Il fallimento dell’unità popolare della Russia

Un anno fa Putin istituì le giornate dedicate agli “Stati minori” e alle “lingue dei popoli” della Russia, per esprimere l’ideale della sobornost, la grande unione universale che esprime la missione storica della Russia ortodossa. Che però oggi, al posto della “unione dei popoli”, proclama sempre più la “divisione delle Chiese”.

di Stefano Caprio

Alla fine di un anno molto contraddittorio, quando tutte le grandi celebrazioni della Russia sono state di fatto quasi silenziate per paura dei droni ucraini che imperversano fino ai territori siberiani, la festa russa dell’Unità Popolare del 4 novembre (surrogato di quella sovietica della Rivoluzione d’Ottobre del 7 novembre) si è ridotta alla proiezione sulla facciata della Casa Bianca moscovita, la sede del governo, di una visione della “Russia 2026”. Il presidente Vladimir Putin ha sospeso i grandi discorsi e le interviste popolari, rimanendo al chiuso del suo bunker in periferia di Mosca o in una delle sue lussuose ville in varie regioni, protette da sistemi antiaerei più costosi e numerosi di qualunque altro sistema difensivo.

Putin non avrebbe potuto spiegare alla popolazione le ragioni della crisi economica dovuta al finanziamento della difesa, della ormai endemica carenza di carburanti per gli attaci ucraini alle basi energetiche, del continuo innalzamento delle tasse per tutte le categorie e soprattutto per le aziende, invitate a “contribuire alla vittoria” nell’operazione militare speciale in Ucraina. Sul fronte della guerra la Russia perde circa 50mila soldati al mese, tra morti e feriti gravi, e per ogni chilometro di conquista ne perde almeno tre recuperati dagli ucraini, soprattutto nella regione del Donbass dove si combatte dal 2014, senza riuscire a vedere alcun risultato o segnali di armistizio.

Un anno fa il presidente istituì solennemente le giornate dedicate agli “Stati minori” e alle “lingue dei popoli” della Russia per esprimere l’ideale della sobornost, la grande unione universale che esprime la missione storica della Russia ortodossa. Non si sono peraltro registrati grandi entusiasmi tra i popoli caucasici, ugro-finnici, tataro-mongoli e tra le tante piccole tribù siberiane della Federazione, costrette ad alimentarsi e riscaldarsi con mezzi di fortuna quando ormai in tante zone già sta calando il gelo invernale come da tradizione metereologica, al di là di tutti i grandi cambiamenti climatici che dipingono la Siberia come il “nuovo giardino” del mondo. Con una iniziativa quasi ironica, il presidente kazaco Kasym-Žomart Tokaev ha proposto di inserire la Russia nell’Unione dei popoli turanici, sottomettendo il “mondo russo” al “mondo turco”.

Anche le prospettive religiose si sono notevolmente affievolite, con l’evidente stanchezza incombente dell’ottantenne patriarca Kirill (Gundjaev), il cui sostegno alla politica imperiale di Mosca è sempre più ripetitiva e inconcludente. In questi giorni ha provato a ravvivare la predicazione dei “valori morali e spirituali” della Russia il principale competitor del patriarca alla guida ideologico-religiosa del Paese, il metropolita Tikhon (Ševkunov) di Crimea, che ha organizzato una grande mostra in qualità di presidente del Consiglio patriarcale per la cultura del patriarcato, dedicata in modo piuttosto ambiguo proprio all’80° anniversario della nascita di Kirill. La mostra dal titolo “Tradizione cristiana. I nostri giorni” è stata aperta a Mosca il 5 novembre, e fino all’8 dicembre aiuterà i visitatori a “sentirsi parte della storia russa”, percorrendo le sezioni della “Storia dell'umanità”, “Dio e l'uomo”, “Preservare il patrimonio” e “Il mondo di Dio. La bellezza salva il mondo” presso il salone centrale della piazza del Manež accanto al Cremlino, dove vengono esposte 524 opere d'arte.

Il declino dell’ideale ortodosso della grande sobornost si è in realtà reso evidente quando alla fine di ottobre si è tenuta a Mosca una riunione del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa, in cui sono state prese due decisioni interconnesse che, indipendentemente l'una dall'altra, hanno suscitato scalpore nei media e nei blog. La prima ha approvato la procedura per l'ammissione alla Chiesa ortodossa russa dei membri delle Chiese ortodosse ucraine più o meno indipendenti da Mosca (Upz, Pzu e gruppi minori), compresa la possibilità di ribattezzare coloro che sono stati battezzati in queste Chiese. La seconda ha imposto ulteriori restrizioni al clero che parla sui media, e il divieto di monetizzare la propria attività online. In questo modo il patriarcato di Mosca si rinchiude sempre più in sé stesso, rinunciando alla possibilità di riunirsi o riconciliarsi con le altre Chiese ortodosse dell’Ucraina e dei “popoli minori”, limitandosi ad accogliere le frange più esplicitamente filo-russe del clero e dei fedeli, a cui viene tappata la bocca per evitare ulteriori contraddizioni e dispersioni al proprio interno.

