I doppioni di Putin e il musicista dell’Impero
A Mosca molte altre personalità si fondono e si confondono con la figura del presidente per gli affari economici, militari, religiosi e sociali, ma anche per le espressioni ideologiche e culturali

Ogni sabato l'analisi di Stefano Caprio su quanto si muove a Mosca con un'attenzione particolare alle ripercussioni sulla società, sulla cultura e sulla religiosità russa della lunga e sanguinosa guerra in Ucraina

A Mosca molte altre personalità si fondono e si confondono con la figura del presidente per gli affari economici, militari, religiosi e sociali, ma anche per le espressioni ideologiche e culturali
Convocato a Mosca nei due luoghi simbolo per eccellenza - la cattedrale di Cristo Salvatore e la sala dei congressi del Cremlino - il "Sobor" è diventato la celebrazione di un “popolo multinazionale”, che in ogni modo si oppone alla disgregazione dello Stato, e difende la sua grandezza al di là di ogni confine.
Ricordata con molta passione in questi giorni in Ucraina, e con profondo astio in Russia, la “rivoluzione della dignità” ha messo in gioco non solo gli interessi geopolitici ed economici, ma soprattutto quelli più profondi, morali e spirituali prima ancora che ideologici, del popolo ucraino e delle varie frazioni del “mondo russo”.
Nel Paese si rafforzano i dubbi sulla reale sussistenza del presidente, dato per morto o sostituito tanto da essere soprannominato “l’uomo del frigorifero”. Il capo supremo espressione quasi anonima e impersonale. Kirill incarna il ruolo celebrativo, ma il potere e nelle mani dell’oscuro segretario del Consiglio di sicurezza che parla dello “zar Putin” al passato.
L’ostilità verso l’Occidente solletica il lato aggressivo della natura russa, e la maggior parte della popolazione abbocca alla provocazione, soprattutto se si mettono in mezzo gli ebrei. Ma il paradosso è che proprio la Russia, per la sua storia e cultura, è inestricabilmente legata ai destini del popolo ebraico. Come mostra una parodia che circola in rete.
Gli eventi drammatici del conflitto tra Gaza e Israele si stanno ripercuotendo anche in Russia, dove oggi si celebra la festa dell’Unità popolare in ricordo della vittoria sui polacchi nel 1612. All'occasione il patriarca di Mosca Kirill ha accostato San Serafino di Sarov, uno dei santi più rappresentativi dell'indentità russa, che oggi vive di una rinnovata esigenza dell’autocoscienza, la la samobynost russa tante volte rievocata anche da Putin.
Il 25 ottobre il leader supremo di “tutte le Russie” ha convocato due gruppi sinodali, per affrontare e risolvere i problemi del mondo intero. La prima sessione conciliare ha riunito i responsabili militari e tecnici dell’armamentario nucleare. Subito dopo ha raggiunto la sessione dei capi religiosi, che lo hanno pazientemente atteso nelle sale più solenni del Cremlino
L'appello di Kirill a tutti i capi delle Chiese ortodosse contro il divieto della giurisdizione russa dell'ortodossia in Ucraina sancito dal parlamento di Kiev è rimasto senza risposte. Mentre di fronte all'invio del metropolita Tikhon in Crimea, sulla linea più calda del fronte, molti si chiedono se si tratti dell’ennesima punizione o di una possibile esaltazione della sua figura, a livello ecclesiastico e politico.
La “guerra mondiale a pezzi” evocata per anni da papa Francesco si sta effettivamente sviluppando in modalità sempre più globale, e la Russia vede in questo il realizzarsi della sua “missione” nel contestare il dominio dell’Occidente “collettivo”. E tornano alla mente le parole di Solženitsyn sul rapporto tormentato tra russi ed ebrei.
Il presidente ha tenuto un nuovo discorso programmatico alla plenaria del XX Club Valdaj, una delle sedi “ideologiche”. Agli “intellettuali” l’invito a costruire un “mondo nuovo”. L’evocazione dell’asse con Cina, mondo arabo e India contro l’Occidente, il cui sostegno all’Ucraina si fa incerto. La “sinodalità” (sobornost) che riassume le giustificazioni putiniane del conflitto.
Il problema della Russia è l’incertezza della sua collocazione, in una fluidità irrisolta tra Oriente e Occidente, tra Settentrione e Mezzogiorno. Incapace di esprimere una vera unità, come risulta evidente dalle sue istituzioni, ma anche dalle diatribe tra i dissidenti sovietici e i pacifisti di oggi.
La malattia di Kadirov e il colpo di mano dell'azero Aliev che spazza via l'enclave armena hanno dominato la settimana. Mentre Baku fa pesare in Europa la forza acquisita a spese di Mosca nel mercato del gas, il Cremlino lascia fare accusando gli armeni di aver troppo flirtato con gli occidentali. Cercando di non perdere dopo l'Ucraina anche il Caucaso, il suo “lato mediorientale”.
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