In India la frode del riso per l'etanolo riapre il dibattito sulla fame

In Madhya Pradesh scoperta una presunta frode da 11,6 miliardi di rupie legata al programma governativo che incentiva la produzione di etanolo da miscelare con la benzina. Ma il caso riapre anche il dibattito sull'opportunità di destinare cereali ai biocarburanti mentre milioni di indiani dipendono dagli aiuti alimentari.

di Nirmala Carvalho

New Delhi (AsiaNews) - Un’inchiesta condotta nello Stato indiano del Madhya Pradesh ha portato alla luce una presunta frode da 11,6 miliardi di rupie (pari a circa 120 milioni di euro) legata ai programmi governativi che stanno finanziando la produzione di biocarburanti attraverso il riso. 

Secondo le indagini dello Special Investigation Team (SIT), decine di aziende avrebbero sfruttato il sistema di incentivi previsto dal governo centrale per ottenere riso a prezzi minori per produrre etanolo. A quel punto, invece di usarlo per il biocarburante, l’avrebbero rivenduto sul mercato privato. 

Il governo indiano, attraverso la Food Corporation of India (FCI), mette a disposizione delle distillerie le eccedenze di cereali a prezzi agevolati per aumentare le produzione di etanolo da mescolare alla benzina e ridurre così le importazioni di petrolio. 

Il riso fortificato, che sul mercato vale circa 4mila rupie al quintale, veniva acquistato dalle aziende a circa 2.320 rupie grazie ai sussidi pubblici. Invece di trasformarlo in etanolo, sarebbe stato venduto a riserie private per circa 2.800 rupie al quintale, garantendo un profitto immediato. Allo stesso tempo, però, per rispettare anche i contratti di produzione, le distillerie avrebbero acquistato riso spezzato, molto più economico, utilizzando questo per la lavorazione dell’etanolo. Il riso rivenduto ai privati sarebbe stato in un secondo momento reimmesso nel circuito degli acquisti pubblici. In questo modo lo stesso stock ha potuto generare profitti ripetuti, un giro in cui potrebbero essere stati rivenduti fino a cinque milioni di quintali di cereali. 

Finora sono stati arrestati diversi sospetti, sequestrati camion utilizzati per il trasporto del riso e avviate verifiche sul coinvolgimento di aziende, trasportatori, proprietari di riserie e funzionari pubblici.

La vicenda ha però riacceso anche il dibattito pubblico sulla scelta del governo di destinare parte delle riserve alimentari alla produzione di carburanti. P. Irudhaya Jothi, gesuita, studioso e sostenitore del diritto al cibo per tutti, ritiene che il problema vada ben oltre l’attività illecita di rivendita: “È una situazione scioccante e profondamente preoccupante”, ha dichiarato ad AsiaNews. “Quando sappiamo che milioni di persone soffrono ancora la fame, è difficile accettare che il riso venga utilizzato per produrre etanolo invece di nutrire chi ne ha bisogno”.

Nonostante l’aumento della produzione agricola, l’India continua a registrare livelli elevati di malnutrizione. Nell’ultimo Global Hunger Index il Paese occupa il 105° posto su 127, e numerosi rapporti continuano a segnalare casi di denutrizione infantile e di morte per fame nelle aree più povere.

Secondo p. Irudhaya Jothi, il sistema pubblico di distribuzione alimentare (Public Distribution System, PDS) rimane indispensabile per gran parte della popolazione: “Circa l’80% degli indiani dipende direttamente o indirettamente da questo sistema. Se venisse meno, milioni di persone rischierebbero di non avere abbastanza da mangiare, soprattutto in un momento di crescente disoccupazione e difficoltà economiche”.

Il governo sostiene che l’utilizzo delle eccedenze di cereali non comprometta la sicurezza alimentare a livello nazionale, grazie alle scorte accumulate nei magazzini. Per il gesuita, invece, la questione non riguarda soltanto la disponibilità di cibo, ma la sua distribuzione: “Anche se esistono riserve, il cibo non arriva in modo equo a tutti. La priorità dovrebbe essere garantire che chi soffre la fame possa mangiare. Solo dopo si può discutere dell'utilizzo delle eccedenze per altri scopi”, ha spiegato.

Un dibattito analogo era già emerso durante la pandemia di covid-19, quando parte della produzione di etanolo venne destinata alla fabbricazione di disinfettanti: “Usare i cereali per produrre carburante mentre milioni di persone restano senza cibo non può essere giustificato”, ha aggiunto p. Jothi, che ha richiamato l’importanza che il cibo ricopre in tutte le religioni dell’India. “Il Paese è una società multireligiosa, ma tutte le religioni riconoscono il valore sacro del cibo e il dovere di sfamare chi ha fame. Dal punto di vista morale è inaccettabile che il cibo venga sottratto alla popolazione per alimentare i veicoli. È un peccato e, direi, anche un crimine”, ha concluso.

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