Trump, Kim Jong-un e i contraccolpi a Seoul e Tokyo

Il ridimensionamento delle esercitazioni congiunte con la Corea del Sud aveva l’obiettivo di riaprire il dialogo diretto tra Washington e Pyongyang. Ma il Nord nega contatti e aumenta il “prezzo” per un ritorno ai negoziati. Sviluppi che mettono il presidente Lee Jae-myung in una situazione sempre più problematica.

di Andrea Ferrario

Milano (AsiaNews) - Ogni estate Stati Uniti e Corea del Sud conducono per undici giorni una vasta esercitazione militare che coinvolge migliaia di soldati e simula un conflitto con la Corea del Nord. Si chiama Ulchi Freedom Shield e viene preparata per mesi, con reparti e catene logistiche predisposti molto prima dell’inizio delle manovre. Si tratta del principale banco di prova di un’alleanza in base alla quale 28.500 soldati statunitensi sono permanentemente di stanza sul territorio sudcoreano. Quest’anno l’esercitazione è stata interrotta mentre era in corso, per decisione unilaterale del presidente degli Stati Uniti, un fatto senza precedenti.

L’ordine di Donald Trump è stato emesso il 16 agosto, poche ore dopo che il presidente americano aveva pubblicato su Truth Social una vecchia fotografia dell’incontro con Kim Jong-un al confine inter-coreano nel 2019. Trump ha chiesto al Pentagono di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni, giudicandone eccessivo il costo e affermando che mandavano a Pyongyang “un segnale del tutto inappropriato e ostile”. Le manovre sono iniziate comunque il 17, ma due giorni dopo lo stato maggiore congiunto sudcoreano ha annunciato che si sarebbero concluse il 21 anziché il 27, con la cancellazione della seconda fase dedicata alla controffensiva.

Nel motivare la decisione, Trump ha citato due aspetti paralleli che a Seoul sono stati interpretati come strettamente collegati. Il primo è il comportamento di Pyongyang, che secondo il presidente Usa si è mostrata rispettosa e non minacciosa lungo tutto il suo mandato. Il secondo è la condotta di Seoul, che ha rifiutato di dare sostegno alla guerra degli Stati Uniti contro l'Iran e procede a rilento nell'effettuare gli investimenti per 350 miliardi di dollari previsti dall'accordo commerciale firmato con Washington nel 2025. All’interno dell’amministrazione, il governo sudcoreano viene considerato l’interlocutore più lento tra quelli con cui gli Usa hanno negoziato accordi. La riduzione delle manovre ha quindi assunto anche la funzione di strumento di pressione nei confronti di un alleato.

L’obiettivo più ambizioso di Trump è però riuscire a ottenere un vertice con la Corea del Nord nel prossimo autunno. La guerra contro l’Iran si è ormai trasformata in un pantano diventando sempre più impopolare negli Usa e un nuovo incontro con Kim Jong-un offrirebbe a Trump l’occasione di mettere in scena un successo diplomatico ad alta visibilità, politicamente spendibile nell’immediato.

Il prezzo fissato da Pyongyang

La risposta nordcoreana è arrivata attraverso Kim Yo-jong, sorella del leader e una delle principali voci del regime, che ha giudicato irrilevante la riduzione delle manovre, negando che vi siano stati contatti recenti fra i due leader. Il giorno seguente, ha irriso al governo di Seoul, che non avrebbe nemmeno osato protestare per la partenza anticipata dei soldati americani. Come se non bastasse, il 20 agosto la Corea del Nord ha lanciato verso il mare una decina di missili balistici a corto raggio dall’area di Pyongyang.

Queste mosse aumentano il prezzo di un eventuale ritorno al tavolo senza chiudere la porta al negoziato. Pyongyang tre anni fa ha inserito nella costituzione il carattere permanente del proprio arsenale nucleare, escludendo formalmente qualsiasi trattativa sul disarmo, e lo scorso autunno il leader nordcoreano si è detto disposto a dialogare con Washington soltanto a condizione che gli Stati Uniti abbandonino la richiesta di denuclearizzazione. Rispetto al 2018, l'anno del primo vertice tra Kim e Trump a Singapore, poi seguito dalla rottura a Hanoi nel 2019, la posizione negoziale del leader nordcoreano è molto più forte. L’invio di truppe e munizioni alla Russia in cambio di sostegno economico e tecnologico ha attenuato l’effetto delle sanzioni occidentali, mentre la ripresa dei commerci con la Cina ha ulteriormente ridotto l’isolamento del paese. Un vertice potrebbe comunque garantirgli alcuni risultati concreti, come una dichiarazione formale di fine dello stato di guerra tra il Sud e il Nord o nuovi limiti alle esercitazioni alleate, senza mettere in discussione l’arsenale nucleare. Pyongyang persegue inoltre da tempo in parallelo un obiettivo strategico più ampio, quello di trattare direttamente con Washington lasciando ai margini Seoul, e il segnale inviato da Trump va esattamente in tale direzione, per giunta in un momento in cui l'alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud è già attraversata da tensioni economiche.

