Rohingya fermati a Kuala Lumpur, la Malaysia mette in discussione l'UNHCR

Il governo chiede una revisione del ruolo dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, accusandola di scarsa collaborazione con le autorità. Un gruppo di richiedenti asilo fuggiti da Penang dopo episodi di ostilità da parte dei residenti. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano un crescente clima d'odio.

di Joseph Masilamany

Kuala Lumpur (AsiaNews) - La detenzione di oltre cento richiedenti asilo di etnia rohingya davanti all’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) a Kuala Lumpur ha riacceso il dibattito sulla gestione dei rifugiati in Malaysia. Mentre le immagini del fermo di donne, uomini e bambini hanno fatto il giro dei media asiatici, il ministro degli Esteri, Mohamad Hasan, ha dichiarato che il governo potrebbe riconsiderare la presenza dell’UNHCR nel Paese se l’agenzia continuerà a rifiutare una collaborazione più stretta con le autorità. 

Hasan ha dichiarato che ritiene necessario sottoporre i richiedenti asilo a controlli di sicurezza più rigorosi prima del rilascio dei documenti di registrazione. In assenza di tale cooperazione da parte dell’UNHCR, ha avvertito il ministro, il sistema rischia di trasformare il Paese in un “fattore di attrazione” per nuovi flussi di richiedenti asilo.

Le dichiarazioni del ministro Hasan arrivano dopo che il 27 luglio oltre cento rifugiati rohingya si sono radunati davanti alla sede dell’UNHCR di Kuala Lumpur dopo un viaggio notturno in autobus dallo Stato di Penang. I profughi hanno raccontato di essere stati costretti a lasciare le proprie abitazioni in seguito alle crescenti tensioni con alcuni residenti e di essersi rivolti all'agenzia delle Nazioni unite nella speranza di ottenere protezione e assistenza per un eventuale reinsediamento in un Paese terzo. 

Testimoni citati dall’agenzia Reuters hanno riferito che intorno alle 20.30 la polizia è intervenuta trasferendo i richiedenti asilo su quattro camion diretti al quartier generale della polizia della capitale, dove sono stati sottoposti a controlli. Le autorità hanno sostenuto che il trasferimento da Penang fosse avvenuto con il sostegno delle amministrazioni statali e del Consiglio nazionale per la sicurezza e hanno negato che i rohingya fossero stati costretti ad andarsene da Penang. 

Secondo il capo della polizia del distretto di Seberang Perai Utara, Anuar Abdul Rahman, la decisione è stata presa dopo il peggioramento dei rapporti tra residenti e rifugiati, causato dalla crescente presenza della comunità rohingya e dalla competizione per lavoro e risorse economiche. 

Il primo ministro Anwar Ibrahim ha difeso l'operato delle forze dell'ordine, affermando che il raduno aveva creato preoccupazione tra i cittadini e ribadendo che gli stranieri privi di documenti validi restano soggetti alla normativa sull'immigrazione. “Nessuno ha il diritto di occupare una parte della città”, ha dichiarato in un messaggio diffuso sui social media. 

La Malaysia non ha aderito alla Convenzione delle Nazioni unite sui rifugiati del 1951 e non riconosce giuridicamente lo status di rifugiato, trattando i richiedenti asilo come immigrati irregolari sulla base della legislazione nazionale. Nonostante ciò, il Paese ospita una delle più numerose comunità rohingya del sud-est asiatico. I dati dell’UNHCR a febbraio registravano oltre 126mila persone rohingya, perlopiù musulmani costretti a fuggire dallo Stato birmano del Rakhine a causa di continue persecuzioni e violenze da parte dei militari, e ora a causa della guerra civile in corso in Myanmar. Le organizzazioni umanitarie ritengono tuttavia che migliaia di altri rifugiati sfuggano ai conteggi ufficiali. 

L’episodio di Kuala Lumpur si inserisce in un clima di crescente ostilità verso la comunità rohingya. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati arresti, controlli delle autorità di immigrazione e campagne di odio sui social media. “La comunità Rohingya in Malaysia vive sotto una minaccia costante di arresti e controlli, in un clima di paura aggravato dall’ondata di odio che circola sui social network”, ha dichiarato Bryony Lau, vice direttrice per l’Asia di Human Rights Watch. Anche l’UNHCR ha espresso preoccupazione per la diffusione di discorsi d’odio e campagne di disinformazione contro i rifugiati, avvertendo che la crescente disumanizzazione della comunità rohingya rischia di tradursi in episodi violenti nella vita di tutti i giorni.

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