Delhi (AsiaNews) - Fra le centinaia di vittime e dispersi della drammatica inondazione che ha colpito ieri i territori al confine fra Tibet (cinese) e Nepal, devastando i distretti di Rasuwa e Nuwakot, vi sarebbero anche numerosi fedeli indiani che stavano compiendo il Kailash Mansarovar Yatra. Si tratta del pellegrinaggio “di purificazione” al monte Kailash, considerato sacro per gli indù - oltre che per buddisti, gianisti e bon - perché racchiuderebbe la dimora del signore Shiva, dio della distruzione e fra le divinità principali dell’induismo, e della dea Parvati. Inoltre, il lago Mansarovar è considerato sacro e si crede che pulisca i devoti dai peccati e aiuti a raggiungere il moksha, uno dei cardini della dottrina che significa “liberazione, affrancamento o emancipazione”.
Il Kailash Mansarovar Yatra è tornato in queste ore alla ribalta delle cronache per l’inondazione in Tibet e Nepal che avrebbe coinvolto almeno 400 pellegrini, dei quali almeno 108 indiani, che risultano scomparsi mentre si trovavano nel distretto di Rasuwa, vicino al confine. Il muro di acqua proveniente dal lato tibetano ha travolto persone e infrastrutture compresi strade, ponti e ferrovie, causando ingenti danni e spazzando via diversi villaggi in Nepal. Lo tsunami di fango ha investito anche uno dei percorsi chiave usati dai pellegrini diretti al monte Kailash e al lago Mansarovar.
Lo yatra del 2026 è ripreso su larga scala dopo anni di interruzione, con migliaia di indiani che hanno partecipato usando programmi governativi o iniziative private, affrontando una sfida irta di difficoltà per altitudini superiori a 4500 metri e livelli di ossigenazione bassi. Fonti locali riferiscono che sarebbero in corso operazioni di ricerca e salvataggio dei dispersi, con il governo indiano che ha già esteso aiuto e assistenza al Nepal in un quadro di emergenza drammatica.
Il pellegrinaggio, fra gli eventi più sacri per indù, buddisti, giainisti e seguaci della fede bon tocca il monte Kailash con i suoi 6.638 metri totali e il lago Mansarovar in Tibet, in territorio cinese. Esso affonda le radici nella storia e nella tradizione della fede ed è praticato da migliaia di anni, tanto da trovare menzioni nei purana indù, nei testi buddisti e nelle tradizioni giainiste. Dopo la guerra fra India e Cina del 1962, il Kailash Mansarovar Yatra è stato sospeso per quasi 20 anni, riprendendo nel 1981 a seguito di un accordo fra Pechino e Delhi. Una nuova interruzione si è registrata nel 2020 a causa della pandemia di Covid-19 e per i nuovi scontri al confine, bloccando i fedeli per quasi sei anni, prima di ricominciare nel 2025 e proseguire sino ad oggi con cospicue adesioni.
La montagna rivestirebbe un carattere sacro, tanto da essere considerata una eterna manifestazione di fede: riposando nel cuore della potente catena dell’Himalaya, questa vetta sacra ha resistito al passare del tempo attraverso i secoli. Gli indù credono infatti che sia la dimora celeste del signore Shiva, il distruttore secondo la tradizione Trimurti. Considerato anche come la “Stairway to Heaven”, il monte Kailash unisce molteplici fedi in tutta la sua essenza, tanto da essere venerato anche da buddisti e gianisti tibetani. Al riguardo vi sarebbero diverse leggende e racconti mitologici, ciascuno dei quali contiene un messaggio di “connessione divina” nella sua esistenza.
Ancora, nella tradizione tibetana il monte, noto anche come “Monte Meru”, sia l’asse cosmico che collega il cielo e la terra, oltre a essere dimora di Demchock (un santo mistico). Oltre a questo, molti santi e yogi buddisti hanno meditato a Kailash. Secondo il giainismo, il primo Tirthankar (predicatore spirituale dei giainisti) - Rishabhanathana ha ottenuto la salvezza sul Monte Kailash. Come affermato nella letteratura Jain, il monte Kailash è ricordato come “Ashtapada” o “gli otto passi” che connotano il percorso verso l’illuminazione e il progresso spirituale.
Il pellegrinaggio si svolge ad altitudini superiori a 4.500 metri, con livelli di ossigeno bassi. I fedeli affrontano temperature gelide, condizioni meteorologiche imprevedibili, frane e terreni difficili. La parte più difficile è il parikrama (kora) di 52 km intorno al monte Kailash, che include l’attraversamento del Passo Dolma La a quasi 5.630 metri. Per questo il Kailash Mansarovar Yatra è molto più di un semplice viaggio spirituale, ma rappresenta un percorso di fede essenziale per milioni di devoti di Shiva.
I pellegrini indiani possono raggiungerlo attraverso tre percorsi principali. Il primo è il Lipulekh Pass Route (Uttarakhand): questo percorso inizia a Delhi e passa attraverso Almora e Dharchula prima di continuare come trekking attraverso Gunji e il Lipulekh Pass (5.200 metri) in Tibet. È ufficialmente organizzato dal ministero indiano degli Affari Esteri in collaborazione con il Kumaon Mandal Vikas Nigam. La seconda via è quella lungo il passo Nathu La (Sikkim): il percorso va da Delhi a Gangtok, attraversa il passo Nathu La e continua in Tibet a bordo di un veicolo. Approntato attraverso i canali governativi, comporta meno trekking e più viaggi su ruota, rendendolo relativamente più facile per gli anziani, pur richiedendo ancora oltre 20 giorni. Infine il percorso denominato Kathmandu (Nepal): i pellegrini volano o guidano da Kathmandu a Nepalgunj o Simikot e poi viaggiano via Hilsa o via terra in Tibet. A differenza dei percorsi organizzati dal governo, questo è gestito da tour operator privati. È molto flessibile e popolare, con opzioni di elicotteri disponibili per evitare ardui trekking. Ed è proprio quest’ultima la rotta che è stata più duramente colpita dalle inondazioni di ieri, con l’ufficio del turismo nepalese che parla di almeno 179 pellegrini dispersi provenienti dall’India. Il guru spirituale indiano Jaggi Vasudev, noto anche come Sadhguru, ha scritto in un post su X che 77 persone che tornavano dalla montagna con gruppi organizzati dalla sua Fondazione Isha si trovavano in un centro di immigrazione a Gyirong, in Tibet, quando le inondazioni hanno colpito.




















