Pechino (AsiaNews) - A fine luglio il ministero delle Finanze cinese ha annunciato, con effetto immediato, che i trust costituiti all’estero dai cittadini della Repubblica popolare saranno soggetti a tassazione. È la prima volta che Pechino pubblica una direttiva ufficiale su tali strumenti, utilizzati da anni dalle famiglie più facoltose per proteggere i propri patrimoni e pianificare le successioni al riparo dal fisco. D’ora in poi, chi trasferisce beni in un trust offshore dovrà dichiararne i redditi e versare le relative imposte anche nel caso in cui non li abbia ancora incassati. In gioco vi sono centinaia di miliardi di dollari provenienti dalla Cina continentale, in gran parte parcheggiati a Hong Kong, che ha da poco superato la Svizzera come principale centro mondiale per i patrimoni offshore. Considerata isolatamente, la misura può sembrare una normale stretta fiscale, ma inserita nella sequenza degli avvenimenti degli ultimi mesi rivela un disegno più ambizioso. Lo Stato ha bisogno di capitali enormi per finanziare la corsa ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale e ha cominciato a cercarli nei patrimoni accumulati dai propri cittadini.
Le casse pubbliche però si stanno svuotando e diventa sempre più difficile reperire tali capitali. Per vent’anni i governi locali cinesi si sono finanziati vendendo terreni ai costruttori, ma la crisi immobiliare ha prosciugato tale fonte e le entrate generate da tali tipi di operazioni si sono quasi dimezzate in cinque anni. I segnali di affanno arrivano da ogni direzione. La Corte dei conti ha reso noto che persino la Bank of China, uno dei quattro colossi statali del credito, ha evaso imposte per circa 2,4 miliardi di yuan. La decisione di rendere pubblica la notizia è stata interpretata da molti osservatori come un messaggio. Quando lo Stato mette alla gogna le proprie banche pur di recuperare gettito, significa che il denaro scarseggia davvero. Nel frattempo, dopo la fine delle restrizioni dovute alla pandemia di Covid oltre un milione di persone ha lasciato il Paese, portando spesso con sé i propri capitali.
Tre fronti per tappare le falle
La risposta dello Stato si articola su tre fronti. Il primo è la stretta sui redditi più elevati. Nel primo semestre il gettito dell’imposta sulle persone fisiche è cresciuto del 13%, quasi otto punti in più rispetto ai redditi, un divario che l’andamento dell’economia non basta a spiegare. A trainare l’aumento sono stati i contribuenti con almeno dieci milioni di yuan in attività liquide, la crescita dei mercati finanziari e soprattutto una riscossione molto più aggressiva. Le amministrazioni locali, a corto di fondi, stanno passando al setaccio i redditi esteri non dichiarati. Il gettito sui redditi transfrontalieri viene ripartito tra il governo centrale e le province, e per le regioni in difficoltà quella quota assume un peso sempre maggiore.
Il secondo fronte è la chiusura delle vie di fuga dei capitali. A maggio la Consob cinese ha colpito le piattaforme di intermediazione che consentivano ai risparmiatori della Cina continentale di acquistare azioni statunitensi. Tre società con sede a Singapore e Hong Kong sono state multate per un totale di circa 330 milioni di dollari. Tra queste figurava Futu, un colosso con milioni di clienti che offre l’apertura di un conto “in tre minuti”. A sorprendere è il momento scelto, perché lo yuan è forte e il surplus commerciale ha raggiunto livelli record. La stretta, dunque, non serve a difendere il cambio, ma ha piuttosto motivazioni politiche. Pechino non vuole che i propri cittadini scommettano sui sogni tecnologici americani anziché su quelli nazionali e considera la fuga di capitali un danno per l’immagine del regime, oltre che per le riserve. Nella stessa direzione va il regolamento sugli investimenti all’estero entrato in vigore il primo luglio, che prevede l’obbligo di ottenere un’autorizzazione non soltanto per i capitali, ma anche per la tecnologia e il personale impiegato. La misura è arrivata dopo che il caso della startup di intelligenza artificiale Manus, trasferitasi a Singapore e poi venduta al colosso americano Meta, aveva convinto il governo a blindare le vie di uscita.