Le aperture senza risposta di Lee

Gli sviluppi più recenti collocano il presidente sudcoreano Lee Jae-myung in una posizione sempre più problematica. Da quando ha inaugurato il proprio mandato nel giugno 2025, ha invertito la linea del predecessore e offerto a Pyongyang la disponibilità ad aprire colloqui senza condizioni preliminari. A luglio il ministero dell’Unificazione sudcoreano ha dichiarato conclusa la politica di pressione finalizzata allo smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, indicando come obiettivo immediato il congelamento della sua espansione. Il 15 agosto, nel discorso pronunciato in occasione dell’anniversario della liberazione dal dominio coloniale giapponese, Lee ha proposto al Nord l’apertura di un negoziato tra le parti direttamente coinvolte per porre formalmente fine alla Guerra di Corea, sospesa nel 1953 da un armistizio e mai chiusa con un trattato di pace. Finora nessuna delle aperture di Lee ha ricevuto risposta. Nel frattempo Pyongyang ha continuato a rafforzare i rapporti militari con Mosca, e Kim è atteso in Russia entro la fine dell’anno.

Lee ha accolto con favore la riduzione delle manovre. In un messaggio su X ha ringraziato Trump per aver contribuito ad aprire uno spazio di dialogo, anche attraverso il ridimensionamento delle esercitazioni. Il ministero degli Esteri di Seoul ha però subito chiarito che la scelta è stata presa autonomamente da Washington e non su richiesta sudcoreana. Il governo ha visto così realizzarsi un suo obiettivo di lunga data come l’allentamento delle esercitazioni, ma per iniziativa unilaterale degli Stati Uniti e senza aver preso parte alla decisione.

Sul piano militare la risposta sudcoreana è stata di segno opposto. Lee ha chiesto di accelerare sia il programma dei sottomarini a propulsione nucleare sia il recupero del controllo operativo in tempo di guerra, cioè il comando delle forze sudcoreane che in caso di conflitto passerebbe oggi a un generale americano. Secondo la sua formulazione, più il paese diventa capace di difendersi da solo e più cresce il valore dell’alleanza. Il rischio insito in questa prospettiva è stato sottolineato da Yu Ji-hoon, ricercatore del Korea Institute for Defense Analyses, che sul Korea Herald ha osservato come riduzioni ripetute delle manovre congiunte finirebbero per indebolire l’addestramento coordinato e la coerenza del messaggio di deterrenza verso il Nord.

La vicenda è stata seguita con attenzione anche fuori dalla penisola coreana. A Tokyo il governo di Sanae Takaichi si è trovato a interrogarsi di nuovo sull’affidabilità delle garanzie americane in Asia, mentre a Taipei e Manila il caso è stato letto come un segnale della rapidità con cui Washington può ridefinire unilateralmente i propri impegni. Pechino da parte sua ha reagito rapidamente. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è sbarcato il 20 agosto a Seoul, dove ha incontrato Lee e ha invitato la Corea del Sud a mantenere una posizione neutrale riguardo alla competizione fra Cina e Stati Uniti, definendo la politica ostile di Washington nei confronti del Nord come una delle cause principali delle tensioni in atto.

Le forze militari Usa restano di stanza in Corea del Sud e nessuna delle due parti mette in discussione l’alleanza, ma le esercitazioni, nate per verificare la capacità operativa delle forze congiunte, sono ormai entrate a far parte del gioco politico tra Washington e Pyongyang. In questo contesto, ogni eventuale ripresa del dialogo con il Nord rischia così di dipendere soprattutto dalle scelte degli Stati Uniti e della Corea del Nord, lasciando a Seoul uno spazio di manovra sempre più ristretto.

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