna simpatia per il sistema sovietico. “Sono stato concepito nella gioia della morte di Stalin”, afferma ironicamente, commentando la sua data di nascita (9 dicembre 1953). Le sue esperienze nell'esercito rafforzarono il suo atteggiamento critico: gli fu chiaro quanto fossero falsi i cliché propagandistici sull'armonia nazionale. All'università, Beljaev tentò di creare una sorta di organizzazione antisovietica, ma senza successo: prevalse il pragmatismo degli anni '70. Si laureò all'università, insegnò economia politica, si iscrisse al partito comunista e fu organizzatore di partito a livello dipartimentale durante la perestrojka, ma comprese anche che il socialismo era contrario alla natura umana. Durante la conversazione con Travin, Aleksandr racconta un episodio curioso. Era in buoni rapporti con la figlia del segretario regionale del Pcus, che una volta andò a trovarlo nella sua dacia di campagna. Lo guardò e gli disse: “bene per te, è la tua terra… io perderei il mio 'orto' in un batter d'occhio, se mi trasferissero a un altro incarico”.

Il vice-premier della Federazione Russa nel 1997-1998, Boris Nemtsov, nato nel 1959 e assassinato a Mosca nel 2015 da sicari ceceni, si definiva “un antisovietico latente, non sistemico”. Il suo scetticismo nei confronti del potere sovietico si era sviluppato precocemente, influenzato in questo senso da suo zio, fratello di sua madre, e da sua madre stessa, che gli avevano insegnato che “se avessero dovuto scegliere tra la carriera e l'integrità, avrebbero dovuto scegliere l'integrità”. Suo padre, tuttavia, gli diceva il contrario: “tua madre non sa quando è il momento di alzare la mano”. Suo padre ebbe successo secondo gli standard sovietici, mentre sua madre non altrettanto. Nemtsov manteneva un atteggiamento calmo e ironico nei confronti del suo periodo al Komsomol, l’organizzazione giovanile comunista, e agiva secondo il principio: “Il partito diceva: 'Dobbiamo!' e il Komsomol rispondeva: 'No!'”.

Lo scrittore Denis Dragunskij, nato nel 1950, aveva sviluppato precocemente una comprensione delle disuguaglianze sovietiche. La sua famiglia viveva in un appartamento comune, nel seminterrato di un palazzo d'élite moscovita in via Granovskaja. Nel cortile, Denis giocava con i figli di coloro che governavano l'Unione Sovietica e l'Armata Rossa, e ascoltava storie sui segreti delle famiglie dell'élite, su come la moglie del maresciallo Semen Budjonnyj si fosse suicidata dopo aver sorpreso il marito con l'amante. “Ho capito”, ha detto Dragunskij, “che il mondo è fatto di principi e bidelli; noi viviamo nel seminterrato, e loro vivono al piano di sopra”.

Anatoly Čubajs, nato nel 1955, vice-premier del governo russo nel 1997-1998, ha chiaramente individuato cinque fasi del suo sviluppo intellettuale. Da studente delle superiori, le sue opinioni erano tipicamente anni '60: Lenin era buono, Stalin era cattivo, poi, con l'approfondirsi delle sue conoscenze, le sue idee si sono fatte più complesse; Lenin durante l'era della NEP aveva ragione, ma Lenin durante l'era del comunismo di guerra aveva torto. La terza fase del suo sviluppo è stata l'emergere di una simpatia per l'idea di un socialismo dal volto umano, finché si è verificato un avvicinamento a una visione del mondo occidentale, sebbene inizialmente di sinistra, diventando un sostenitore dell'eurocomunismo, e infine maturando una propensione per il sostegno alla proprietà privata.

Molti altri personaggi sono stati intervistati da Dmitrij Travin, mostrando l’evoluzione incerta e contraddittoria di chi ha vissuto a cavallo tra l’era sovietica e quella dell’apertura al mondo occidentale, per poi inabissarsi definitivamente nella nuova Russia neo-sovietica di Vladimir Putin, che ha spento i sogni e messo fine ai desideri di chi voleva costruire un Paese nuovo.

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