Dal mattone alle azioni
Il terzo fronte è quello più innovativo e punta a incanalare i risparmi delle famiglie verso i settori strategici. Per decenni la ricchezza dei cinesi si è concentrata nel mattone, arrivato a rappresentare circa il 70% del patrimonio familiare. Ora che quel motore si è inceppato, lo Stato propone come alternativa le azioni delle aziende tecnologiche. Il caso più emblematico è quello dell’esordio in borsa di CXMT, campione nazionale dei chip di memoria. Le richieste di acquisto presentate dai piccoli risparmiatori hanno superato di oltre duecento volte le azioni loro riservate, mentre il titolo è balzato di oltre il 500% al debutto. Per i fondi pubblici della città di Hefei, che avevano investito nella società prima della quotazione, il rialzo si è tradotto in guadagni sulla carta pari a cinquanta volte il capitale iniziale. Non si tratta di un episodio isolato, visto che già l’anno scorso gli investitori legati allo Stato hanno fornito oltre il 90% dei capitali destinati alle imprese cinesi non quotate in borsa. Intanto le città fanno a gara per replicare il modello di Hefei, usando fondi pubblici per finanziare le aziende strategiche nella fase iniziale, quando le prospettive sono ancora incerte e il rischio di perdere denaro è più alto. “Perché la Cina possa competere in un’industria ad alta intensità di capitale, dai tempi lunghi e dall’esito incerto, servono capitali molto pazienti e disposti ad accettare il rischio. Questo capitale deve essere azionario, perché le banche non bastano”, spiega Chen Li, studioso di economia cinese a Hong Kong. Il finanziamento diretto sui mercati sta così sostituendo il credito bancario come principale canale di sostegno alle industrie emergenti, in quello che qualcuno ha definito il passaggio dallo Stato immobiliare allo Stato azionista tecnologico.
I rischi
Il sistema, tuttavia, mostra già diverse falle. I risparmiatori più intraprendenti hanno trovato il modo di aggirare i controlli acquistando, su piattaforme di criptovalute fuori dalla portata delle autorità, contratti derivati che riproducono l’andamento delle azioni di CXMT. In un solo giorno ne sono stati scambiati per milioni di dollari. È il segno che i capitali continuano a cercare gli impieghi più redditizi, dentro o fuori dai confini tracciati dal governo. Esiste poi un rischio più profondo. “Il pericolo più grande è che la politica industriale diventi finanza speculativa”, ha avvertito l’economista Tan Kong Yam. Quando un settore viene dichiarato strategico, gli investitori tendono infatti a dare per scontato che lo Stato non lo lascerà fallire e finiscono per attribuire alle aziende valori molto superiori a quelli giustificati dai loro risultati. La Cina ha già percorso questa strada due volte, prima con il fotovoltaico e poi con l’auto elettrica. L’enorme afflusso di denaro pubblico ha favorito in entrambi i casi una rapida espansione, seguita però poi da un eccesso di capacità produttiva, nonché da guerre dei prezzi e da fallimenti. Il caso della casa automobilistica Neta, fallita dopo aver incassato miliardi di yuan da tre diverse amministrazioni locali, è il promemoria più recente di quale possa essere l’esito di investimenti sbagliati finanziati con denaro pubblico.
Questa volta, però, il rischio ricade su soggetti diversi. Nelle bolle precedenti le perdite sono ricadute soprattutto sui bilanci locali e sulle banche. Nel nuovo sistema, concepito per indirizzare i risparmi privati verso i chip e l’intelligenza artificiale, in prima linea ci sono invece i nuclei familiari, che lo Stato incoraggia a spostare i propri risparmi dal mattone alle azioni, limitando allo stesso tempo le possibilità di investirli all’estero. Il calo delle quotazioni borsistiche sta però già evidenziando i limiti del modello. Dall’inizio dell’anno il mercato azionario cinese ha perso quasi il 10%, e questo nonostante Pechino abbia ordinato a fondi e società controllati dallo Stato di acquistare azioni per sostenerne i prezzi. Gli interventi di questo tipo non cancellano le perdite e si limitano a nasconderle temporaneamente scaricandole sui grandi soggetti parastatali. Se le imprese tecnologiche non produrranno risultati adeguati ai capitali ricevuti, il conto da pagare tornerà comunque a galla. A sostenerne l’onere saranno le famiglie spinte a trasferire i propri risparmi dal mattone alle azioni e il settore pubblico costretto a comprare titoli per impedire che il fallimento della strategia diventi visibile. Il nuovo modello rischia così di trasformare le perdite private in perdite pubbliche, limitandosi a rinviare il momento in cui dovranno essere riconosciute.
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