Tribunale Maharashtra: promuovere la propria religione non è reato

L'Alta Corte ha annullato procedimento contro quattro cristiani di Amravati accusati di tentata "conversione illegale" di una coppia indù. Per i giudici invitare ad aderire alla propria fede non offende sentimenti religiosi altrui. Sentenza importante in uno Stato dove da agosto è in vigore la legge anti-conversioni.

di Nirmala Carvalho

Mumbai (AsiaNews) - L’Alta Corte di Bombay, attraverso la sua sezione di Nagpur, ha annullato una denuncia e il relativo atto d’accusa nei confronti di quattro residenti di Amravati, nello Stato indiano del Maharashtra, accusati di aver esercitato pressioni su una coppia indù affinché si convertisse al cristianesimo.

Con un’ordinanza del 6 ottobre, il giudice M. W. Chandwani ha stabilito che promuovere la propria religione non equivale, di per sé, a insultare le credenze religiose altrui o a offendere deliberatamente i sentimenti religiosi di una comunità. Secondo la Corte, le accuse contestate ai quattro imputati, anche considerando le circostanze nella loro interpretazione più sfavorevole, non dimostravano l’intenzione dolosa richiesta dalla legge per configurare i reati contestati.

Si tratta di una sentenza importante per lo Stato indiano del Maharashtra, dove dal 28 agosto scorso – su impulso dei nazionaisti indù del Bjp, il partito del premier Narendra Modi - è entrata in vigore la locale legislazione anti-conversioni, guardata con grande preoccupazione dalle comunità cristiane locali.

Gli imputati nel caso erano Joseph Khudawant, suo figlio Victor, la nuora Elvina e l’assistente sociale Anant Mankar. Secondo l’accusa, avrebbero promesso a una coppia coppia un sostegno economico mensile, il pagamento delle spese scolastiche dei figli e una casa in cambio della conversione al cristianesimo. I quattro hanno contestato questa ricostruzione, negando di aver agito con intenzioni illecite. La sentenza chiarisce la distinzione tra la diffusione delle proprie convinzioni religiose e la commissione di un reato contro un’altra comunità religiosa. “I ricorrenti – si legge nella sentenza - si limitavano a promuovere la loro religione e ciò non significa che, così facendo, abbiano oltraggiato i sentimenti religiosi di alcuna categoria”.

L’articolo 25 della Costituzione indiana garantisce la libertà di coscienza e il diritto di professare, praticare e propagare liberamente la propria religione, nel rispetto dell’ordine pubblico, della moralità, della salute e delle altre disposizioni costituzionali. Tale diritto, tuttavia, non autorizza l’uso della forza, dell’inganno o di altri mezzi illegali per ottenere una conversione.

La sentenza, pertanto, non costituisce un’autorizzazione alle conversioni coercitive né significa che tutte le denunce relative a conversioni illegali siano infondate. Stabilisce piuttosto che ogni accusa penale debba soddisfare i requisiti specifici previsti dalla legge e poggiare su elementi probatori sufficienti.

Un altro aspetto determinante riguarda l’applicazione della legislazione. I fatti contestati sarebbero avvenuti nel 2025, prima cioè dell’entrata in vigore della legge del Maharashtra contro le conversioni religiose illegali. La Corte ha quindi considerato il quadro normativo vigente al momento dei fatti, sottolineando l’importanza del principio secondo cui una legge successiva non può essere applicata retroattivamente per criminalizzare condotte precedenti.

Il caso di Amravati solleva interrogativi sul rischio che accuse false o esagerate di conversione forzata vengano utilizzate per intimidire i cristiani e ostacolare attività religiose legittime, comprese quelle dei piccoli gruppi pentecostali.

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