Kathmandu (AsiaNews) - La condanna di due ex ministri nepalesi ha riaperto una delle vicende più lunghe e complesse dell’Asia meridionale, quella dei lotshampa, la minoranza di lingua nepalese espulsa dal Bhutan all’inizio degli anni ‘90.
Ieri 14 luglio il tribunale distrettuale di Kathmandu ha condannato l’ex vice primo ministro, Top Bahadur Rayamajhi, a quattro anni di carcere e l’ex ministro dell'Interno, Bal Krishna Khand, a due anni per il loro coinvolgimento in una rete che falsificava documenti per far passare cittadini nepalesi come rifugiati bhutanesi, consentendo loro di accedere ai programmi di reinsediamento negli Stati Uniti. Altre 14 persone, tra cui un ex alto funzionario del ministero dell’Interno e un ex rappresentante dei rifugiati, hanno ricevuto pene fino a quattro anni di reclusione. Entrambi gli ex ministri hanno sempre respinto le accuse e hanno annunciato che faranno ricorso.
Lo scandalo, emerso per la prima volta nel 2023, è legato a uno dei programmi umanitari promossi dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), che tra il 2007 e il 2018 ha permesso di reinsediare circa 113mila rifugiati bhutanesi in otto Paesi terzi, soprattutto negli Stati Uniti, che ne hanno accolti circa 100mila. Secondo l’inchiesta condotta in Nepal che ha portato alle recenti condanne, alcuni cittadini nepalesi, con la complicità di funzionari pubblici e intermediari, avrebbero ottenuto documenti falsi per essere registrati come rifugiati bhutanesi.
I lotshampa
La vicenda giudiziaria si inserisce nel clima politico seguito alle proteste giovanili contro la corruzione, che hanno contribuito all’ascesa del nuovo governo nepalese, ma ha anche riaperto la questione ancora oggi irrisolta dei rifugiati dal Bhutan, i lotshampa (che significa "gente del Sud"). Cittadini bhutanesi ma discendenti di famiglie nepalesi, furono espulsi o costretti a lasciare il Bhutan tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90, quando la monarchia introdusse politiche che privilegiavano l’identità culturale della maggioranza drukpa (un termine che si riferisce anche alla principale scuola buddhista del Paese, mentre i lotshampa sono induisti) e impose requisiti più restrittivi per il riconoscimento della cittadinanza. Circa 120mila persone attraversarono il confine con il Nepal.
Nepal e Bhutan hanno per decenni tentato senza successo di negoziare il rimpatrio dei profughi, ma l’assenza di un accordo ha poi spinto la comunità internazionale a promuovere il reinsediamento in Paesi terzi, soluzione che ha permesso a decine di migliaia di persone di ricostruirsi una vita, seppur senza risolvere la questione. Oggi circa 7mila rifugiati vivono ancora nei due campi rimasti aperti, Beldangi e Sanischare.
Le espulsioni dagli Stati Uniti
Negli ultimi due anni la situazione si è ulteriormente complicata a causa dell’aumento delle espulsioni dagli Stati Uniti, che hanno inasprito le politiche migratorie. Secondo l’organizzazione Asian Refugees United (ARU), che ha sede in Pennsylvania, dall’inizio del 2025 almeno 75 rifugiati bhutanesi sono stati rimpatriati dopo essere stati condannati per alcuni reati (spesso legati a droga, violenza domestica, guida in stato di ebbrezza reiterata) che secondo la legislazione statunitense possono comportare la revoca del diritto di permanenza anche dopo aver scontato la pena, ritrovandosi in una condizione di apolidia.
Le difficoltà legate alla comunità bhutanese negli Stati Uniti erano già emerse in passato. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention, per esempio, tra i rifugiati bhutanesi negli Stati Uniti il tasso di suicidi è di circa 24,4 ogni 100mila, quasi il doppio della media nazionale. Le ricerche hanno individuato la “mancanza di appartenenza”, inteso come un elemento che provoca isolamento e perdita dei legami con la famiglia, la propria comunità e quindi anche con una parte della propria identità.
Per molti di coloro che sono stati espulsi, come racconta The Diplomat attraverso una serie di testimonianze, il ritorno si è trasformato in un nuovo esilio. Pur essendo nati in Bhutan, le autorità locali hanno rifiutato di riconoscerli come cittadini e, secondo diverse testimonianze raccolte da ARU, molti rifugiati sono stati accompagnati fino al confine e costretti a entrare in India senza documenti validi.
Da allora molti vivono in una sorta di limbo tra India e Nepal per evitare arresti o nuovi rimpatri forzati. Alcuni sono riusciti a raggiungere i campi profughi di Beldangi e Sanischare, dove erano cresciuti prima del reinsediamento negli Stati Uniti; altri restano nascosti nelle zone di confine. Anche nei campi profughi le condizioni di vita continuano a essere precarie perché, dopo la fine del programma di reinsediamento internazionale, gli aiuti umanitari sono stati ridotti e oggi molte famiglie vivono con risorse sempre più limitate.


