Una terza decisione, in realtà direttamente collegata alle due precedenti, è stato l’invito al Sinodo di Aleksandr Šipkov, vice-presidente del Dipartimento sinodale per i rapporti Chiesa-società e i media, eletto deputato in Mordovia nella lista del partito Russia Unita alle ultime elezioni parlamentari. Di fatto il principale ideologo del “mondo russo ortodosso”, autore dei discorsi del patriarca Kirill e principale specialista del patriarcato nel fare pressione sulle agenzie governative, avendo anche una lunga esperienza come assistente del politico Sergej Mironov quando era a capo del Consiglio della Federazione, ora il laico professore viene innalzato a un ruolo superiore a quello dei vescovi e dello stesso patriarca nell’affermare il ruolo “statale” della Chiesa russa. Oltre al chiaro appoggio del patriarca, senza il quale non sarebbe stato eletto in una regione in cui Kirill gode di particolare autorità, essendo la sua regione nativa, Šipkov si è assicurato anche il sostegno del presidente della Duma di Stato, Vjačeslav Volodin, di cui era consigliere pro bono dal 2017.

Un'altra notizia proveniente dal patriarcato di Mosca non ha tanto attirato l'attenzione del pubblico: uno dei suoi funzionari più influenti, l'arcivescovo Savva (Tutunov), curatore tra gli altri dei militanti nazionalisti della “Comunità Russa” e di “Uomo del Nord”, ha annunciato di voler rinunciare alla cittadinanza francese, che possedeva fin da quando era arrivato in Francia da bambino, figlio di genitori dissidenti antisovietici. Avendo lavorato per molti anni a Mosca, anche presso il patriarcato, aveva sempre goduto senza problemi della doppia cittadinanza, e poi improvvisamente vi ha rinunciato. Tutti questi eventi sono interconnessi: si assiste a una tendenza più ampia, che può essere descritta come il consolidamento delle divisioni all'interno dell'Ortodossia post-sovietica in due campi stabili, quelli dei due patriarcati di Mosca e di Costantinopoli.

In precedenza, la Chiesa ortodossa russa e il patriarcato di Costantinopoli offrivano modelli di Ortodossia concettualmente (e in parte ritualmente) distinti, e gli abitanti dello spazio post-sovietico o quelli russofoni nei Paesi dell'Ue potevano scegliere quello a loro più congeniale. Da un lato, c'era un'Ortodossia “russa” mistica, tradizionale e autoritaria, orientata verso la cultura russa e con la Russia come centro; dall'altro, c'era un'Ortodossia più moderna, democratica e discreta, non legata alla Russia e silenziosamente in opposizione ad essa, sotto il controllo dei greci, operante in alcuni Paesi post-sovietici con il sostegno dei governi nazionali. Ora la separazione dei due campi è totale e irreversibile, e al posto della “unione dei popoli” la Russia proclama sempre più la “divisione delle Chiese”, esaltando il proprio stesso isolamento.

Anche la politica interna russa fatica a sostenere l’ideale della grande unione. I risultati ufficiali delle elezioni della Duma di Stato del 18-20 settembre 2026 miravano a dimostrare a tutti che, in sostanza, nulla è cambiato nell'opinione pubblica russa nei cinque anni trascorsi dal settembre 2021, anzi il sostegno alle politiche governative è addirittura cresciuto durante i quattro anni e mezzo di conflitti, con la parte attiva della società unita e compatta attorno al governo. La “formula per il successo” delle elezioni può essere paragonata, in senso figurato, alla classica formula della perfezione femminile: 60/60/90, dove 60 rappresenta l'affluenza alle urne basata sui risultati, 60 il sostegno al partito di governo e 90 (per i puristi) l'affluenza alle urne secondo il governo. Se paragonato al quadro emerso nelle elezioni dei giorni scorsi negli Stati Uniti, con tutti i forti contrasti tra le parti, sembra davvero di vivere sulla Luna.

Cifre ottimistiche sul sistema sono depositate sulle scrivanie degli alti funzionari; servono a giustificare la ferma convinzione che le politiche statali possano essere portate avanti, e la società le sostiene in modo schiacciante, non ci sono oppositori, nemmeno detrattori di questa politica nella prossima Duma, neanche uno. Le autorità russe di fatto si sono accecate: il magnifico quadro della favola virtuale e pianificata è stato trasferito sulla carta, e come affermano alcuni commenti, si può paragonarla a un automobilista che si affida a una cartina elettronica che non corrisponde al terreno accidentato che sta attraversando.

Il sistema elettorale più opaco della storia recente della Russia, la selezione politica innaturale dei partecipanti alle elezioni e il potere illimitato di garantire il risultato desiderato dal governo in decine di migliaia di punti contemporaneamente hanno alterato non solo il quadro generale, ma anche i colori stessi con cui è dipinto. Il bianco viene rappresentato come nero, il nero come bianco e così via, in tutta la gamma cromatica. Per quanto si guardi attentamente, è impossibile discernere qualcosa al di là di questa strana mascherata: la Russia in realtà si sta sempre più dissolvendo e disgregando, e sarà difficile rimetterla insieme.

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