La scuola dove non c'è un perché

Nel sistema cinese avere un pensiero proprio squalifica ed è oggetto di critica da parte di insegnanti e genitori. Non a caso il metodo di insegnamento è mnemonico. E - come racconta in questa testimonianza una fonte di AsiaNews - è il quadro in cui vanno inseriti anche i divieti di ingresso ai minori nelle chiese.

Pechino (AsiaNews) - Perché c'è tanto accanimento oggi da parte delle autorità cinesi contro il fatto che i minori possano frequentare la Chiesa e la sue attività? Una fonte di AsiaNews che vive in Cina risponde attraverso questa testimonianza che parte dall'osservazione quotidiana sulle modalità di insegnamento delle scuole in Cina. Che - insieme alle nozioni - trasmettono un preciso modello di società.

 

Il sistema scolastico cinese, a mio avviso, è uno di quei nodi centrali capaci di far luce sulla mentalità della società e in particolare sul modo in cui il Partito riesca a essere pervasivo creando “la massa”.

In Cina si va a scuola dalle otto di mattina alle sei di sera (con piccole varianti da luogo a luogo, e da scuola a scuola), dopodiché non si rientra a casa ma si continua a stare in classe per studiare. Al rientro a casa, dopo cena, si fanno i compiti per circa due ore. Talvolta si arriva a scuola anche prima, verso le sette, per qualche ora aggiuntiva di lettura. Ugualmente la sera capita di rimanere in classe fino alle nove o le dieci per esercizi extra o test. Questo dal lunedì al venerdì; il sabato e la domenica invece si frequentano le scuole “del fine settimana” dove ci si esercita in inglese, musica, informatica, calligrafia…

Gli orari di per sé basterebbero a indicare la tensione a cui sono sottoposti gli studenti, ma ancora più pressanti e incisivi sono il metodo di insegnamento e il modo di stare in classe.

Tutto ruota intorno all’esercizio mnemonico, ogni materia si impara a memoria e si articola in una serie di esercizi, anch’essi da imparare a memoria. Non esiste l’orale, non esiste rielaborazione del contenuto, anzi la rielaborazione è considerata sbagliata: il bravo studente è colui che memorizza e conosce passivamente le risposte corrette degli esercizi, di conseguenza durante il test è capace di ricordarle. I test sono infatti quasi sempre esercizi già svolti in precedenza di cui lo studente deve ricordare le risposte, pertanto più ripeti gli stessi esercizi più sei in grado di ricordare, ecco perché tante ore di compiti. Così ogni studente è valutato in base a un punteggio oggettivo dato dalla capacità mnemonica.

"C'è un solo modo per fare le cose"

“In Cina non amiamo la diversità - mi ha detto un’amica cinese - c’è un solo modo per fare le cose e quello devi utilizzare, non c’è spazio per la creatività. I cinesi sono preoccupati del risultato non del processo. Questo è ciò che ci insegnano a scuola: c’è solo una risposta giusta e soprattutto non bisogna chiedere perché”.

Proprio questo è il grande punto massificatore: non c’è un perché. Gli studenti se lo sentono ripetere fin da bambini, ed è il ritornello di molte conversazioni riguardanti il sistema scolastico: “ci hanno insegnato che non c’è un perché”. Un assunto che diventa poi capace di plasmare ogni dimensione della vita, ogni domanda esistenziale, culturale, politica: “non c’è un perché, siamo cinesi, in Cina si fa così”.

Una donna recentemente convertita al cristianesimo mi raccontava che da bambina soffriva molto perché “avevo dentro tante domande e chiedevo tante cose ai miei insegnanti e ai miei genitori, ma l’unica risposta che ottenevo era: non c’è un perché. Solo quando ho scoperto il Vangelo ho finalmente capito che invece esisteva un perché”. O ancora “quello che interessa al governo è che non si pensi, vogliono che i nostri figli siano delle macchine che fanno compiti e scrollino video”. Oppure “solo i risultati e l’esteriorità contano, non devi pensare, non devi conoscere il processo, infatti non c’è un perché”.

Avere un pensiero, essere in qualche modo diverso, o comunque non uniformato al modello unico di studente, squalifica in partenza ed è oggetto di critica da parte di insegnanti e genitori. Di conseguenza non c’è spazio per l’idea dell’“essere più portati” per una materia piuttosto che un’altra, o per le inclinazioni individuali, poiché esiste un solo modo corretto per essere un bravo alunno e ottenere risultati che permetteranno in futuro di entrare nelle migliori università e quindi sperare in un buon lavoro. Si capisce che in un sistema di questo tipo non è contemplata la disabilità o qualsiasi altro tipo di diversità cognitiva. In aggiunta, le classi sono formate da circa quaranta o cinquanta studenti ciascuna e il compagno di classe non è considerato “l’amico” ma il rivale da battere. L’insegnante, dunque, non è colui che instaura una relazione e che conosce i propri alunni, ma una sorta di valutatore acritico, anch’esso a sua volta sottoposto alla pressione dei risultati.

Il dilemma dei genitori cristiani

Tutto ciò è per lo più accettato passivamente (anche perché non si conoscono sistemi diversi), tranne che per i cristiani, i quali spesso percepiscono la pericolosità e distorsione di un simile modello. Molti genitori mi hanno confidato quanto sia dura per loro: si trovano infatti chiusi in una strettoia, fermi tra Scilla e Cariddi, tra la consapevolezza della dannosità del sistema, senza avere possibilità di opporvisi. E con il loro “dovere di genitori” che per la società cinese è quello di fare pressioni sui figli affinché ottengano risultati adeguati alle aspettative della società. È davvero una lacerazione: il danno che stanno infliggendo ai figli attraverso un sistema che aliena è sotto i loro occhi, contemporaneamente vivono la pressione tipica del genitore che vuole il bene per il figlio, bene che nella società cinese si traduce in una vita di compiti, memoria, test “senza un perché”.

Credo che le recenti disposizioni che impediscono ai minori di entrare in chiesa, o di ricevere un’educazione diversa che non sia quella imposta dal Partito, si leggano anche dentro questo quadro scolastico. Educare alla fede apre la mente, libera, crea pensiero, trasforma la massa in popolo, ovvero va al cuore di ciò di cui ogni sistema oppressivo ha paura.

Non a caso esiste una sorta di “opinione pubblica” cattolica cinese che sottobanco continuamente ripete che “l’educazione è il vero problema della Cina”. Ciò che viene messo in discussione non è tanto la pressione, o il sistema di ore e quantità di test - i cristiani sono comunque cinesi e come tali quasi mai considerano il gran carico di lavoro a cui sono sottoposti veramente un problema - quanto la memorizzazione acritica e quindi l’incapacità di educare al pensiero. Paradossalmente, proprio la stretta sull’educazione dei minori sta contribuendo a mettere a fuoco con ancora più determinazione quale sia il vero problema: la mancanza di libertà. Aver tolto alle famiglie la possibilità di educare i propri figli alla fede, cioè avergli tolto quella via d’uscita tra la consapevolezza della dannosità del sistema e il dover sociale del buon genitore, ha fatto emergere con ancora più chiarezza come la libertà sia il punto. E come la libertà parta dall’essere liberi di pensare.


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