Scontri tra indù e musulmani in Nepal, l’ombra dell’Hindutva dall’India

Le violenze iniziate a fine luglio si sono estese al Madhesh. Nelle pianure al confine con l’India, simboli e linguaggi del nazionalismo indiano trovano sempre più spazio, mentre il secolarismo sancito dalla Costituzione del 2015 è contestato dai movimenti che chiedono il ritorno a uno Stato induista.

di Maria Casadei

Kathmandu (AsiaNews) - Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, nel distretto di Sunsari, nel sud-est del Nepal, si sono verificati violenti scontri tra le comunità indù e musulmana, che hanno causato almeno tre morti e decine di feriti. Il tutto è cominciato il 26 luglio a Kaptanganj, nella municipalità rurale di Dewanganj, durante un pellegrinaggio della comunità indù. La tensione pare sia esplosa per la musica ad alto volume e, secondo fonti locali, dopo che una bandiera musulmana collocata su un palo dell’elettricità era stata sostituita con una bandiera induista. 

La situazione è poi degenerata quando la processione è passata attraverso un’area abitata anche da musulmani ed è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Almeno due persone sono morte a Sunsari e una terza a Siraha, dove le tensioni si erano nel frattempo estese. Un quarto giovane è morto successivamente per le ferite riportate durante le proteste in un altro distretto. 

La polizia ha imposto il coprifuoco e dispiegato le forze di sicurezza nelle zone più turbolente. Da Sunsari, nel giro di pochi giorni, i disordini si sono infatti estesi ad altre aree del Paese, raggiungendo anche i distretti di Dhanusha, Parsa e Saptari. In seguito agli scontri, sono state organizzate marce per la pace in diverse zone della provincia di Madhesh. A Dhanusha è stato inoltre raggiunto un accordo in 13 punti tra il governo e le organizzazioni religiose locali, con l’obiettivo di ristabilire la stabilità nella regione.

Il governo ha inoltre istituito una commissione d'inchiesta sull’accaduto. Il primo ministro Balendra Shah è intervenuto dopo alcuni giorni di violenze, chiedendo alla popolazione di mantenere la calma e promettendo un’indagine trasparente sugli scontri e sull’operato della polizia. 

L’influenza dell’Hindutva dall’altra parte del confine

Le violenze hanno riacceso il dibattito sulla crescente polarizzazione religiosa nel Paese. Le pianure nepalesi del Tarai-Madhesh, che si estendono lungo il confine con l’India, sono particolarmente esposte a queste tensioni anche per gli stretti legami culturali, familiari e commerciali con gli Stati indiani confinanti. Già in passato erano state teatro di scontri.

Negli ultimi anni, però, la regione ha assistito a una crescente politicizzazione dell’identità religiosa. A cambiare è stato anche il modo in cui le comunità manifestano la propria appartenenza di fede. Le bandiere color zafferano, sempre più visibili nelle abitazioni e durante le celebrazioni induiste, sono diventate un elemento di identificazione pubblica. A queste si sono affiancate, in risposta, le bandiere verdi utilizzate dalle comunità musulmane. Anche le processioni accompagnate da musica ad alto volume, oggi frequenti in occasione delle celebrazioni di entrambe le comunità, hanno contribuito ad aumentare le occasioni di confronto. 

In India il nazionalismo induista e l’Hindutva sono diventati negli ultimi anni una componente centrale della vita politica, soprattutto grazie al Bharatiya Janata Party (BJP) da cui proviene il primo ministro Narendra Modi, e alla Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), organizzazione paramilitare da cui il BJP è emerso e che costituisce uno dei principali riferimenti ideologici del movimento ultranazionalista. 

In Nepal opera da decenni la Hindu Swayamsevak Sangh (HSS), organizzazione affine alla RSS indiana, particolarmente presente nel Tarai. E come avviene dall’altra parte del confine, contribuisce alla diffusione di una lettura della politica e dell’identità nazionale fondata sulla centralità dell’induismo.

