Ginevra (AsiaNews) - Il fine settimana, quando può, Farid* sale in quota tra le montagne della Svizzera. A volte fa una gita in mountain bike sui sentieri intorno a Ginevra, altre volte arriva a qualche rifugio, sul ghiacciaio, con una guida alpina che accompagna lui e altri rifugiati verso i 4mila metri. Oppure d’inverno fa arrampicata in palestra. Sono attività che tre anni fa non avrebbe immaginato per sé. “In Afghanistan abbiamo montagne bellissime - racconta ad AsiaNews - ma si trovavano spesso le zone del conflitto: c’era la guerra, c’erano i talebani. Ci andavo, ma davvero poco spesso”. In Svizzera, invece, tra le Alpi, ha potuto finalmente godersi qualcosa che nel suo Paese la violenza gli aveva sottratto.
Farid, 27 anni, è originario della città di Mazar-e-Sharif, nel nord dell’Afghanistan. Ha lasciato il Paese nel 2018 per ragioni che definisce “politiche” e che lo avevano già messo in pericolo ancora prima del ritorno al potere dei talebani nell'agosto 2021. È arrivato in Turchia con un visto da studente, si è iscritto all’università e lì è rimasto cinque anni. Poi, alla fine del 2023, una volta ottenuta la laurea, le autorità turche gli hanno chiesto di lasciare il Paese. Tornare in Afghanistan, per lui, però, non era un’opzione: “Non potevo, non volevo e non mi sentivo al sicuro”, dice.
Della prima ascesa dei talebani, tra il 1996 e il 2001, Farid non ha ricordi diretti perché era troppo piccolo. Ma gli bastavano i racconti di suo padre: “Mi diceva quanto fosse stato un periodo durissimo”, racconta. Per questo, quando nell'agosto 2021 i talebani hanno ripreso il potere per la seconda volta, ha capito subito cosa significasse anche se si trovava all’estero: “Ero molto triste. Sapevo che sarebbe stato di nuovo catastrofico, soprattutto per mia madre e le mie sorelle”.
Una volta presa la decisione di partire, Farid non sapeva bene in quale Paese europeo sarebbe finito. Ha scelto la Svizzera perché lì viveva già uno zio. Ma il modo più semplice per arrivarci era percorrendo la rotta balcanica attraverso Bulgaria, Serbia, Croazia, Italia, infine la Svizzera. “Ho fatto un calcolo tra i pericoli a cui andavo incontro - spiega ancora-. Se torno in Afghanistan, non ho scampo. Se vengo in Europa illegalmente, un rischio c’è, ma almeno esiste anche una possibilità di riuscire ad arrivare sano e salvo”. Il viaggio a piedi è durato circa tre-quattro settimane, breve, se paragonato a quello di altri rifugiati incontrati lungo il cammino, che possono impiegare anche un anno, fermandosi per lavorare e racimolare il denaro necessario a proseguire. Lungo il cammino, dice, capita di non sapere nemmeno con certezza in quale Paese ci si trovi. E capita di incontrare chi in quel viaggio ha rischiato la vita davvero: “C'è chi la perde, nel mare, nelle foreste”. Racconta di aver viaggiato con un gruppo di decine di persone che non conosceva, legate solo dal tragitto comune.
Arrivato in Svizzera alla fine del 2023, ha presentato domanda d’asilo. È seguito un lungo iter: due colloqui, il primo di circa cinque ore, il secondo, a Berna, durato tutto il giorno, dalle 8 del mattino alle 8 di sera. In tutto, racconta, gli sono state rivolte domande per circa diciassette-diciotto ore complessive, spesso tornando su episodi dolorosi vissuti in Afghanistan prima della partenza: “Non erano domande piacevoli - dice -. Mi facevano rivivere traumi e brutte esperienze. Ma se non avessi risposto non avrei ottenuto l’asilo”. A sostenerlo, durante le pause dei colloqui, c'era un'avvocata della Caritas. “Mi incoraggiava, mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Da solo sarebbe stato molto più difficile”. Dopo circa un anno e mezzo di attesa, è arrivata la decisione: richiesta accettata.
Ma mentre lui ha iniziato a costruirsi una nuova vita in Svizzera, la sua famiglia è rimasta a Mazar-e-Sharif sotto il regime talebano. Farid ha tre sorelle e una madre insegnante. Le sorelle studiavano medicina all’università mentre la madre insegnava in una scuola femminile. Da quattro anni non possono più fare nulla di tutto questo. “Le mie sorelle sarebbero già medici, se avessero potuto continuare a studiare. Mia madre, che insegnava, ora è disoccupata, chiusa in casa. È orribile”. Farid dice di aver chiesto alle autorità svizzere di poter far arrivare almeno le sorelle, ma la risposta è stata negativa: il ricongiungimento familiare, spiega, è previsto solo per i richiedenti asilo minorenni, non per chi, come lui, è maggiorenne. Allo stesso tempo non vorrebbe comunque che le sorelle intraprendessero un viaggio in maniera irregolare verso l’Europa, che sarebbe troppo pericoloso, dice, “soprattutto per le ragazze e le donne”. Con la madre e le sorelle, dice, si sente “in continuazione”. È l’unico filo che lo tiene ancora legato a Mazar-e-Sharif, a una vita passata che per loro, però, ora è come se fosse sospesa a causa dei continui divieti contro le donne.
Nei primi mesi a Ginevra, quando il permesso doveva ancora arrivare, non conosceva il francese, e non aveva amici né lavoro, Farid ricorda un periodo di grande isolamento. È stato un amico a parlargli di un’associazione che organizza uscite in montagna per persone rifugiate e che per quel fine settimana cercavano una persona in più per le loro attività Peaks4All è nata nel 2021 a Ginevra, da Laetitia e Clémence, due ragazze appassionate di alpinismo. Ogni anno propongono di raggiungere una delle vette della Svizzera che superano i 4mila metri, ma durante l’anno vengono organizzate uscite mensili che vanno dalle escursioni con guide alpine professioniste alle cene in cui ciascuno porta qualcosa da condividere.
Queste esperienze a Farid hanno restituito la possibilità di stare in montagna, che l’Afghanistan in conflitto gli aveva negato. E attraverso Peaks4All ha conosciuto la maggior parte dei suoi amici rifugiati. Oggi Farid segue un apprendistato da elettricista, secondo un doppio percorso tipico del sistema svizzero: un giorno alla settimana frequenta il corso in una scuola pubblica e quattro giorni li passa in un’azienda del settore, dove percepisce uno stipendio. Ha appena concluso il primo anno di formazione e a metà agosto ne comincerà un secondo.
Guardando indietro ai momenti più duri, più volte dice di aver più volte pensato di mollare. “Ma quando pensavo a cosa avrei dovuto fare se avessi rinunciato, tornare in Turchia, poi in Afghanistan, capivo che non avevo scelta. Quei momenti difficili, oggi, sono anche quelli che mi hanno reso più forte”. E ora, quando sale in montagna, si riprende qualcosa che a casa sua la guerra gli aveva tolto.
*Nome di fantasia, scelto per tutelare l’identità del protagonista e della sua famiglia, ancora in Afghanistan.
Foto: Peaks4All/Instagram




















