Green India Mission: il ‘futuro verde’ è ancora lontano

Il rapporto della Comptroller and Auditor General (CAG) evidenzia i punti critici dell’iniziativa lanciata nel 2014 dal governo Modi. Scarsa pianificazione, carenze nell’attuazione e mancato monitoraggio tra le principali cause del flop. La strategia incentrata sulla “copertura verde” sembra non bastare.

di Maria Casadei

Milano (AsiaNews) - Un rapporto di audit della Comptroller and Auditor General (CAG), organismo supremo di controllo dei conti pubblici in India, ha messo sotto i riflettori i risultati della Green India Mission, una delle otto “missioni” previste dal National Action Plan on Climate Change e avviata nel 2014.

Tra i principali obiettivi figurano la protezione e il risanamento degli ecosistemi, l’aumento della copertura forestale attraverso il rimboschimento e, soprattutto, la cattura del carbonio. Il piano punta inoltre a migliorare la qualità della vegetazione, conservare la biodiversità e rafforzare i mezzi di sussistenza delle popolazioni che dipendono dalle risorse forestali. Secondo il CAG, i fondi sono stati utilizzati in maniera inefficiente e i risultati della missione “rimangono discutibili”. Il rapporto evidenzia una debole pianificazione e gravi carenze nell’esecuzione e nel monitoraggio. I dati parlano chiaro: dei 2,8 milioni di ettari previsti, gli interventi di rimboschimento hanno interessato circa 0,15 milioni di ettari, appena il 5% dell’area complessiva. Il CAG ha inoltre rilevato che le attività svolte, oltre a essere insufficienti, hanno compromesso uno degli obiettivi principali della missione: il ripristino degli ecosistemi su scala paesaggistica. “Le attività di piantagione si sono concentrate esclusivamente su aree a bassa vulnerabilità, mentre i paesaggi ecologicamente più critici, pur essendo stati individuati da numerosi studi e presenti in diversi Stati, sono stati trascurati”, si legge nel rapporto.

I risultati del CAG sono frutto di un’indagine condotta in 15 Stati e un territorio dell’Unione nell’arco di dieci anni, dal 2015 al 2025. Numerosi i punti critici emersi: mancanza di coordinamento tra gli organismi coinvolti, scarsa trasparenza e bassa qualità dei dati. Carenze che hanno compromesso l’applicazione del piano, portando in alcuni casi a intervenire su aree già densamente vegetate, mentre più della metà delle zone rurali individuate è rimasta esclusa. L’indagine ha inoltre riscontrato incongruenze nei registri di diversi Stati, con dati errati sul numero di piante e sulla superficie forestale. In Uttarakhand, ad esempio, nel sito di Dabala Sagwa Tok risultavano presenti 2.000 piante, ma il CAG ne ha trovate soltanto tra 30 e 40, nessuna delle quali è sopravvissuta. In Odisha, invece, gli interventi sono stati effettuati in “foreste dense con una densità compresa tra il 40 e il 70%”, aree quindi non idonee a nuove attività di piantagione. Un’altra grande lacuna riguarda la trasparenza nell’utilizzo dei fondi. Nel Mizoram, nel nord-est del Paese, l’indagine ha individuato un caso di presunta appropriazione indebita. Le autorità avevano stanziato 91 milioni di rupie, circa 800 mila euro, per interventi di rimboschimento. Nonostante l’intero importo sia stato prelevato, il CAG non ha trovato prove che ne attestino l’effettivo utilizzo.

Il rapporto mette in luce le difficoltà del governo nel rispettare gli obiettivi climatici, anche alla luce degli impegni assunti con l’Accordo di Parigi. Nel 2025, era stato fissato l’obiettivo di creare entro il 2035 un pozzo di carbonio in grado di assorbire tra 3,5 e 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Tuttavia, secondo il CAG, gli Stati non hanno ancora avviato interventi specifici in questa direzione, con l’eccezione di Madhya Pradesh e Chhattisgarh.

Secondo gli esperti, la strategia dell’India incentrata sulla “copertura verde” non basta e rischia di trascurare altri aspetti della tutela ambientale. “Dobbiamo abbandonare questa visione unidimensionale secondo cui tutto è copertura verde. Ciò che viene piantato e dove viene piantato ha un’enorme influenza”, afferma Pooja Choksi, fondatrice della società di consulenza ambientale Ficus Research Consulting.


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