Anche simboli e linguaggi della mobilitazione induista hanno cominciato a essere ripresi con maggiore frequenza in Nepal, e allo stesso modo la retorica anti-musulmana proveniente dall’India è stata ripresa da gruppi estremisti. Nel Tarai-Madhesh, tuttavia, le tensioni religiose si sovrappongono a divisioni sociali, economiche e politiche più antiche. La regione ha storicamente lamentato una marginalizzazione da parte delle istituzioni centrali di Kathmandu e una rappresentanza politica insufficiente.

Secolarismo sotto pressione

In Nepal - dove circa l’81% della popolazione è indù, mentre i musulmani rappresentano poco più del 5% - la questione religiosa si inserisce in un quadro politico e sociale più ampio. In particolare, il nazionalismo religioso si intreccia con le rivendicazioni dei movimenti che contestano il carattere laico dello Stato e, in alcuni casi, chiedono il ritorno della monarchia. Parallelamente, soprattutto nel Madhesh, continua a pesare il malcontento per una devoluzione dei poteri e un’inclusione politica considerate ancora insufficienti. Disoccupazione, difficoltà economiche e distanza politica da Kathmandu contribuiscono ulteriormente ad alimentare le tensioni.

Il Nepal è stato per secoli un regno induista ed è rimasto tale fino alla trasformazione in repubblica nel 2008. La Costituzione del 2015 ha confermato il carattere secolare del Paese, ma definisce la laicità anche come protezione della religione e della cultura “trasmesse da tempi immemorabili”.

Nel Paese sono oggi esistono alcuni gruppi che chiedono il ripristino della monarchia induista o l’abbandono del sistema federale introdotto con la nuova Costituzione. Sebbene non vi siano prove che il governo di Delhi sostenga direttamente un ritorno della monarchia, figure di primo piano del nazionalismo induista indiano si erano in passato espresse a favore della prospettiva. Tra queste c’è Yogi Adityanath, ministro capo dell’Uttar Pradesh, Stato indiano che confina con il Nepal. Durante una manifestazione pro-monarchia nel 2025 era comparso anche un grande manifesto con la sua immagine. 

Il governo di Balendra Shah, insediatosi nel marzo 2026 dopo le proteste della “Gen Z”, si è dichiarato fermamente a favore del secolarismo e del federalismo. Ma altre forze all’interno del Paese remano in senso contrario. Il ministro dell’Interno ha infatti ricevuto un memorandum dal Joint Hindu Front di Janakpur, che chiede alle forze politiche di discutere formalmente, entro tre mesi, il ripristino di uno Stato induista. Il governo ha precisato che la ricezione del documento da parte del collettivo di gruppi nazionalisti indù non equivaleva all’accettazione delle loro richieste.

Le fragilità del Madhesh

Dopo giorni di disordini, Shah è intervenuto in televisione esortando i cittadini a preservare la pace, l’armonia, la fratellanza e l’unità nazionale e promettendo un’indagine sugli episodi di violenza e sull’operato della polizia, accusate di aver ricorso alle armi da fuoco durante i disordini.

Le autorità di sicurezza avevano però già segnalato il rischio di un aumento delle divisioni religiose nel Tarai. Secondo il Kathmandu Post, tre anni fa l’Armed Police Force aveva presentato al governo un rapporto riservato in cui segnalava alcuni tentativi di alimentare divisioni religiose ed etniche nella regione e chiedeva un intervento coordinato. 

Solo undici anni fa, inoltre, la regione del Madhesh combatteva per una maggiore autonomia e inclusione nel quadro della nuova Costituzione federale, durante proteste nelle quali persero la vita 45 persone. E il Madhesh rimane anche una delle aree più povere del Nepal: oggi, il 22% della popolazione della vive sotto la soglia di povertà e la provincia registra uno dei tassi di disoccupazione più alti del Paese, oltre a un tasso di analfabetismo del 63,5%.

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